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" Un messaggero di primavera: Keanu Reeves "

 

Nota esplicativa

Questo saggio un po' arruffato e testardo è un frutto del caso, risalendo ad una visione del film " Speed ", che mi capitò a mano per rimediare ad una serata noiosa; sapevo della fortuna che quella vicenda aveva incontrato fra i giovani in tutto il mondo. Ebbene, cominciando con il sorridere di una trama che per elettrizzare si rifaceva al " da capo ", e portava il respiro dell'attesa ad un grado di emozioni raddoppiate quasi per scommessa, mi colpì alla fine la convinzione o, per essere più precisi, la dedizione degli interpreti, soprattutto la felice scorrevolezza di Keanu tra le sfumature, pari alla sua presa da mastino, a quella " splendida furia " che a lui chiaramente si richiedeva, e che si fece strada nella mia fantasia a poco a poco.

Cercai i suoi primi tentativi, e mi parve strano trovarli con difficoltà e soltanto in lingua originale (" River's Edge ", " Permanent record ", " The night before "): mi si rivelò comunque una delle intenzioni più avvedute di quell'attore, che certo consisteva nel non farsi imprigionare in alcuna caratteristica assegnata dall'alto, dall'organizzazione un po' da montaggio sofisticato e specializzato che è nei metodi dell'industria del cinema. Keanu, anche a costo di tradire l'emozione della prima volta, che è in lui quasi innata, pericolosa certo, ma sorgiva e capace sempre di vincere quando non gli manchi l'affetto del pubblico, a volte si riconosceva nella solitudine di una gioventù senza valori, ma d'un tratto inclinava ad una vena comica, quella di un'adolescenza " imbranata " di fronte alla prima esperienza d'amore, o con inaspettata amarezza entrava nella ribellione al destino umano, che ghermisce anche l'età giovanile con l'immagine di una " morte ingiusta " . Molti erano gli assilli di quell'attore taciturno.

Ma due furono, soprattutto, i motivi che quasi mi obbligarono a scrivere di un Keanu ingenuo, orgoglioso e fiero, capace di dire di no, di rassegnarsi al declino, e di riprendere d'un tratto con registi a lui congeniali la sfida ad interpretazioni complesse, nascoste talvolta nel guscio del film d'azione: l'abilità di recitare virilmente, ma senza una mimica contratta e minacciosa, come si richiede spesso nel cinema di Hollywood, e piuttosto con una gamma di affioramenti espressivi che richiamano il sapore del teatro classico (altro che inespressivo e distaccato, come alcuni pretendono di definirlo!); l'abbandono guerriero, trepidante, crucciato, di tutta la persona, nell'identificare la sorte palpitante dentro la vicenda. Prendiamo per esempio un luogo del film sostanzialmente drammatico " The Matrix "; anche rapato a zero, cacciato in una vasca sospesa su di un abisso tetro, con i suoi occhi spalancati verso l'ignoto, Keanu riesce a far capire lo spavento dell'anima, la sua indifesa e muta invocazione. Chi potrebbe non ammirare in quel momento lo stupore acerbo che egli ci dona, facendo capire la fragilità della creatura dinanzi alle insidie di ciò che è immenso e insondabile intorno a noi?

Un'altra ragione mi spinse alla ricerca: la pungente " diminutio " nei suoi confronti, voluta da una parte dei commentatori, che talora si avvalevano delle notizie del " sentito dire ", bollando quel volto come partecipe di un sesso ambiguo, chiamandolo " bellissimo ", pur di negare la sua attitudine drammatica. Prendiamo per esempio " Point Break "; perché alcuni si gingillano ancora a parlare di una trama latente di rapporti omoerotici, quando la regia ci trasporta tra i pericoli e l'eroismo istintivo di un'adolescenza magari ancora amorale, ma generosa nel credere all'amicizia e alla sfida con gli elementi ora distruttivi, ora entusiasmanti, della natura? Perché catalogare un capolavoro della regista Bigelow, non più riuscito in seguito con questa freschezza, come trama d'azione " adrenalinica ", e basta? Forse perché, cercando di spacciare per intrigo uno dei racconti invincibili della prima giovinezza, si intendeva dimezzare anche il simbolo rispecchiato dall'attore? Così si è fatto a proposito del " Piccolo Budda ", respingendo la fiaba pensosa di Bertolucci, che in alcuni momenti (la malattia e la morte viste negli occhi di Siddarta per la prima volta) tocca la verità del pianto dignitoso e della decadenza accettata nel cuore, simile ad un brano di tragedia classica. Ed allora si è detto: non avrebbe dovuto Siddarta fermarsi nel tormento di scegliere, quando abbandona la famiglia e si rifugia nella solitudine? E invece no; la sintesi dell'arte aristotelica vale anche oggi: la fiaba del dolore radicato nell'esistenza, mai creduto prima, non avrebbe tollerato la psicologia del rimorso.

Per questi ed altri suggerimenti, che spero siano per affiorare e convincere in questo profilo di Keanu Reeves, volentieri accolgo l'appunto che mi si potrebbe muovere: l'aver prediletto l'avventura di un attore forse meno abile di altri a lui contemporanei. Ebbene, ogni scelta che nasca da un desiderio d'arte, è partigiana per natura e tende a idealizzare il vero; basta però che rifletta l'autenticità del personaggio. Esso esiste e sorprende, e là dove riesce a catturare la nostra attenzione, è come se respirasse la vita anche per noi, come se giungesse prima di tutte le altre volte; è inoltre e per fortuna un " non virtuoso ", perché entra nella parte e vi si sottomette senza sfoggio di sé. Certo che ho inteso anche divertirmi, tanto che ho alternato alla recensione italiana bozzetti in lingua latina, parendomi che la curiosità d'immaginare mediante una costruzione apparentemente remota riuscisse, in alcuni casi, a rendere il distacco della favola e insieme il significato portante, che sempre la ricrea. E così mi è venuto fatto di dire, per la figura di Matt in " River's Edge ": ille denique, pro sua pudicitia, delictum recusat (che è la sola interezza possibile del film); oppure, parlando del tanto scorbacchiato " Johnny Mnemonic " (detto da alcuni critici fannulloni " Johnny Moronic "): Iohannes est animi nostri locus, seu remotum astrum semper ad suam memoriam advertens. Almeno provate a immaginare che in ciò vi sia un lampo di verità. Ed ora cominciamo con una lettera di saluto, che affiderò alla bottiglia.

 

 

Ad Keanuum latina lingua ei grata amicus transmarinus brevem inscriptionem mittit et salutem dicit .

Nomen Keanuus, sive prout hawaiensis vox postulat "aura inter montes lenis", scaenico actori est, qui, impenetrabili pulchritudine praeditus, in omni habitu suo, in ore, in oculorum improviso lumine, ridens aperte aut saepius ex hoc saeculo asperitates capiens, videtur latentis numinis praesentiam in diebus nostris aliquando adumbrare.

Ut primum adolevit, multis se comoediae certaminibus strenue dedicavit. In quibus fortunam alternam invenit et saepe malignitate scriptorum amarissime affectus est. Sed iudicantibus recte, eius persona, quamvis interdum seniorum consiliis dirigenda sit, postea, in libertate refulgens, diversas hominis propensiones quadam innata innocentia effingit.

Exemplum feram. Dum miraberis fabulam quae Anglorum sermone "Point Break " dicitur, argumenta invenies in oceani rabie, aut in iuvenum certaminibus inter se vel cum undis luctationes adpetentium, sed etiam intuitus eris ipsius iuventutis primae desideria pugnantia et cum amicis asperum atque indomabilem amorem, qui in Keanui corpore accenditur ut imago primi veris aeterni. Et in vultu autem eius fulgido furore anhelanti, ubi tenebrarum principi animi primatum contendit ( " Advocatus diaboli " ), non solum inspicimus hominem dolore inenarrabili offensum, sed etiam mentis liberationem repentinam, a longinquis aetatibus traditam nobis. Profecto, in omni explicanda actione, gratia eius et ardor, non cupiditates sensuum, ut vulgo creditur, sollicitant, sed proximi felicitati Dei apparent, et nobis solacium adferunt in tantis aetatis nostrae curis.

Bene est, mitissime Keanue, ut per multos annos valeas!

 

 

Imagines saepe, numquam fabulas hominum delet dies

INTRODUZIONE (per una biografia delle opere)

" Pensavo molto a Keanu Reeves - così si esprime Bernardo Bertolucci in un commento sulla scelta che egli fa di quest’attore per interpretare il " Piccolo Buddha " - Ha un’incredibile innocenza nel viso, nello sguardo, nel modo di muoversi. Anche nella parte del " ragazzo di vita " un po’ shakespeariano di " My Own Private Idaho ", sono stato colpito da quell’innocenza … Forse sono le sue origini, per metà canadese e per un quarto cinese e un quarto hawayano … Comunque c’è la sensazione che nel suo sangue scorra un’altra razza che fa di lui qualcuno a parte ". E’ per questo forse che altri registi prima di Bertolucci vedono in Keanu un’intensa purezza di immagine, anteriore alle torbide tempeste della società contemporanea, e lo scelgono come araldo d’amore in " Dangerous Liaisons ", o come narratore della storia di Dracula, che rimane intatto fra il terrore e le frenesie generate dai nostri sensi.

Un altro momento, questa volta intrinseco, del suo carattere, si può rintracciare nei suoi frequenti ritorni alla passione per il teatro, che gli premeva assai più delle discipline di scuola e perfino di quelle ginniche e sportive in cui pure egli si intestardiva, poiché fin da ragazzo aveva capito di potersi abbandonare sul palcoscenico ad un’immagine più libera, singolare e ardente di sé, non temendo di sostenere le parti più diverse, dal fanciullo " sessualmente deviato " di Wolfboy (Toronto, 1984) al devoto compagno di Romeo (in " Romeo e Giulietta " interpreta Mercutio, 1985), fino a concentrarsi nella sfida decisiva e solitaria di "Amleto " (Canada, 1995). E’ probabile che il suo contegno recitativo talora emozionato dipenda anche da un’avventura mentale shakespeariana, che attraversa la sua giovinezza fra entusiasmo e terrore, ed è del resto una sfida con i critici e una ferita ancora aperta, a cui non rinunzia mai; ed è inoltre credibile che questa ideazione assorta gli abbia reso più difficile il passaggio al dinamismo del cinema.

 

Le sue prime indiscutibili riuscite in questo campo, con " Point Break " e successivamente con " Speed ", non sono dovute anche, in qualche misura, alla sorpresa di vedere colui che sembrava un " ragazzo luminoso " trasformato in bulldog, con una presa di muscoli e un possesso della scena che lo catapultano nella libera finzione filmica? Ora, secondo molti critici, proprio il rilievo della parola che aveva imparato in teatro, e cioè l’abilità di mantenere il dialogo, soprattutto quello di Shakespeare, non gli riuscirebbe più; e perciò gli viene spesso consigliato di moderare le sue ambizioni letterarie e di limitarsi ai film cosiddetti " di azione ". Al contrario, in " My Own Private Idaho ", proprio le battute ispirate a " Re Enrico IV " - parte I, atto II - sono tra le più convincenti che egli abbia raffigurato, come se la sua persona le avesse riafferrate alle scaturigini.

Alcuni per esempio ne accusano l’immobile corruccio, che nel film " Molto rumore per nulla " gli impedirebbe di adeguarsi alla versatilità affettiva degli altri personaggi. Senza riflettere però che quello stile altezzoso, o meglio, quell’isolamento in un idolo statuario, gli fu imposto da Kenneth Branagh, che intanto, nell’ambientare la sua dilettevole rappresentazione fra i cipressi e gli allori di Toscana, lo persuadeva a farsi fotografare con pantaloni aderenti di pelle o a spogliarsi nudo, quasi che egli fosse una pura " creatura erotica ". Tuttavia anche Branagh dovrà riconoscere: " La sua attrattiva è senza tempo; e benché tu possa essere di continuo vicino a lui, egli è completamente irraggiungibile ".

Dal regno della Venere celeste a quello della Venere pandemia il passo è stato breve, per il nostro attore; tanto più che, intorno all’anno 1990, andava maturando in lui una limpida rassegnazione ed a volte un audace entusiasmo a interpretare dei caratteri sessualmente ambigui, già evidenti secondo alcuni nel bel profilo androgino del volto (ma il corpo, pur conservando una bilanciata e casta armonia, si fortificava sempre più). E fu così che, gettando per aria la monetina e con una certa braveria, ma fieramente consapevole della novità della parte, Keanu accolse lo scritto di Gas Van Sant per " My Own Private Idaho ", in cui gli veniva proposto di recitare nel ruolo del " ragazzo di vita ", accanto all’amico River Phoenix. Allora, senza riflettere ai pericoli per la sua carriera, egli non seppe resistere alla tentazione di cogliere quell’immagine stupefacente, e del resto si ricordava bene di essersi immedesimato nelle attrattive di un ragazzo invertito, in una scena di teatro a Toronto, sei anni prima (in " Wolfboy "). Keanu stesso, con una difesa intelligente e mite, ammetterà: " Ho recitato da maschio, avvicinandomi all’ingenuità femminile. Sempre ho recitato parti di innocenti ". Ed è questa la prima verissima, ma provvisoria definizione delle sue caratteristiche, in uno stile quasi latino. Francis Ford Coppola riprende con abilità questo contrasto segreto, di un temperamento bisessuale incline ormai all’energia virile, e lo getta fra i tempestosi orrori di " Bram Stoker’s Dracula ", e quasi si diverte a farlo carpire in una specie di giardino degli spaventi e delle delizie sensuali, perché sia piluccato come un grappolo dalle spose-vampiro incontrate nel castello del conte di Transilvania.

Anche Kathryn Bigelow, seguendo il parere della marchesa De Merteuil interpretata da Glenn Close in " Dangerous Liaisons ", la quale di lui deve confessare che non saprebbe impedirsi di accarezzarlo perché le sembra ben congegnato per amare, cerca di scoprire la fisicità armonica di Keanu con impercettibili sfumature. Pur gettandolo in una prova d’eroe acerba e improvvisata, quasi " succhiella " le carte della sua prestazione, senza farsi sfuggire alcun registro, non solo la sua rapidità fulminea o i suoi dolenti disinganni, ma anche il tono trionfale e sorpreso di quella che sembra la sua prima prova d’amore con una donna, la ragazza che gli si è fatta istruttrice nel surf. Poiché egli la seduce con la sua stessa avventatezza e con l’entusiasmo da neofita del mare, ma anche per l’aspetto di un giovane inesperto, che decide con qualche difficoltà di uscire dalla propria solitudine; e la pur castissima regia non può impedirsi di mostrare più volte il giovane giacente e di indugiare sui suoi capezzoli bruni.

Fu il direttore di " Speed ", infine, a imporre a Keanu il sacrificio della capigliatura ch’era un po’ il suo emblema, perché fosse ad ogni livello un " giovane uomo " e non un eterno ragazzo, e lo scatenò in un duello ad armi pari con il crimine, sbalzandone ogni riflesso di scarto e di potenza muscolare e motoria. Ma proprio in un momento di successo nel più vasto pubblico, una maliziosa combriccola di cronisti diffuse la notizia che egli si fosse sposato con un suo peraltro non dichiarato ammiratore, David Geffen, notissimo magnate dei media, e - si sostenne - con inviti ufficiali, su una spiaggia del Messico. Avvicinata per un parere, ebbe a confermare il racconto l’attrice Sharon Stone, con eccitazione disinvolta: " sì, la loro passione aveva quasi rovesciato la vasca della sauna ". Ma anche ciò era fumo d’invidia; un giornale americano fantasticò che in seguito Keanu avrebbe sorpreso la collega in un albergo e l’avrebbe sottoposta in piscina, a porte chiuse ma non troppo, a un paragone così guerriero da lasciarla pienamente soddisfatta di poter esprimere un’opinione opposta su di lui. Forse si trattò di un progetto generosamente accantonato, ma l’idea d’una controprova di tono boccaccesco merita davvero una cordiale risata.

Ora, tutto questo scalpore, che a malapena nasconde la gelosia per un attore che è stato prediletto da alcuni registi famosi, che serba così a lungo il mistero di uno sguardo penetrante e ingenuo e che insieme è persona intelligente e colta, non deve interessarci; perché, se a ragione scorgiamo in lui l’immagine di un’armonia che non è soltanto estetica, se d’altro canto la lettura meticolosa che lo sorregge lo costringe talora a una ricostruzione esitante ed emozionata del personaggio a lui affidato, è ben vero che, quando egli sia ben consigliato e diretto, è anche un interprete di grande energia. Alcuni ne riconoscono la bravura, ma solo nei film d’azione, credendo evidentemente alla favola classificatoria dei " generi ", come se per esempio un racconto come quello di " Chain Reaction " non implicasse un grave dilemma tra opposte posizioni mentali, e non la semplice caccia " al ricercato ". Chi del resto, meglio di Keanu, avrebbe saputo rendere la misericordia del principe Siddhartha, in " Point Break " il fascino del mare e delle amicizie gettate nei pericoli, o la dedizione alla causa dell’uomo in " Reazione a catena ", o l’attrazione verso il peccato e la coscienza catastrofica di esso in " The Devil’s Advocate "? Neppure manca in lui la ricerca del sesso: l’amore proibito non gli è ignoto, ed egli se ne fa accerchiare nei labirinti del castello di Dracula; al possesso della donna altrui si convince tardi, ma con impeto di verità incredibile, in " Feeleng Minnesota " (1995); e come vagheggiatore amoroso si intravede appena in " Dangerous Liaisons ", ma in " Aunt Julia "sembra un Cupido con tutte le sue frecce ben levigate, e con un umorismo nella sua ubriacatura lusingatrice, da contagiare la stessa aria che respira. Del resto, la primavera timorosa dei sensi, troppo a lungo contemplata in sogno, si rivela in lui, a difficile contrasto con l’immagine dell’eroe, come un germoglio altrettanto pungente (Point Break) ; e in " Speed ", il timore di essere il primo nell’offerta d’amore, non è un’altra capacità introspettiva (altro che semplice azione !) di un’adolescenza restia ad aprirsi ?

Ma il suo intelletto è anche esperto del " pianto delle cose ": è nella " pietas " verso gli sconfitti; è nella delusione degli affetti umani, da lui provata personalmente con sotterranee e lunghe ripercussioni di dolore (pensiamo alla morte per overdose dell’amico River Phoenix o ai suoi stessi drammi familiari). E’ una vena nascosta, ma fondamentale; e noi possiamo osservarla fin dall’ultimo episodio di " Dangerous Liaisons ", quando dalla sua eleganza di cicisbeo d’improvviso si getta in una prova estrema di sangue, e si riscatta non solo col furore, ma soprattutto nel pensoso ascolto delle ultime parole dell’avversario da lui trafitto; e la sentiamo ancora interporsi, espressa nelle parole di ammirazione per il fortunato amico Neal in " The Last Time I Committed Suicide ", con un accento chiaroveggente che intuisce la scontentezza inevitabile e la pena di tutte le nostre esistenze. E’ per questo che il suo fascino non è di pura attrazione fisica, ma serba l’idea di una bellezza platonica, incompiuta certo, e nondimeno tale da serbare un forte carattere di dignità.

E’ logico che questi motivi di continuo sperimentati da Keanu, spesso al di là della convenienza di immagine, richiedano una straordinaria flessibilità psico-fisica; ed egli si muove su molti registri, quando si eccettui la crudeltà gratuita della mente, che forse è estranea alla sua cultura. Certo non gli è estranea la furia emotiva, la ribellione tragica all’ingiustizia o al dolore, che anzi abita da lunghi anni nel suo passo trasognato: pensiamo a un'accidia testarda come quella che esprime in " Permanent Record ", uno degli epicedi più adirati sulla giovinezza offesa dalla morte inspiegabile, o ad uno degli ultimi episodi di " The Devil’s Advocate ", in cui egli si avventa urlando sul corpo della moglie che si è suicidata davanti ai suoi occhi; e ben si potrebbe dire: ricordatevi di " Hamlet ", da lui interpretato con sempre più accorta energia nel freddo inverno del 1995, in un teatro di Winnipeg, proprio quando la trappola scandalistica mossagli contro era in piena e cinica gazzarra. Eppure molti critici devono ammettere: ha incarnato l’innocenza, la splendida furia, la leggiadria, la violenza emotiva, che modellano il principe di Danimarca.

" Egli deve riflettere su chi sia veramente ", pare che abbia osservato il regista Gus Van Sant; ebbene, anche direttori e registi, non solo americani, dovrebbero ripensare a questa sua tempra ostinata, che è in pieno divenire; è incomprensibile che certi disegni di audace rilievo letterario a lui proposti, come la raffigurazione di episodi della Divina Commedia, o nuove angolazioni shakespeariane che si fanno strada nella sua attitudine, restino ancora in cantiere. Solo Taylor Hackford, recentemente, ha avuto intelligenza e decisione per imporre ad un Al Pacino imbronciato la presenza accanto a lui di Keanu come coprotagonista; e lo stesso Al Pacino, che avrebbe preferito recitare con Johnny Depp, attore eccellente e ancor più fortunato, ma non tale da poter passare così rapidamente dall’arroganza e dalla vittoria temeraria al grido costernato della tragedia, ha dovuto riconoscere che il regista non si era sbagliato.

Marzo 1998

 

Keanu: vigilie e propositi

Alcuni scrittori si sono meravigliati perché, a sorpresa, nel 1992 Bernardo Bertolucci si sia rivolto, per rendere il volto misericordioso del principe Siddhartha, a Keanu; ritenevano, infatti, che egli si fosse distinto nel raffigurare ribellioni inconcludenti o stramberie dei ragazzi americani, come nel " mitico viaggio " di Bill e Ted, o come partecipe di vizi e di scorribande nei quartieri poveri delle grandi città dell’Oregon, assai vicino al mondo dei drogati e dei vagabondi (per es. nella parte di Scott Favor in " My Own Private Idaho "). In realtà Keanu aveva già mostrato di voler raggiungere effetti di carattere, com’è possibile intravedere in " Ragazzi del fiume ", sia pure attraverso una nebulosa d’impulsi taciturni e in un rovello di contrasto con i giuramenti della " mala " giovanile, che rifiuta il passivo silenzio e la connivenza con il crimine.

La tempra non convenzionale, che in quella trama sfugge a una dimostrazione perspicua per incertezza inventiva del regista, egli se la conquista con un suo stile di corruccio subitaneo e di fuga dai lacci ambientali. Con tratti vigorosi, anche se più dispersi in una sceneggiatura fiacca, in un ambito di collegiali dove gli affetti si spendono come lattine di birra quando fa caldo e d’altro canto nelle famiglie le tenerezze sono esposte come caramelle per addolcire i lunghi silenzi, Keanu inclina ancor più ad umori di solitudine e di scontento, prossimi alla malinconia o alla tragedia, nel successivo dramma di " Permanent Record ". Come si fa, dunque, a parlare di sorpresa, e non di proposito che lentamente si realizza in inclinazione mentale?

Nulla invero consente di parlare di una scelta inspiegabile per " Il Piccolo Buddha ". Ma da quale rivelazione, insomma, dobbiamo partire, per rintracciare l’ispirazione drammatica dell’attore, che egli non sempre adegua, o meglio, impara dopo una lunga navigazione sott’acqua? Quella svolta decisa e alternativa si coglie nel finale di " Dangerous Liaisons " (1988), dove pure Keanu resta un margine ricamato per un lungo spazio del film, cercato soprattutto perché la sua statura armoniosa ha offerto più ricche invenzioni ai costumisti. E del resto anche lui si è pensato a volte così, ora con il volto intensamente bruno da " indiano " sotto la mano del regista Gus Van Sant, ora con veri travestimenti allo specchio, come quando compare con il costume da geisha in " Vanity Fair " (in occasione di un suo compleanno, nel 1991), per porre in risalto la sua qualità etnica e la sua ambiguità cifrata, ma in realtà per significare a se stesso e agli altri la scelta della malinconia e dell’isolamento.

Ma questo Narciso creato dal destino, non intende indugiare nella grazia impostagli, e appunto in " Legami pericolosi " accelera a sorpresa la mano al regista Stephen Frears, quando, al limite estremo e sorprendente del racconto, egli trasporta il suo odio da intellettuale spregiato e la sua ansia di riscatto nel duello con il rivale e nella morte a lui procurata. Il film è trasparentissimo e rigoroso, e potrebbe fare a meno di Keanu quasi fino alla conclusione; ma resterebbe senza il presentimento della sorda rivoluzione morale che si prepara in quella società gaudente, qualora egli non avesse preso sul serio l’ultimo scorcio, portandolo al calor bianco di una commozione infine autentica. E’ incredibile che la critica non abbia neppure sfiorato un evento così conciso e risolutivo.

Con Gus Van Sant, che lo scelse per la parte di un ragazzo dedito alla prostituzione, è probabile che Keanu abbia voluto cercare un accordo bilanciato, essendo al contempo disposto a comprendere che lo si ammirasse per l’ambiguità e perfezione del sembiante, inscindibile ormai dal suo artistico destino. Non volendo comunque rinunciare ad essere uno " stallone ", come lo acclamavano gli amici d’avventura nel film " My own private Idaho ", e tale restando in orgoglio esibito e costituzione fisica, accettò infine di recitare da ragazzo invertito, che vendeva con provocazione il suo corpo o, motivo che l’avrebbe messo ancor più in imbarazzo e soprassalto di pena, si abbandonava alla subitanea passione del compagno preferito River Phoenix, verso la cui apparente disinvoltura andava da qualche tempo nutrendo una tenera invidia. Ma volle riscattarsi, a somiglianza di quel giovane principe creato da Shakespeare, Enrico IV, di cui ripete, con gelosa protesta, la sicurezza della prossima redenzione e del ritorno nel suo grado sociale, proprio quando sta per peccare più fortemente: " Io mi redimerò di tutto questo … e, al tramontare di un giorno glorioso, oserò dirvi che son vostro figlio ". E non contento, ottiene di far soffrire, in una bellissima dicotomia di notturni, l’amico rimasto privo della sua bocca, facendogli percepire il suo nascondiglio d’amore ed il suo addio definitivo, nel cigolio d’un vecchio letto, quando in un cascinale della campagna romana ha avuto la fortuna e la prestezza di sottomettere alla sua virilità la triste fanciulla incontrata in quella solitudine.

E corpo vagheggiato accettò di essere anche con Kenneth Branagh, sia pure con una diversa maschera, quella dell’invidioso Don Giovanni in " Molto rumore per nulla ", dove compare con un onore del mento rigoglioso, ma tuttavia, per contrastata duplicità non estranea al suo carattere, non tale da nascondere la schietta gabbia proporzionale del petto e delle spalle, per ritrascorrere la quale Branagh dimenticava a volte il fascino dell’attrice protagonista Emma Thompson. E’ evidente anche qui un compenso sottinteso (approssimarsi ai linguaggi del teatro shakespeariano); in realtà Keanu, da prudente lettore qual era, non poteva aver dimenticato il brano della commedia di Shakespeare: " Ogni impaccio, ogni ostacolo, ogni impedimento sarebbe un balsamo per me: io sono ammalato d’odio verso di lui, e qualunque cosa vada contro i suoi desideri viene d’accordo coi miei ". Così c’è della ragione in quell’odio, e c’è una focosa e impavida frenesia, un odiare e sdegnare nel fratello principe e vincitore e nel conte Claudio a lui caro un sospettato inganno di cortesia e di gentilezza umana; Don Giovanni è simile in ciò a Beatrice, che ha una lingua affilata contro Benedetto, ma in realtà per timore e odio verso l’uomo come termine generale del conflitto dei sessi. Ora, di questa malevolenza ebbra e compiaciuta, del complesso profilo di Don Giovanni, non resta che il vizio dell’invidia, nella parte toccata a Keanu.

Egli finse di non accorgersene, tanto più che gli coceva anche l’essere stato respinto da una delle giovani attrici, che dei suoi occhi non si fidava. Rimandò Keanu la sua rivalsa, e fu una inaspettata interpretazione di Amleto nel gelido inverno di Winnipeg, in Canada (1995), quando egli impose il suo grido, pur da lungo tempo confortato ad una nuova esperienza da amici, fans e consiglieri: " Oh, da questo istante, i miei pensieri siano sangue, o cadano nel nulla! ". Si dice che molti quasi non lo riconoscessero in questa sete di vendetta. Eppure c’era anche della malinconia e quasi un accento di ferita solitudine, che gli spettatori e i fedelissimi, colti da stupore, sentivano come cruciale. Infine Amleto compie la sua vendetta, in veste da eroe - è vero - ma in piccolo modo, " come giocando, come per caso ", secondo che distingue il filosofo Benedetto Croce ", e per caso, nella vendetta soccombe esso stesso. La sua vita era stata da lui abbandonata al caso, e la sua morte doveva essere un caso. Per fortuna non fu così per Keanu; ma quell’idea di sventura insensata lo toccò da vicino, e con lunga conseguenza di tormento, quando fu trascinato in una morte assurda l’amico River Phoenix, ucciso da una overdose di eroina nel 1993; era proprio il momento più felice per il nostro attore, che allora apprendeva un modo nuovo di raccontarsi con l’epica leggenda di " Speed ". Sembrava che il dolore e il pentimento ribadissero la vicenda di Keanu, come per un dono malevolo che gli dei avessero offerto insieme alla bellezza.

Il vero canto beato per Keanu fu in realtà nella stregoneria imprendibile di una " notte prima " (The night before, 1988), e apertamente, con più vagheggiata emozione, nell’interpretare " Zia Giulia e lo scribacchino ", dove le maschere non devono nascondere la solitudine, come in parte avviene anche in un film che sembra tutto abilità fisica istintiva, " Speed ", ma possono con distesa dolcezza creare la vita, e la vita come fuga dalla stessa finzione. Certo non si tratta di analisi profonda: l’atto filmico è nella stravaganza del recitare indistinto fra scandali d’impianto letterario e amori improvvisati, in cui regista e scrittore sembrano a gara con la folle sceneggiatura e con quell’Eros da villaggio, Keanu appunto, un parigino tutto frasario e incantamento di sensi e di vacanza senza tregua. Sì, ma quale ebbrezza senza peso, quale medicina del cuore, in quelle lacrime della zia, che si scopre meno esperta del giovane apprendista, o in quell’emozionato vantarsi del pivello, che parla di Parigi dopo aver appena letto qualcosa di scrittori americani che l’avevano frequentata, eppure riesce a creare atmosfera con la stessa convinzione del suo sguardo da comunione di rose, e infine deve confessare, dopo esser riuscito fortunosamente nell’atto sessuale, che in amore ha imparato tutto in quella prima volta!

Nascosto nella sua adolescenza, che quasi vorrebbe vincere la freccia del tempo, Keanu, da " Point Break " a " Speed ", fino a " Reazione a catena " o a " Johnny Mnemonic ", passa per diverse mode, adattandosi al gusto dei registi, che cercano di carpirlo in atti di maturità e di consapevolezza; ed egli vorrebbe pur essere così, ma non fino a perdere l’identità della sua immagine aspra, di ragazzo non toccato da sventura o impurità interiormente corrotta. Oh come vorrebbe essere simile al mito ciclico di Proserpina, che nello splendore dei prati di Sicilia, accetta di dividersi fra due regni, quello dei morti e quello della natura rigermogliante a primavera!

Per sfuggire al pensiero della morte data a caso, Keanu ha la padronanza e il passatempo della motocicletta, che non è solo un ghiribizzo, ma piuttosto un simbolo: egli ama nascondersi nella sua casa a cercare accordi dai suoi strumenti musicali, oppure tra le ore del crepuscolo agli angoli dei grandi viali, quando spera di non essere riconosciuto; ma anche ama evadere in folli corse, mettendo talvolta a rischio la sua incolumità. Ma in fondo, tutto il suo agire, ambizioso, deluso e ardente, è per la vita, è contro la morte, con passione shakespeariana. E ancor più lo è diventato durante una lunga malattia della sorella Kim, che ha voluto assistere con premura continua (mio fratello è un principe! – essa ama ripetere). In fondo l’unico momento di rinunzia da lui sofferto si trova in " Te Last Time I Committed Suicide ", dove appare stanco e trasandato (certo non nella recitazione), per una specie di confessione di incapacità, a cui si è sottoposto, non solo per meglio controllare il volto nuovamente amletico di angoscia desolata e di rimpianto amoroso che torna a visitarlo, ma anche per conoscersi meglio, come in uno specchio in cui irride alla bellezza, con la quale aveva catturato il cuore delle folle.

Non essendo riuscito a credere interamente a questo atto di contrizione, egli non può fare a meno di afferrarsi alla proposta di riprendere la sua duplicità con il film " l’Avvocato del diavolo ", che gli viene confermata dal regista Taylor Hackford. L’innocenza e la furia sono il suo binomio, e come aveva fatto in " Amleto " (con 24 repliche, sempre più concentrandosi nel respiro della scena), così ora recupera un sofferto e adirato equilibrio, covando una nuova ribellione, come artista e come uomo. E’ giunto a felice contrasto (sprizzano molte scintille fra i due) con Al Pacino, signore della nuova Babilonia, mentre è a lui invisibile e quasi ripugnante e curiosa la fattezza della tentazione diabolica. Keanu, in quello stringato e fatale racconto, la riconosce lentamente e la aborre, ma anzitutto deve spegnerla in sé, nei suoi infingimenti interiori. In questo egli deve riconoscersi fortunato: aver ottenuto una ostinata ed armonica introspezione, che si legasse alle continue sorprese di satira e di tragedia che la storia esigeva, e che altri attori, più celebri e cari alla volgare opinione, non avrebbero saputo dirimere, e aver trovato insieme il regista capace di riplasmarlo e di volere, contro ogni consiglio in contrario, che fosse rifondata e incoraggiata quella " splendida furia ", cui la sua mente artistica non saprebbe rinunziare.

( aprile 1998)

Keanu: personificazioni e immagini

Nel primo film in cui egli identifica la sua moralità apparentemente apatica ed introversa, " River’s Edge ", Keanu non si riconosce esteriormente dai coetanei se non per lunghi capelli ed una bocca semiaperta e fiera, che mettono in risalto le impuntature di un viso enigmatico, e lente, vagabonde emozioni, da cui, soltanto nello scontro finale con il più piccolo e impulsivo fratello, esplode un grido di antica finalità etica: " Sono tuo fratello! Non uccidermi "; e la sua immagine magra e veloce, che concede pochi attimi alla tenerezza, non si potrebbe scompagnare da quella ribellione al silenzio degli altri compagni conniventi nel crimine, che egli deve con sofferenza denunciare.

In " Permanent Record ", invece, i suoi abiti sono confacenti ad una classe media e agiata, e la sua chioma fluente " a paggio " mette in risalto le larghe spalle di un ragazzo fisicamente sovrastante, ma per contrasto un’emotività fragile, e tanto più ricca e problematica rispetto agli altri. L’andatura ciondolante, interrotta con mosse brusche ed ingenue, e quella risatina ebete e subito dimentica, che gli amici imitano a caricatura, le buccole, i fazzoletti da pirata che mettono un po’ d’ordine in quella cortina che gli impedisce lo sguardo, dando luogo al risalto d’una statura che si va formando, aiutano l’ostinazione a cui lentamente egli si consacra, contro la morte imprevedibile e il dolore ingiusto.

Nel " Principe di Pennsylvania " abiti, chioma ed immagini, pur nella furia di capricci casuali, sono anche la spia di una abilità che proviene dai familiari stessi di Keanu, soprattutto dai suggerimenti della madre; comunque è chiara l’intenzione simbolica dell’aspetto. Il taglio neobattesimale dato alla sua chioma da una compagna di scorribande, con rasatura laterale profonda e asimmetrica, è come una ferita spavalda che dissimula propositi di fuga dalla famiglia e di distacco dalle convenzioni del gruppo sociale, in cui la sua apparente trascuratezza si duole di non " sapere mai la verità ", né dai professori di scuola, né dai più grandi, che fingono amore e rispetto reciproco, e sono adulteri, né dalla sacerdotessa della chiesa a cui appartiene, alla quale preferisce anteporre la statuina di un " San Nessuno " trovata in un cimitero di rottami. L’abito qui è uno squillo che annuncia il " ribelle ", e cioè la decisione del giovinetto di uscire da una minorità arida e ingannevole; la chioma irregolare, come in un gallo che si dispone al combattimento, gli infonde il coraggio di interrompere la festa dei compagni di scuola, che spregiano chi è diverso, e di uscire avventurosamente dalla verginità dei sensi, quando ottiene la prova d’amore da una più matura compagna, simile a lui nel gusto di un abbandono scontroso. Qui il servizio reso da tutta la sveltezza corporea, come del resto dagli abiti o dalla nudità del petto, trasparenti immagini di un baccellone alle prime armi, si risolve interamente nella fragilità incantevole della novella. L’iridescente bolla di sapone non durerà a lungo: ma intanto ammiriamone la volubilità, ascoltiamone il fragile suono di ubriacatura affettiva e sessuale.

In " Dangerous Liaisons " i costumi (per i quali il film ottenne ammirazione incondizionata da tutti i critici) sono studiatamente inseriti in un ambiente storico preciso, vaghi per " pulchritudine ", ma concettualmente veri; e quelli che vi indossa Keanu offrono accostamenti sontuosi in azzurro e bruno, poiché chi è più umile e porta una livrea che dipende dalla benevolenza altrui, deve tramandare anche la disinibita ricchezza dei suoi protettori. Però l’abito che l’attore improvvisamente, nella soluzione del dramma, indossa con aderenza a tutte le sue membra protese in un duello mortale, non è un’immagine specchiata, ma la realtà che sopraggiunge, che dimentica l’inerzia dei ceti inferiori, mentre il soffio della prossima ribellione del popolo di Francia spira nell’ostinazione rivelata da un Keanu sorprendente, del resto tacito e vile per quasi tutta la condotta di quella storia.

Il gioco di un corteggiamento vanitoso, che trepida, si impunta e infine diventa amore, è il frutto di una novella (La zia Giulia e lo scribacchino), che altrimenti sarebbe un motivo non nuovo in letteratura: il ragazzino sfrontato, che si crede uomo più nella fantasia che nella determinazione e che, storditamente inventando un’impresa dei sensi e del cuore, seduce la zia, tanto più matura di lui. Eppure quel racconto è visto con occhi rinnovati, di stupore nella riuscita e di amena invenzione nelle parole e nei baci, nonostante il macchinario malizioso che la radio manovrata dall’amico-scrittore vi suscita attorno, senza peraltro soffocarne la carnalità primaverile e incolpevole. Anche qui le vesti e i capelli di Keanu, tirati indietro secondo un gusto da collegiale in permesso, sono come gli occhi bistrati e i cappellini di zia Giulia; sono anch’essi, nella capziosa varietà dei colori e delle forme (camicie vaporose e punteggiate, papillons, calzoni a mezza gamba, e di continuo l’accostamento con mazzi di fiori, come si trattasse di una colazione di Manet), indizi d’una febbre d’amore che cresce, e che non richiede né giustificazioni morali né compatimenti, essendo essa stessa il felice errore della vita.

In parte quell’immagine aveva attraversato con una mimica indiavolata e spavalda " The night before "; e resta a lungo, a ben guardare, come iniziazione di una creatura appena giunta sulla terra, anche in " Point Break " (1990). Qui la regista Kathryn Bigelow si avvale di Keanu come di un Mercurio in mezzo a noi, anche se infine decide di affidarlo ai marosi del rischio; talvolta l’attore personifica l’eroe, portatore di un altro modo, istintivo e innocentemente brutale, di affrontare la scoperta del crimine, ma anche lui per tratti improvvisi è affascinato dalla scommessa che il reato implica, quando si affidi all’intelligenza e alla veloce dissipazione. Con maggior sprezzatura qui gli abiti e i rispecchiati sguardi, ora subitanei, ora indolenti, distinguono solo alcuni passaggi della storia, dove la bellezza è un’ombra rapidissima. Ma il volto è ancora quello di " My own private Idaho ", con capelli appena mossi e profili mascolini appena in boccio; e subito noi pensiamo ad un accostamento non inverosimile: il modo con cui Scott promette a se stesso di riscattarsi, quando è a colloquio con il genitore, e la sua leggiadria si trasfigura in un lampo di durezza, non è simile a quell’inopinato soffio di scaltra violenza in cui l’agente Utah decide di irrompere, quando la banda avversaria lo sorprende alla doccia della spiaggia e vorrebbe sottometterlo?

Con " Speed " Keanu deve affrontare la " rapa " militaresca che Jan De Bont gli infligge senza complimenti, intendendo che la sua immagine di mastino in azione debba appartenere non a un ragazzo, come Keanu magari vorrebbe essere ancora, ma a un giovane uomo. In realtà quel sacrificio era sostanziale con la parte a lui affidata; tutto il taglio espressivo della folle vicenda sta nella velocità e nel fulmineo gioco, che non ammette immagini di bellezza se non per riflesso, e vieta ogni ornamento (anche la colonna sonora, che ha meritato un premio, è scarna e razionale, senza figure per sé gradevoli). L’immagine risiede ora nei concentrati muscoli dell’attore, talora sofferenti fino allo spasimo, con un sorriso sempre guardingo. E tuttavia il ricordo dell’arte non può scompagnarsi del tutto da Keanu, e potarne la vaghezza significa rinnovarne la fioritura: si pensi soltanto alla sua amarezza disgustata, quando il suo volto si ripara dall’orrore delle fiamme che hanno distrutto l’autobus del conduttore amico, in una strada di Los Angeles, o alla sua rabbia umiliata e al suo deluso orgoglio, quando nella metropolitana è costretto a cedere al ricatto dell’avversario; in quel momento la tratteggiatura del suo profilo è scavata dall’emozione, è quasi barbarica mentre si immerge nell’odio e nella promessa di vendetta, ma è sempre quella di un furibondo eroe.

Anche nel " Piccolo Buddha ", del resto, la raffinatezza dei suoi ornamenti è come un adombramento del suo privilegio intellettuale; l’ascesi lungo il fiume e quella successiva immersione nelle torbide acque, con abiti laceri e calcinati dal sole, e non senza che l’ombra del pene risalti con il grondare dell’acqua, non è meno epica e capace di fermare la nostra meditazione: dopo i fulgori della spensieratezza giovanile, quel riemergere con persona magrissima, e barba e capelli incolti, con occhi lucidi ma non folli, è ancora un simbolo d’arte, un battesimo nella visione, simile ad un Giovanni Battista di Donatello. E quel volto stremato e sensitivo appartiene ad uno dei segni duraturi della condotta di questo artista; non lo si ritrova forse in " Johnny Mnemonic ", mentre in qualche tregua dalla caccia che lo perseguita, tra le sporche rive di una notte che sembra senza fine, il corriere ripensa alla memoria della fanciullezza che intende riacquistare?

In alcuni dei film successivi, nella figura di Keanu compaiono altri sintomi di combattività, che scelgono una più concreta maturazione; le spalle quadrate e il collo quasi taurino, già in " Johnny Mnemonic ", fanno risaltare la solitudine di un viso sofferente e rimasto come balordo dietro alle ombre di un’epoca recisa, che torna però ad implorarlo. In " Reazione a catena " la solidità indifferente a tutti i geli ("non è mai troppo freddo!" egli ribatte) è immagine di una volontà che non si arrende; la recitazione, condotta con risolutezza imbronciata e guardinga, è qui in consonanza con quei profili orientali, che talora Keanu sembra aver dimenticato alle soglie di qualche estatica rivelazione (si pensi a " Zia Giulia e lo scribacchino "), ma che emergono di nuovo con zigomi alti e un taglio di occhi ora mansueti, ora impenetrabili. Alternanza che troviamo perfino in " A Walk in the Clouds ": il ragazzo ch’è in lui spunta in quei riposi ingannevoli, quando egli crede di aver già condotto a termine il suo proposito generoso, o in quel timido spogliarsi nella camera della finta sposa, o in quel goffo provarsi a " volare " tra le vigne insidiate dal gelo. Ma l’intensità orientale degli occhi socchiusi fa spesso da contrappunto. E quell’estraniarsi è non meno necessario, per far intendere la nostalgia per un amore che non dovrebbe concepire, quando egli riguarda a lungo tra la polvere, verso la corriera e la ragazza che con essa sembra allontanarsi per sempre.

Tale contrasto figurativo è una delle migliori spinte emozionali anche nel racconto di " The Devil’s Advocate ", durante la tesi oratoria malevola e quasi arrogante, in cui l’avvocato Kevin rintuzza le accuse portate contro lo stupratore da lui assistito; allora i suoi occhi si dilatano e quasi divorano il volto con il rossore della calcolata indignazione. Però tendono anche a diventare impercettibili e pungenti, mentre la sorpresa di nuovi effetti sta maturando in lui, quasi per un gioco innocente o perverso (è incredibile questa attitudine mimica o impenetrabile della faccia); è l’episodio della scelta della giuria o, più splendidamente, è il momento in cui, tornando da sua moglie in albergo, egli finge una sconfitta, e poi riapre gradualmente lo sguardo e il sorriso, per preparare il trionfo della sua esclamazione: " Sono troppo bravo! ".

Magari ciò non sarà stato sempre vero; tuttavia, queste alternanze figurali ed espressive, restano per Keanu un’arma efficace e pronta, quando siano state indirizzate con pazienza ed energia.

Maggio 1998

 

 

Keanu: l’apprendimento a gestire persone e significati

Qualche difficoltà Keanu ha dovuto rimuovere nel raccordare l’impeto del suo corpo con l’introspezione drammatica necessaria nei grandi film, anche quando in apparenza siano votati al fascino dell’azione pura. Per esempio, fin da " River’s Edge ", l’assillo solitario di far capire il suo travaglio, il suo tradimento verso i compagni di scuola e di erotici incontri, pur di salvare la verità che mai il delitto può trovare giustificazione, e senza tuttavia deprimere la velocità del suo cammino inquieto, di ragazzo che incontra e paragona in sé la legge del " tu non ucciderai! ", lo ha messo a delle prove ardue, in contrasto con la stessa regia, che preferiva l’asprezza della storia piuttosto che il suo significato interno. Ma a ben guardare, un pentimento già amaro e scontroso era, ancor prima, in " Brotherhood of justice ", in cui la disillusione che egli cerca di imprimere in Derek è già quella che sarà pienamente riconosciuta da Matt.

Minore imbarazzo implica il racconto fantasioso di " Bill e Ted ", che segue da lontano le impressioni di film come " Il mago di Oz ", senza peraltro catturarne i segnali educativi (1); in fondo la recitazione richiede lì un’enfasi teatrale cui il nostro attore era da qualche tempo abituato, con molti spaventi e poche riflessioni. Quel " mitico " viaggio appartiene all’immaginario studentesco, ed è dilettevole per dei ragazzi vagabondi e stretti dal solo amore per la musica del rock; così Bill e Ted riacquistano vita e libertà, gestendo soltanto le loro simpatiche figure, senza ombra di contrizione. Il cammino di Keanu è nel noncurante splendore del suo riso inebriato.

In " Permanent Record " ritorna la difficoltà, in una forma teoricamente e drammaticamente più costrittiva: l’attore si muove per istintivi sprazzi di umore scanzonato o cupo, tendendo sempre a quel risalto disperato di ribellione verso il tradimento del suo " miglior amico al mondo ", che suicidandosi ha lasciato solo e indifeso ancor più lui che non gli stessi familiari; vorrebbe averne inteso la sofferenza e perciò si incolpa. E’ questo il punto nodale della sua recitazione, dove per la prima volta Keanu scuote il nostro cuore, sfiorando il senso di un’attitudine tragica appena schiusa. Altre volte però il pendolo di quel gestire sembra frenato ed esteriore; anche perché non gli è facile alternare la pena insopprimibile con il continuo tubare delle ragazze che lo circondano, mentre l’apatia di quella società, che impone per convenienza la soppressione del ricordo di colui che si è ucciso, dovrebbe fortificare per contrasto il suo intelletto; invece lo lascia in uno stato di privazione della persona, come se dovesse trovare in sé la dignità religiosa dell’esistenza che nessuno gli ha insegnato. Anche il " Principe di Pennsylvania ", nonostante alcuni spunti di ritmo drammatico, presenta sconnessioni negli stessi simboli dell’agire scenico: il giovane Rupert esibisce una sicumera anticonformistica che giunge a calcolare rivincite anche criminose, ma poi, dinanzi al padre da lui tenuto in ostaggio, confessa, non vediamo se con pentimento o fredda irrisione, di essere inetto a compiere il male fino all’estremo. Più belli, in mezzo a quest’annoiata aridità della mente, certi episodi da vita zingaresca; il ragazzo sembra a volte un cane bastonato, che cerca un padrone, in questo caso una padrona a lui simile, selvaggia e incompresa, e la trova nella proprietaria di una tavola calda immersa tra i rottami e le strade che non si sa dove vadano. Ed egli per far colpo su di lei si fa radere una gran ciocca di capelli, inventando per lei talismani e sorprese di baci arriva in ritardo alle funzioni religiose, di cui ha in uggia la falsità e monotonia, e rimuginando sempre l’idea di ottenere da lei qualche ricompensa d’amore irrompe nella festa dei perbenistici compagni di scuola, buscando invece una buona dose di pugni.

E’ qui un altro brano di inventiva scenica compiuta, che ci viene incontro con l’arrampicata di Keanu sul tetto del bar, quando inalbera, a beneficio e meraviglia della sua esitante protettrice, l’insegna dei gelati ripescata da chissà quale ingorgo di ferrivecchi, ed egli la fa d’un tratto risplendere nella solitudine, già sfiorando l’emozione di averne in cambio una lezione di sesso. Turbamento sottile e sfrontatezza si fondono nelle danze ora astute, ora irrefrenabili, che a New Orleans lo impegnano in " Zia Giulia e lo scribacchino ", dove quell’entusiasmo venato di paura si trasmette alla nuova compagna dei suoi desideri; qui i profili a volte troppo incisi di Keanu diventano una selva di scarti d’occhiate e sospiri, di sussurri stupidi e bugiardi, ma infallibilmente ebbri e consapevoli del gioco e della guerra dei sessi, con un trionfo dei suoi sguardi e della sua esitazione, della musica dilettosa che li sottolinea, e della presa guerresca delle sue mani, monellesche e ghermitrici.

Questa attitudine da acquerello diviene infine una vera e propria immersione, nei film che tratteggiano l’incanto fuggevole dell’adolescenza: in " Point Break ", per esempio, non solo quando egli ci appare più uno scugnizzo che gioca alla guerra che un agente dell’FBI, portando con sé sfida e anche morte, ma soprattutto mentre si fa invadere dalla passione per la ragazza che gli si è fatta istruttrice nel surf. Allora i primi piani, o l’icona del suo corpo disteso dopo l’impresa d’amore, recano una perplessità che non vieta la prontezza di tutte le sue membra a reagire. In " Speed " la sua avventura è ancor più tagliente, spoglia d’ogni indugio estetizzante; è infatti chiamata a misurarsi con i labirinti del malefico terrorista, la cui ferocia esige da lui una risposta concatenata in ogni attimo, e insieme la rapidità di escogitare, mentre nei suoi occhi si esaspera l’atto di responsabilità e di salvezza in cui nessun altro può sostituirlo. Pochi ma intensi i chiaroscuri affettivi: quando la compagna d’avventura gli raccomanda la prudenza (la stessa tenerezza recisa è in alcuni brani di " Reazione a catena "), ed egli carpisce in un batter di ciglia una promessa d’amore; o quando il suo amico d’arme è distrutto da una trappola esplosiva, e a quella notizia il suo volto grida la vendetta e la maledizione, come l’immagine di un dio pagano adirato, che subito si riarma, con un’ombra di pianto contesa nelle vene.

Del resto, il coincidere della repressa inquietudine con la prontezza al duello, forma l’ossatura anche del film successivo, " Johnny Mnemonic ", che per la sua trama appare sì ingegnoso, ma piuttosto per mezzo di suggestioni figurali e macchie d’ambiente che per veri caratteri. Keanu, a proposito di questa prova, si lamenta di una continua costrizione a balzare e schivare le pallottole, sicché l’abilità dei ritrovati mortali e degli inganni ricevuti e respinti prevale con barbarici spaventi sulle vicende interiori. Tuttavia l’anima riaffiora nei suoi occhi abbagliati e sofferenti, o in certe pieghe amare dei suoi labbri; qui la ricerca della fanciullezza è la vera pietra di paragone, in una fantasticheria tetra, di uno spirito che non teme la spada dei nemici in agguato.

Coerenza espressiva, parola distinta in ogni atto, e poi la terribilità dell’ignoto che si insinua e prende campo in un volto ancora armonioso, dopo le contratte sfide di " Chain Reaction ", donano un più largo respiro al film " L’avvocato del diavolo ", confermando le ricerche precedenti di una "spontaneità " severa. I momenti di questa controversia dell’anima compendiano la guerra implicita nella vita stessa, con le sue ambizioni, la bellezza che seduce e porta a perdizione, il disinganno atroce, lo scontro decisivo con le tenebre che in noi stessi hanno dimora. In breve, Keanu torna all’indirizzo a cui la sua arte si paragona, e dopo la violenza e il divertimento in lui esplosi nell’interpretare " Feeleng Minnesota " riprende il ritmo delle sue figure classiche, dove la vitalità è soggetta alla riflessione del cuore.

( 1) - Sempre sulle orme del " Mago di Oz " si pone un‘altra fantasia interpretata da Keanu per la Tv e intitolata " Babes in Toyland " (luglio 1986), troppo elementare anche per i fanciullini; è di una pasta insipida rispetto all’esemplare, al punto da far respingere i "cattivi " nella foresta, dove il racconto del " Mago di Oz ", invece, ritrova la presenza e il principio della guarigione, e le creature che sembrano terribili nascondono una timidezza solitaria. Keanu è qui un fidanzatino in erba un po’ impicciato, e insieme un difensore dei buoni cittadini, ma, come si addice a un mondo di balocchi, la sua baldanza non muove un passo se non è sicura di un effetto radioso. Si stenta a credere che in quello stesso anno sia stato il personaggio introverso e contrastato di " River’s Edge ".

Giugno 1998

 

 

Keanu a lezione d’amore

La ricerca d’amore non fu per Keanu meno importante del suo connaturato desiderio di ascoltarsi in solitudine. Già nelle parti minori, quando recita in teatro, per esempio quando interpreta la figura di Mercutio in " Romeo e Giulietta " (1985), egli si entusiasma parlando dei sottili incantesimi d’amore, ma sembra parlare più per gli altri che per se stesso, come succede proprio a Mercutio, che è avvinto da quel fascino e ne teme la folle presenza nell’amico Romeo. L’amicizia è anche per Keanu compresa nelle pagine d’amore, sacra al pensiero piuttosto che dedita ai lombi, ma tale da esigere contrasto e talora crudeli disillusioni. In uno dei film significativi della sua prima adolescenza, " River’s Edge ", egli deve appunto rinunziare, con spine e ferite continue, al patto primordiale con i coetanei, pur di serbare il senso ideale dell’amicizia, poiché l’affetto senza purezza del cuore è falso e vano.

In altri film del suo noviziato, come in " Bill e Ted: un mitico viaggio ", la passione ebbra per la musica rock si identifica con la predilezione verso un amico che gli sia compagno di fantasticheria e maestro (come del resto avviene, con tragici riflessi, in " Permanent Record "); nella realtà della vita egli trovò questo conforto nell’attore River Phoenix, a cui chiedeva consiglio per uscire dal suo scontroso isolamento. Anche per conversare con le ragazze si rimetteva alla guida di River; o lo incoraggiava a fargli compagnia con le prostitute, sui grandi viali di Los Angeles, forse per legarsi ancor più all’amico, nella connivenza in qualche impresa inconsueta. Il suo amore più ostinato risiede tuttavia nella precoce elezione dell’arte, che presto si rivela in lui irremovibile e quasi sacra, tanto che egli ne fa quasi un cenacolo o una " bottega ", con la complicità dei familiari, della madre e delle sorelle soprattutto, che ne promuovono l’immagine presso le platee studentesche, inventano per lui i costumi, lo risanano da sfortune e incidenti, e infine lo accompagnano in Europa, nella sua nuova intestazione per il rock, al seguito dei " Dogstar ". Apprendistato in arte e apprendistato in amore affiorano in altre sue recitazioni, come quella del " Principe Di Pennsylvania ", dove la figura di Rupert è lui stesso, che nella sua " bottega " impara a mischiare i colori di un cinismo apparente, pago dei suoi abbozzi e delle sue derisioni, ancora insoddisfatto e privo di una trama vera, di una rabbia autentica; ma nello stesso tempo egli comincia ad ascoltare le lezioni del cuore, e soprattutto la condiscendenza verso le creature spregiate, rimaste ai margini della civiltà.

Il tradimento che si annida nella passione si rispecchia in " Permanent Record ", un film ineguale e gracile come sceneggiatura, potente nel suo messaggio ; si tratta ancora una volta di amicizia, per il " migliore amico al mondo " (le ragazze infatti sembrano a volte solo un tramite per sentirsi accarezzati; sono talora di una sfumatura intensa, ma divengono oggetto di tenerezza o strumento di sesso, con scarsa incidenza nei percorsi della mente, mentre il diploma scolastico è un obbligo di sopravvivenza sociale). Con il tradimento, ahimè, coincide la morte, la morte assurda che l’amico David ha cercato senza alcun sintomo di sofferenza. Come può l’amico privarti del suo sorriso, del suo consiglio, della sua custodia? Molti sono i tratti, in quel sommesso epicedio, che fanno indovinare le tendenze gregali e il senso del vuoto esistenziale da cui sono afflitti i giovani d’oggi: l’assenza di Dio non pone né problemi né rincrescimenti; e Keanu appare infine il più sincero, mostrando indifferenza al rito e al compianto sul corpo dell’amico di nuovo sconosciuto, mentre tenace e pronta a sfidare ogni contraria convenzione è la sua memoria, che è proprio, con il suo lutto umorale, una rabbia e volontà di amore.

Ferirsi mortalmente è la prima tentazione dell’amore deluso; in questo destino egli fu preceduto, e spinto a ricredersi e a guarire, dall’amico River, che forse, recitando in " My own private Idaho ", si invaghì davvero dell’ingenuità e dell’entusiasmo di Keanu, con tanta convinzione da restare irretito nelle stesse tentazioni e negli stessi vizi di quei giovani ribelli di Portland, che essi dovevano insieme impersonare; e con quel mondo insidioso, infatti, ambedue si erano affrontati, per essere più spontanei e veri nell’immagine e nel portamento da ragazzi corruttibili, al servizio della geniale ma perigliosa regia di Gus Van Sant. River si smarrì davvero e morì per overdose. Keanu schivò le tenebre più folte della droga, protetto da qualche " San Nessuno ", ma anche perché in lui ribolliva la lettura quasi religiosa di Shakespeare, con la sua emozione instancabile per la vita, con il gusto della lotta che si annida sempre nel cammino dell’arte, dell’esilio e della lontananza, ristorando l’affinità dei cuori (così concepì la sua rivincita e portò sulle scene "Amleto ", assicurandosi di nuovo l’amicizia con Kenneth Branagh, che pure, in " Molto rumore per nulla ", l’aveva lasciato in una comparsa episodica e negletta).

Uno dei passaggi più spinosi per il nostro attore, in questa inevitabile lettura dell’innamoramento, lo si risente in " Point Break " e in seguito in " Speed ": trovarsi d’un tratto, mentre la nostra esistenza sembra caratterizzata dal dovere, coinvolti dalla guerra dei sessi, che è poi affinità di spirito e talvolta di gelosa ritrosia. La trovata geniale della regia di Kathryn Bigelow, come poi di Jan De Bont, consiste nell’identificare in Keanu, per età già maturo, il terrore del sesso e del sacrificio di se stessi alla vampa carnale. Ricordate com’è adombrato di malizia quel suo impercettibile deglutire, quando durante la festa notturna sulla spiaggia la bella e scontrosa Tyler si allontana nel riflesso dei fuochi accesi, ed egli sa che deve seguirla, al richiamo delle sue natiche avvolte di raso azzurro?(1)

Ma proprio le istanze sessuali, che parevano contrastare con l’immagine " monacale " di Keanu, trionfano come fiume in piena, con strampalata e assurda perdizione, nel film " FeelIng Minnesota ". Anche qui l’attore si dispose ferocemente alla bisogna (come " uno strano gattone tutto concentrato nella testa " cercò di presentarlo la partner Cameron Diaz, senza convincere), appunto perché propendeva ad accettare un’altra vicenda anticonformistica, sia pure a contraggenio. Ciò che aveva detto, quando Gus Van Sant lo persuase a sottoporsi ai baci dell’amico River, ripete ora: " io sono un artista, ed è la storia che mi deve interessare "; così affida la sua immagine alla rabbia amorosa che a lui si richiede, quando fin dall’inizio del film si imbatte nella cupidità vendicativa e nel corpo attraente e quasi ferino della sposa di suo fratello.

Alcuni critici rimasero crucciati per il successo infine ottenuto da Keanu nel film " Speed ", con i suoi insegnamenti di energia e di innocenza; Julie Burchill nel " Sunday Times " lo schernì per una pretesa somiglianza con le attrici cosiddette " divine ", nelle quali il fascino di gran lunga prevale sulla capacità recitativa, sul carattere drammatico, sulla pieghevolezza della dizione. E Thomas Kline, in un’intervista con Bertolucci su " Piccolo Buddha " (1993), avanzò il dubbio, a proposito di Keanu, che egli fosse " ambiguo a diversi livelli "; ma Bertolucci ribatteva con profonda convinzione che egli era " incredibilmente innocente " nello sguardo e in ogni atto della sua figura (fosse pure di androgino, di bisessuale, come del resto non si vietava di essere a Budda stesso). In effetti è proprio così: quando il principe Siddhartha è mosso a un sorriso impenetrabile, quando la sua scodella si muove contro la corrente del fiume, quell’immagine in cui Keanu si immerge, è non solo avvincente, ma è la riconoscibile icona di un intelletto pacificato con tutte le creature, ed è incancellabile. Quando in " Speed " egli giura di vendicarsi della sleale ferocia dell’avversario, la maschera dei suoi occhi è simile a un essere superiore, consacrato alla furia; e in quell’attimo il suo cuore ha radice nel fascino del volto, da cui si dilata appunto un nembo di tenerezza per la fanciulla caduta prigioniera del folle, ma anche di esaltazione per l’avventura che gli ha preso il sangue, e che non soffre di restare ingannata.

Ora, volendo tornare al senso più comune d’amore, come Eros che appaga e vince, o all’opposto, come ricordo che si distacca senza ritorno, noi vediamo che Keanu, sappia egli conquistare la fatica d’amore, come in " A Walk in the Clouds " (o già molto prima, in apparenza di rituale apprendimento sessuale, per esempio in " Flying ", o in " The night before "), o ne sia sorpreso quasi in lampi di chiamata e di lontana promessa, come avviene in " Speed " e in " Johnny Mnemonic ", o invece stia per inclinare all’inettitudine, avendo oltrepassato i confini della sua sorte (The Last Time I Committed Suicide), non rinunzia a interpretare la legge della passione, con i suoi riti iniziatici, e poi, su di un piano di scoperta affettiva, con la sua fedeltà, con la sua follia o con la sua decadenza, anche mentre appare tutto dedito ai fulgori dell’azione dinamica; non si tratta solo di abilità e di mestiere. E neanche è vero che egli desideri essere sempre al centro dell’attenzione. Leggere senza preconcetti, ritrovando con ingenua o cocciuta ritrosia gli imbarazzi celati nei personaggi (starei per dire: perfino in un film di pulsioni selvagge e di tenerezza repressa come " Feeling Minnesota ", perfino in quel cagnolino che ha sottratto alla solitudine), è per lui la vera ragione di essere attore.

  1. (1)   - E’ naturale che in questo compendio si insista fondamentalmente sul fremito e l’avventura del cuore; eppure negli anni precedenti a " Tune in tomorrow " Keanu deve riparare a continui corteggiamenti e a fanciulle pronte a consolarlo, essendo le pagine, gli esperimenti e la scuola, nubi senza alcun rovello, e le ragazze invece una brezza continua di baci e talora di amplessi.
  2. Anch’esse però rimangono senza traccia, nel momento in cui dalla consuetudine degli scambi amorosi fra l’uomo e la donna ci verrebbe di aspettare una riflessione o un impegno di vita (ma quelle compagne di scuola, non certo di studi, sono in realtà rimedi della concupiscenza, " nel film " Brotherhood of justice ", in " Permanent Record ", in " Parenthood "). L’intelletto che vaneggia con la passione, la bellezza che si fa idolo per l’amante, il groviglio dell’anima che cede alla confidenza, prendono inizio per Keanu soltanto nell’interpretare " Aunt Julia " o " Point Break ".

    Settembre 1998

    Keanu Reeves durante la lenta liberazione dal ricatto della critica convenzionale: o reciti ancora il personaggio di Ted o ti priviamo del nostro favore

     

    " Brotherhood of Justice " (1986)

    In questa commedia amara, toccata da riflessi di introspezione ancora acerba e distratta, Keanu tenta per la prima volta di uscire dalla sponda di un lungo sonno, in cui era stato esclusivo oggetto di tenerezza e sguardo innamorato di sé. Come poteva essere diversamente, se anche in questo racconto, dove egli assume l’ira di un giovinetto presuntuoso e padrone, la luminosità dei suoi tratti combatte ad ogni istante con la torva maschera del vendicatore, subito riportando quel volto ai giardini delle stampe giapponesi, non appena la sua fantasia abbia interrotto le scorribande notturne dei compagni e le ritorsioni di una giustizia immaginaria?

    La figura che egli interpreta di Derek, benché si tratti di un rampollo accudito alla perfezione, attrattivo con le amiche di scuola e forte in ogni cultura fisica, ed egli vanti una segreta supremazia, capitanando una studentesca " Fratellanza per la giustizia ", costituisce il primo tentativo di ritrarre il dolore di un legame che si deve spezzare, l’ombra di quello che sarà davvero un rinnegamento di scrupolo morale, altero e sofferente, nel felicissimo personaggio di Matt, uno dei più belli del primo noviziato di Keanu. Credo anzi che il regista di " River’s Edge ", Tim Hunter, abbia compreso quel partito di aurora psicologica e di selvatica stranezza che si poteva distillare dai primi dubbi che inacerbivano Derek: una fantasia sdegnata, il corruccio di un punitore che si sente trascinato al di là dei primi ideali, e denuncia il delitto dei compagni, non per vantaggio, ma perché presago delle conseguenze criminose dell’errore. Tim Hunter coglie per primo quella grinta di ribellione, quel volere apprendersi alla voce del pentimento atterrito ed essere esposto alla taccia di tradimento. E ne riprende il personaggio sulle rive di un fiume fangoso, correggendo lo stupore rimandato da quegli occhi incolpevoli con una pittura di ambienti grami e in un vagabondaggio trasandato.

    Invece in " Brotherhood of justice ", che è un film per la TV, manca quest’ultima stesura di tono, e la trama mette allo scoperto un contrasto di sembianze, che renderà difficile a Keanu raggiungere l’abilità disinvolta, nel saper giocare le reazioni che il cinema di libero impianto costringe ad imprimere da qualsiasi angolatura. Era, quella incoerenza, lo stesso dono degli dei: lo splendore e l’innocenza di un’armonia che lo rendevano talvolta poco credibile, quando gli affetti prendessero il primo accenno di tempesta. Di quel dono Keanu dovrà lentamente liberarsi, senza rinnegarlo mai nel pensiero. La storia di Derek sembra favorire all’inizio il primato della sua giovinezza: ha una forte tempra sportiva, la ragazza che si è fatta nella scuola ne adora ogni passo, ed egli si può inorgoglire di un rivale timido e onesto (Victor), che non osa mai metterlo in imbarazzo. D’altro canto i compagni più ribaldi e pronti alle incursioni punitive, ne accettano il superiore pretesto di raddrizzare i torti, ne rispettano il comando ed i pugni ben assestati. Le uniche persone che possono mitigare quell’orgoglio cocciuto, quel concetto di giustizia deviata nel gusto degli incendi e degli accoltellamenti, sono il minore fratello e l’amica dei baci ma non del cuore, che però infine rivela un’intelligenza ed un presagio assenti dalle altre figure femminili (bisognerà giungere, per scoprire un simile rimprovero, alla selvaggia Tyler di " Point Break ").

    Soltanto i dialoghi che Derek intesse, pur impaziente di stornarsene subito, con queste creature miti ed esposte alle tentazioni, reggono il confronto con la verità della psiche: bello è quel tratto in cui costringe il fratello a confessare di essere stato attirato ad una prima esperienza di droga dai più grandi, ed egli quasi lo vuol picchiare, finendo per accettarne il pianto e per ostinarsi in una responsabilità che si addice ad un padre, ma che balordamente esce in una vendetta di cui non sa misurare le conseguenze. E felicemente graduato è il colloquio del pentimento, che la ragazza finisce per strappargli, indovinando le sue tracotanti ritorsioni e un lento, ma per ora impossibile ritorno da un’ebbrezza a lungo idoleggiata e creduta giusta.

    Ma è la stessa Lori Loughlin che gli farà da compagna di ballo in " The night before "? Questo racconto sì che è un abbandono felice, dove Keanu può balzare da una trappola a una sbadataggine, ma calcolando di emergere a riva, solo con l’esibire la sua scaltrezza nascente e la sua parlantina inesauribile! Riconosciuto questo maggior grado di fusione tra la veloce bellezza giovanile e l’energia comica, che sarà il carattere di " The night before ", bisogna però aggiungere che " The Brotherhood of justice " è l’antecedente di " River’s Edge ", è il paragone di Keanu come attore d’azione sofferente e di intelletto assorto. Se non avesse accolto questa prima ascesi, questa malinconia inspiegabile tra la furia e il ravvedimento, probabilmente egli sarebbe rimasto imprigionato in un’immagine incorrotta, che chiunque, trascorsa la prima benevolenza, poteva fare oggetto di brama e poi abbandonare al silenzio (come, in effetti, farà di lui Kenneth Branagh in " Much ado about nothing " -1992).

    Anche Derek-Keanu qui finisce in carcere, come i suoi compagni che egli ha dovuto tradire di fronte al crimine estremo, ma si capisce subito che ne uscirà temprato. Dopo dovrà fare tutto da solo, perché da queste parti non esistono genitori capaci di una parola autentica, che si imprima nei giorni: e d’altro canto la scuola (" Santa Lucia ", protettrice della vista interiore!) molto si occupa dei muscoli dei giovani alunni e poco di far apprendere attraverso studi severi.

    Infine, qualunque sia l’opinione dei critici di giornale, sarà bene osservare che i primi film di Keanu si pongono spesso problemi di natura morale, di presenza nella società non solo di " ludi scholastici ", ma anche di un grave smarrimento dell’anima. Difficilmente sono banali.

    " Dream to believe " (Flying ,1986) di John Sheppard

    Ci sono naturalmente dei momenti, in un anno così denso di prove e di successi, nei quali il nostro attore deve fare da " principe consorte " o anche da rimpiazzo, tirando anche lui la carretta di un commercio così fugace e spietato com’è quello del cinema, e sembrare impacciato, vestito quasi per burla e a volte segno sottinteso d’ironia da parte dei coetanei, o anche candidamente privo di intelligenza. E’ il caso di questo film, che s’incentra sulla figura di una giovane ambiziosa, interpretata con bel cipiglio e dentatura tenace e aggressiva da Olivia D’Abo, che si dedica interamente alla ginnastica, riuscendo infine a superare in eleganza e perfezione di arabeschi inventivi ogni invidiosa collega o compagna di classe (ce ne sono a nugoli, ad ogni soglia di queste scuole; pochi i libri). Infine, come una Cenerentola del volteggio continuo, riuscirà a stupire tutti, e a vincere la competizione più bella, con le cascate del Niagara accanto, e in un angolo, trepidante nell’attesa, il fidanzatino fresco, Tommy (anche lui a volte oggetto di beffa tra gli amici perbenisti), appunto il nostro Keanu.

    Bisogna riconoscere che la gara finale è frizzante, che il mondo invidioso dello sport agonistico è reso con efficacia. Ma la storia, per quanto complicata da tutte le pedate negli stinchi che la maltrattata Robin deve subire nella scuola e in famiglia, non ha un nucleo affettivo credibile. La più bella sequenza è quella in cui la giovane, nelle prime ore della notte, si rifugia in un sotterraneo e, davanti a degli ammirati e corretti guardiani notturni (possibile che a nessuno venga in mente l’opportunità di deflorarla, o per lo meno di dare un fischio al balenare delle sue cosce ?), si scatena in una ridda di numeri e di esultanza ginnica da mozzare il fiato. A Keanu non resta quasi nessuna scena che valga; e quindi, di buon grado, egli si presta a mantenere la cortesia di togliere alla ragazza la seccatura d’essere ancora vergine; e lo fa senza tanto contrasto, come un servizio inappuntabile, da sposino-cameriere. Anzi, dopo aver guidato Robin che piange per un lutto familiare, ma ancor più determinata di lui, in un privato e comodissimo letto, si fa spogliare come un bambino (restituendo il piacere, è chiaro). Anche il tono di Keanu non è di sfida invereconda e boccaccesca quale esibirà invece nel film " Parenthood ", che è del 1988, ma di ubbidienza infantile e delicatissima, con un volto di porcellana orientale che ricorda ancora le sue prime esperienze, diciamo, iconiche, addirittura il ragazzo di " Wolfboy ": solo che qui deve fare da maschio.

    Ecco, volendo spigolare, c’è un momento tersissimo di grazia e di convincente presa erotica, in cui l’attore rivela la sua futura attitudine a prendere dall’incontro dei sessi tenerezza e piacere, con un fremito originale in quel suo stupore da apprendista e quelle mosse sversate e pagliaccesche per farsi bello; allo stesso tempo vi si concentra un soffio di autunnale fotografia, adatta a fanciulle sospirose, ma non priva di giocosità scacciapensieri. Ed è quando Tommy-Keanu, che oltretutto era prima, da quella stessa ragazza, scansato per la sua aria di eccentrico baiocco, mostra di possedere un’abilità segreta, che certo non potrebbe competere direttamente con i colpi acrobatici di lei. Egli infatti, dopo aver finto un’ira impermalita e scontrosa, ma portando amore negli occhi, con i suoi già lunghissimi piedi s’impunta via via a quelli della ragazza, che deve arretrare al pilastro di un magazzino, e quindi offrire la bocca indifesa a lui, che festevolmente dà la stura allo spumante dei baci, imponendole il marchio del possesso. Non è molto; ma la compressa energia di Keanu, che sembra già distratto dalle ombre adirate del confinante impegno nel film " River’s Edge ", deve saper attendere e convenire che talvolta la compagna è più forte.

    " Opiniones aliquae de RIVER’S EDGE "

    " Iuvenes ad ripam fluminis ", tragoedia est vestigio primo impressa illius afflictionis, quae saepe videtur aetatem nostram minari vacuo contemptu mundi. Adulescentes in ea depicti, frustra inutiles dies apud aquas sordidas contemplantur, quia solum defatigata vitia cognoscunt, incuriam parentum, disiectos mores, denique improvisam barbariem mentis stuprandi furore accensae. Quomodo, in hac unisona tristitia fluminis et civitatis, iudicabimus pulchritudinis absentiam, candorem animi ignoratum, amores numquam mutuos, saepius sensuum addictos insaniae, beluarum more? Matthaeus (cuius personam Keanuus gerit) tamen emergit et improvise, sed fermissime negat se neglegentia praeterire cuiusdam amici scelus, qui vitam puellae sibi coniunctae obtruncavit. Atqui amicorum conventionem ad tacendum rumpere debet; et amici ante oculos eius consanguinei sunt, dum familia impura est, orbata consiliis et personis quae filios doceant futurae vitae integritatem et proposita.

    Ille denique, pro sua pudicitia, delictum recusat et aliorum silentium a se dissociat, sciens numquam gratuitum crimen condonari posse. Itaque ipse in hanc auroralem notionem restituit se; familiares enim de rebus divinis tacuerunt, et civitatis magistri, ad iuvenes docendos legati, acri autem ignorantia affecti, ipsam rationem de finibus bonorum et malorum obliti sunt. Absunt igitur signa animi evolutionis, per quam Matthaeus aptus videatur ad vitae praetium inaestimabile habendum. Sed inopia haec vere ad narratorem pertinet ; interpres contra, per aegritudinem in vultu tacite eminentem renovatus, spernit malorum ignorantiam cui amici consentiunt.

    Et interea, quam teneri et fugaces motus amoris illius erga parvam sororem; et praecipue, ante fratrem, qui in rabie et clamore eum perfidum fingit et illi mortem minatur, quam benigna Matthaei concitatio, cordis flamma revelata, clamantis ad antiquissimum pactum naturae: " Frater tuus sum! ". Momentum illud nuntiat Keanuum dramatis rerum humanarum actorem fieri; inde eius iter in intellectu Siddharthae principis, in deliriis placandis amici cui nomen River fuit, in denegandis terroribus et illecebris adversarii Dei (De fab. " Advocatus diaboli ").

    Keanuus, morale dilemma amplectens, conscientia excruciatur, in aetatis suae flore aliis absconditus; ideo est dramatis persona refulgens, sine clamoribus et portentis, nullam deformitatem concedens corruptis scriptoribus saeculi nostri. Quaerunt ii fabulas strepitu plenas; ille disciplinam suam non corrumpet neque arcum suum declinabit.

    " Bill and Ted’s excellent adventure " – " Bill and Ted’s bogus journey " (1987- 1991); una strada senza uscita

    Dopo " River’s Edge ", forse perché è spaurito dalle implicazioni drammatiche e dalla pensosità in cui l’ha condotto il personaggio di Matt, Keanu si volta di nuovo alla fanciullezza scanzonata e ribelle, che egli a tratti adora; e così accetta con entusiasmo di rappresentare, insieme all’attore Alex Winter, una ciclonica esperienza di viaggio nel tempo, dove compaiono le ombre di filosofi, avventurieri, conquistatori, musici e capitani, come le figurine di una raccolta per ragazzi svogliati. E’ un’idea grezza, ma capace sempre di affascinare, quella di Bill e Ted, discepoli senza sistema, che rischiano la bocciatura, e devono quindi completare la loro istruzione nelle discipline storiche, capriolando fra dileggio e paura lungo le apparizioni di una fantasmagoria ultraterrena, fra l’altro vagabondando anche in Italia fra castelli e Colossei.

    Nella versione ultima e " metallara " di questo loro raccapricciante e mitico viaggio, l’aldilà e le direzioni del tempo rapiscono Bill e Ted in una centrifuga imbrogliatissima, con la figura della morte, balorda e canzonata, che si fa mettere nel sacco da due pivelli nel gioco della battaglia navale, con le loro stesse persone replicate da androidi, che appaiono diversi per finalità esistenziali, ma sono similmente sguaiati e meccanicamente istintivi. Neppure di fronte a un Lucifero invano sferragliante, o davanti a Dio in Paradiso, che essi apostrofano come un titolare d’azienda a cui debbano chiedere il piacere di un’altra mensilità da godere sulla terra, nessuna angoscia o trepidazione d’animo. Ted – Keanu pensa a un certo punto di dover indietreggiare in un tempo " personalizzato "; ma non sembra che alcun accento o gesticolazione distingua i due attori, affiliati a quel mondo di chitarre che essi mimano fino allo stordimento. E con fracasso anche nel loro titolo in gara, gli " Stalloni selvaggi ", i due amici approdano infine al palcoscenico in cui si svolge la battaglia delle bande rock, riuscendo a vincere per i micidiali effetti piovuti con loro dalle dimensioni temporali e per le burlesche trappole che vi si avvinghiano ancora. Di Keanu dunque resta soltanto l’impiego d' una vorticosa esultanza fisica.

    Sennonché, quella catastrofica penitenza di Bill e Ted, che travalica nella parodia di una discesa agli Inferi, con tanto di fiamme e di dannati, e nel congedo riesce a lusingare beffardamente le autorità del Paradiso, un’amabile e strana sciocchezza insomma, che sembrava adatta al temperamento dell’artista quando l’impresa ebbe inizio, nel 1987, fu lasciata a languire sugli scaffali dei distributori, e rimessa in circolo solo nel 1989, quando Keanu si era orientato e forgiato diversamente. Intanto egli si era nuovamente prestato come supporto in " Parenthood " (1988), gioconda e fluida pantomima dei vezzi e delle nevrastenie proprie di una famiglia americana che si ostina a conservare legami d'amicizia e parentela, dove l'attore si esibisce in una sfarfallante veste di ragazzo e di sposino, vero e proprio " fanciullo da letto ". Con la voracissima biondina Martha Plimpton a lato, con le macchine da corsa nel cervello, con poco lavoro e molto sesso tra le mani, quel bighellone in perpetuo ruzzo appariva tuttavia, per certe trasognanti impressioni, anche come un aurorale kouros di intensa chioma e di vasti omeri; e come sarà diverso il suo personaggio erotico nel film successivo di " Zia Giulia ", quando il regista gli restituirà fascino e sottigliezza affettiva!

    Nondimeno il successo di " Bill eTed " fu incredibile, quando il film uscì nel 1991 in una versione conclusiva (con il titolo di " Bill and Ted’s Bogus Journey "), e l’attore veniva fermato di continuo dai giovinetti e dai fanciulli che gli chiedevano autografi. Ora egli aveva 25 anni, e il carisma a scoppio ritardato, che non provenisse dalla cultura e da un’interiore immedesimazione nel personaggio, gli era divenuto estraneo e temibile, tanto da farlo meditare sul detto che niente può riuscire pericoloso come l’aver successo. Eppure quella vanità e danza nel divertimento egli aveva tentato di nuovo nel " Principe di Pennsylvania ", con simile ebbrezza, ma con qualche lampo di sensibilità offesa, di ribellione cocente, e quindi senza la goffaggine di dover essere umoristico ad ogni passo.

    In " Bill e Ted " prevalgono la stessa andatura balzellante e la stessa chioma spiovente, con le quali Keanu si presenta anche in " Permanent Record ", intestato com’è nella gioia di ripetere lo splendore di ogni amicizia creduta " per la vita "; ma in quest’ultimo film egli s’affida proprio a quel colpo d’ala verso il mondo della promessa tradita e del dolore, che lentamente lo porterà a riconoscersi come attore drammatico. In " Bill e Ted ", invece, sembra che dia fondo per sempre al desiderio di un incantesimo senza oscurità, a quella attrazione per la musica e la parola declamata o cantata, che talvolta contrasterà la ragione aperta del suo cammino, e lo spingerà ancora a fuggire da temerario, fino a mostrarsi in un carro di Tespi per mezzo mondo come componente di un complesso rock (nel 1995/96 con i " Dogstar ", che sembrano aver colto un’armonia ariosa, fosse anche soltanto per la canzone "Our Little visionary", ch’è una delle più belle inventate ultimamente).

    Da quel proscenio scarabocchiato Keanu si separa a fatica; troppo piacevoli sono quei passi vitali, quel dialogo da picchiatelli, quella principesca volubilità che sprizza dalle parole pur triviali e dagli incontri insensati e burleschi. Ma egli comprende che le maschere di puro sbaraglio sono una tentazione che può aggredirlo profondamente nella sua persona: " Quando il mio tempo sarà concluso – egli riflette – io sarò ricordato solo per aver recitato nella parte di Ted? ". La commedia vera, infatti, sottintende la malinconia, la scoperta indulgente e mordace insieme delle debolezze umane. Per il momento dunque se ne distoglie; altre ispirazioni lo convincono sempre più: e sono i temi dell’amicizia che ci esalta o ci affligge nel ricordo, dell’adolescente che soffre e si adira coi paragoni che lo fanno adulto, e infine, della vita scoperta come salvezza, per rivendicare un bene comune o il consiglio della coscienza individuale, e non per riparare semplicemente a una temuta bocciatura di esami, o per vincere una battaglia di orchestre rock.

    Ma quella inclinazione precedente non ha alcun presagio educativo? Neanche questo è del tutto vero. La scanzonata andatura della prima giovinezza cambia, ma non scompare, dove da una storditaggine irridente si trasforma in viaggio attraverso i frammenti della memoria; sarà in seguito, con verità d’arte, il duello in corsa di Johnny Mnemonic, con un aspetto ancora da sfolgorante ragazzo, spaventato e stremato, ma deciso a riuscire, fra le violenze e le febbri di un’età semidistrutta. Eppure (vedi come sono insipidi e malaccorti certi recensori!) la cartapesta fiabesca del viaggio di " Bill e Ted " ebbe un incoraggiamento clamoroso, mentre il diamante nero di " Johnny Mnemonic " è quasi dimenticato nel cassetto.

    " Il principe di Pennsylvania " (1988); una innocenza selvatica e dissipata

    Nella parte di Rupert Marschetta Keanu sembra uno sbarazzino divertito e insieme continuamente imbronciato; in fondo, quel ragazzo che improvvisa malestri per evadere da luoghi monotoni e brutti, dove l’unica diversione è l’adulterio e l’educazione è priva di ogni cultura familiare o scolastica, consistendo (si fa per dire) in guizzi di rimprovero umorale o di subitanea tenerezza tra genitori e figli, ragazzo e compagna d’amore, ma senza ombra di vero attaccamento, è quello che egli avrebbe desiderato di essere a lungo, e che per fortuna non ha voluto essere che per un tratto breve. Perciò tutta la storia di Rupert è un fuoco d’artificio, tutt’al più un caleidoscopio di profili seducenti e di solitudini.

    Armato di casco, in motocicletta o in miniera, con un gran ciuffo provocatorio e l’andatura dinoccolata di un cane da pastore, Rupert è ancora al di qua delle scelte morali: ne avrà di strada da fare, prima di essere coinvolto in un paragone rischioso e serio, come quello di " Reazione a catena "! E però, proprio a motivo delle sue sbandate e mal concepite bizzarrie, esprime un latente senso di tenerezza; quale si potrebbe provare per un figlio che recita in un teatrino familiare, mischiandosi a figure di cartone e reggendo in bilico tutti i fili possibili, per strappare uno sguardo di ammirazione o una risata, secondo l’estro o la riuscita del momento.

    Ma vediamo insieme uno di questi esili richiami: i genitori stanno insieme forzatamente, e Rupert non riesce a decidersi fra i due. Qui sta un motivo di estraniamento e di ribellismo; ma egli si limita a lamentarsi che nessuno gli dica la verità. Dimentica poi ogni cruccio, ogni nascosta tristezza, per farsi valutare in amore da un’amica più matura di lui, quasi cedendo a un’attrazione incestuosa. La cosa muore di volta in volta. Un altro filo: si sente a scuola persona non grata, un anticonformista che vuole e non ottiene la verità; ma il contrasto è semplicemente enunciato; e perdona la madre, perché, pur tradendo il marito, è per lui un’immagine di rivoluzione sociale nei confronti del padre, che invece, essendo stato in Vietnam, passa per un reazionario incapace di inventiva e di gioia. E con l’amica delle sue viscere? Gli importa soprattutto che lo coccoli e che l’aiuti in amore a nuotare come un delfino. Tutto è iridescente come in una bolla di sapone. Ogni idea che abbia un’origine di sofferenza o di perplessità umana resta qui un pretesto, con un senso di malinconia per le cose che sfuggono dalle mani senza essersi adempiute; eppure, esse non sono catturate per sempre dalla buffoneria e dalla stravaganza. L’iniziazione agli amplessi amorosi tornerà in " Point Break ", resa credibile dallo stupore quasi ubriaco della riuscita; il corteggiamento, da balordo e distratto che era, diventerà alitante e magico in " Tune in tomorrow ". Del resto l’andatura da bighellone e sbruffone non sempre riesce male a Keanu, e per esempio, in " Permanent Record ", quel primordiale passo da " esordiente in teatro ", costituisce l’acciottolato ingenuo in cui egli scolpisce per la prima volta un autentico dolore.

    Per il resto, molto dipende dalle manchevolezze del regista, che non si decide a curare il suo racconto: nell’episodio del rapimento tutta la coreografia è farsesca, e tuttavia, quando il padre incatenato chiede a Rupert : " Saresti capace di uccidermi? ", la risposta ha un tono di amara o di provocatoria riflessione (non si comprende bene) che non persuade : " Ho pensato di poterlo fare! ". In fondo, l’unico episodio improntato di una scapestrataggine piena e risoluta, trascorso da Keanu quasi di slancio, è quello in cui il nostro eroe irrompe baldanzoso nella festa di ballo dei suoi compagni di scuola, con emozione di sfida e astuzia calcolata ma in fondo incauta, tanto è vero che alla fine sarà cacciato a pugni proprio dai perbenisti che a lungo ha deriso ; ed è un brano comico vigoroso, che non avrà seguito. Dunque, dov’è quel senso che ci fa guardare a Keanu con benevolenza? E’ per ora soltanto un’impressione: che in mezzo al ciarpame dei suoi meccanismi e delle sue beffe, lo protegga, oltre ai talismani ripescati a caso fra i rottami abbandonati, la protervia indifesa del suo sguardo.

    Come esprimerà la sua protesta verso una società che tante volte gli è parsa ipocrita e ripetitiva? Keanu la conseguirà infine segretamente, in una parte umbratile, sottomessa, proprio in quel personaggio di Harry del film " The Last Time I Committed Suicide ", che, in una penetrante disistima di sé e degli altri, sembra aver rinunciato alla temerarietà della giovinezza, senza che ricordi più come si riesca a fuggire per " cavalcare le grandi pianure ".

    " ADSIDUA RECORDATIO " – Permanent Record (1988)

    Post fabulam quae " River’s Edge " inscribitur, tractatio haec denuo ingenium Keanui manifestat; non enim de larvis agitur protervae pulchritudinis, quae in fabella " De Pennsylvaniae rege " iuvenibus gratissimas reddunt fugaces excogitationes, quoniam in ea interpres, cor suum verberans, hominum dolorem adloquitur.

    Tragoediae huius auctores, inter fragmenta humanitatis quae ad ephebeum in America positum referri possunt, potius discipulos vagantes describunt, per paucas horas in subselliis cogitantes, arrogantes saepius in excursionibus, in fragorum et amorum fortuita consumptione, cum sint ludi scaenici, cantica et citharae, spiraculum unum et eorum mentis sincerissimum studium. Ex multis aliquis, nomine David, aptissimus omnium in carminibus componendis, inter umbras cuiusdam noctis, e rupibus super oceanum pendentibus se conicit in praecipitium; quod aliis infortunium videretur, nisi amicus illius fidelissimus, nomine Chris, cuius personam Keanuus induit, moriturum sectatus esset in margine errabundum, neque ad voragines eius sine clamoribus ruinam percepisset. Primum agebat Keanuus cum petulanti laetitia, numquam sibi quaerens qua re ex tam multorum iuvenum collegio abesset timor Dei, vel spirituale colloquium amori aut amicitiae insitum. Eodem habitu David dies terebat ad citharam canens, honestus quidem et moribus civilibus oboediens, sine ulla observabili inopia, pauper vero caelorum et hominum contemplatione. His omnibus, ut certe narrationis contextum significat, latebant lectiones antiquae, saeculorum pervestigatio, mentis imago cum aeternitate comparata; et amores deliciae tantum habebantur sensuum, sine benevolentia. Solitudo intellectus et taedium inexprimibile subire hic poterant occulte vel repente; pauci enim erant libri, aberant disputationes per quas cerebra robustiora fierent, reticentia domus pervadebat, ita ut filii non admonitionibus egentes viderentur, sed nummis, feminis, cibis, motorum ebrietate.

    Ubi erat discipulorum conventus, in discrimine rupis et oceani abyssorum prospectus, illa repentina dissolutio omnes perturbat; sed Chris maxime excruciatur, qui veritatem cognovit, et nunc a pueritiae gaudiis, pertinaci dolore trafictus, ad memoriam surgit mortis nobis sine causa designatae. Qui antea, osculis et clamoribus cum amicis gestiens, errabat in pigritia ludorum, inter cogitationes amarissimas contractus, postremo ante mortui amici parentes secretum dirumpit : iucundum comitem chartas cum musicis notis pro scholastico eorum theatro inscripsisse, antequam sibi mortem pararet.

    Vere culmen actionis momentum illud, cum sodalis innocens in se culpam convertit, quod antea nihil intellexisset de amici aegritudine. Bene agit fabulam Alan Boyce, qui inane dierum fastidium exprimit; sed illius consilii ferocissimi principium effugit, quia funesti propositi numquam signa percipiuntur, nec raptus credibilis est, nisi ad desideria referatur in gurgitem tracta omnivorae ambitionis. Rationem contra servat Keanui memoria inflexibilis, solum in revocando amici carmine mitigata, numquam exstincta: eius recordationem neque amici canticum in theatro cum lacrimis omnium expletum, nec cuiusquam puellae risus eradicare possunt. Keanuus, futilis antea et indistinctus, repente tragoediarum personas comprehendit et nova animi contristatione agit. Qui videbatur corpore tantum magnificus, improvisa vertigine spectatores ad se adgregat, praecipue dum caecitatem suam et impotentiam contra amici fatum sibi crimini arguit. Vere est fabulae discrimen, a scriptoribus cum mirabili consensu adnotatum, sed postea revocatum rare; cum ipsorum malo! (1)

    1 ) - In quodam articulo ( Acta diurna de " Chicago Sun-Times ", a. d. x Kal. Maias MCMLXXXVIII ) Rogerius Ebert scriptor, imprompta sua garrulitate beatus, cor suum dignatus est aperire huic nobilissimae fabulae, et bene laudavit discipulorum personas in tersa deambulatione depictas, quamvis ineptus esset in intellegendis Keanui silentiis incorruptis aut obstinatis recordationibus, quae perfecte sculptae sunt, ad imaginem cohibitae maestitiae. Sed commentarium praecipue (quis id credat?) indulgenti scholae illius rectori consensit, qui, sapiens in ea parte, tantum vir honestus videtur nobis. Et postquam David graciles dubitationes et umbras perplexe existimavit, adiratum dolorem quem Keanuus induebat, despicere et praetermittere conatus est, subtili cum malevolentia. Sed, simul ac pulchritudinem illam, crepusculum illud iucunditatis obliti erimus, fabula omnino delebitur. Verum est; fastidium protractum cerebrum distraxit semper.

    " The Night Before " (1988)

    Giuocata tutta in lampi di retrospettiva, la caricatura del giovinetto appena sbocciato e colpito da imprevedibile smemoratezza, è l’annuncio di un Keanu a cui piace anche divertire il pubblico, scostandosi per un momento da quel destino di attore drammatico a cui sembra incline per la stessa trasparenza ingenua e trasognata del volto. Così, il direttore Thom Eberhardt, alleggerendolo del messaggio quasi angosciante che egli va mettendo a fuoco con " Permanent Record ", gli concede una vacanza da ragazzo come tanti, ignaro dei suoi obblighi d’arte; ed anzi, in questa esilarante e tempestosa commedia, gli propizia il dono di beffare la sorte e di trarsi a salvamento in una notte sola da guai e incidenti innumerevoli.

    Presentandosi con molto tremore per un appuntamento di ballo, a " fare parte in casa ", come si dice con arguzia toscana, è subito angariato dall’ammonizione del genitore della sua bella, un beffardo e minaccioso poliziotto, che lo sovrasta all’ombra delle suoi fucili messi in bell’ordine nel salotto degli ospiti; ma con le ore piccole del giorno dopo il titubante pivello ha già smarrito la compagna di danze, il portafoglio, la chiave della macchina (che è dei genitori), la memoria e forse, ciò che più lo mette in apprensione, la sua verginità! Da questo capo rovesciato si sgomitola un’inverosimile burla di arrampicate mnemoniche, che il candido Winston Connelly, un Keanu in fiabesca divisa da pretendente, con plateale fiore all’occhiello, è costretto a inventare e superare con impavida chiacchiera, per riguadagnare i segnali della notte precedente.

    Disavventure germinanti a raffica non danno quasi respiro, sicché non si sa quando certi equivoci e disastri siano da riferire all’esempio di Chaplin e quando al surreale Jacques Tati; l’amichetta è rapita da una banda di teppisti (o forse è stato lui a farne mercato?), e Winston, inseguendo i malavitosi in una notte colma di tentazioni e di baldorie, non sa neanche perché la voglia o la debba salvare. Un solo scopo di connivenza sembra unire sul primo momento regista ed interprete: carpire l’attesa dei fanciulli in fiore, stuzzicandone la fantasia con allusioni erotiche, e poi lasciarli inebriati più dall’aspettazione che dal sapore del coito, mentre rientrano nei loro letti, sicuri almeno di non essersi compromessi se non con qualche bacio e qualche ballo strepitoso. Ma l’astuzia degli inganni e degli affondamenti, che sembra alla pari di Keanu sempre incolpevole, fa di nuovo capolino con gli spettri e i vomiti dell’aurora. Povero giglio di vanità, costretto a vendere l’abito candido, barattandolo con le tracce di una fidanzata, i cui occhi stellati si confondono con la pistola del padre! Ecco che si trova all’alba più incasinato che mai, mentre la sposina è perduta in qualche bordello, e l’esperta frequentatrice di angiporti che giunge a soccorrerlo, dopo avergli succhiata la bocca a tradimento, gli insinua il dubbio che proprio a letto con lei abbia tirato le ore piccole. E’ terribile, ma sarebbe un bel colpo: aver superato il duello sessuale senza neanche essersene accorto!

    E’ vero che nel finale Winston recupera macchina e fidanzata, volando verso una promessa che sembra seria ; ma il tono del racconto è diverso, e sottintende ancora una volta una raffigurazione dei miti della pubertà. C’è nel fondo anche una satira, sempre in accenti deliziosi e svagati, del perbenismo della media famiglia americana, in quella iniziazione a dir poco angustiante alle convenzioni sessuali: la presa in affidamento della ragazzina, il fingere che sia ritrosa, e la reale paura che invece essa si riveli vorace, l’antichissimo superamento di spaventi da Ercole per ritrovarla. E poi subentra il dubbio se non possa essere più materna e fidata, in caso di una prestanza virile su cui non è dato scommettere al primo colpo, la prostituta trovata in un bar, che nulla dopo ridice; tutto questo, in un chiasso di spaventi che non farebbero male a una mosca, danza negli occhi, nelle parole, nelle acrobazie di un Keanu sempre insidiato da uomini e donne, e sempre tratto a riva da una giostra umoristica a volte anche troppo esibita: auto che si sfasciano nelle strettoie dei sottopassaggi, pistole che sparano fiammelle da accendisigari, la ragazza che dev’essere trascinata con il letto intero, essendo ammanettata alla ringhiera - e intanto la chiave non si trova.

    In realtà, nonostante le esitazioni arcigne di molti critici, si deve riconoscere che il candore di Keanu nasconde un’abilità sottile, una vena recitativa così flessuosa (ma come si fa a sostenere che non è nel personaggio?), da parere manierata; qui l’attore vuol dimostrare, anche con nascosta compiacenza, il gradimento delle parti più contrastanti: dalla ribellione cocente per una perdita che non ha né senso né credibile conforto, nel film intitolato " Permanent Record ", alla eleganza passiva del cicisbeo in " Dangerous Liaisons ", a questo omaggio scanzonato a tutti gli adolescenti giunti alla veglia d’amore; e ciò nello spazio di pochi mesi. L’impegno malizioso del regista completa l’incanto di quel sorriso continuamente sfumato, un po’ da Stan Laurel, un po’ da chierichetto che finge di non sapere, e al contrario già si prepara a vincere la partita della seduzione nel prossimo film di " Aunt Julia ".

    Egli è sempre sopraggiunto da insidie, da ombre di perdizione, da labirinti di ubriachi e di accoltellatori, da pervertiti o anche sognatori raffinati che vorrebbero impadronirsene. Ma ogni malsano pericolo è subito portato via dalla sorte che gli è cara, e almeno per una notte l’amabile fanciullo può confidare nelle stelle e negli scantonamenti della sua chiacchiera emozionata. Davvero azzeccato è l’episodio del ballo, in cui l’opera obbligata di corteggiamento è per avventura interrotta dalla ritrosia svenevole della ragazza, dalle minacce di loschi avventori, dall’impaccio di Keanu, che fra bevande infernali che gli sono propinate, scambi e nascondigli dentro i bagni igienici, e sudore proprio, non ne viene mai a capo, pur essendo un ballerino da capogiro.

    Candore e improntitudine ricompongono infine " la notte prima " con un’ombreggiatura irridente, ma del resto benevola verso l’umana follia; mi dite allora dove sta il difetto sostanziale? Eppure gli occhi di Winston, tra il continuo affioramento di imbarazzi e di trappole, disegnano una destrezza difficilmente cancellabile.

    Keanu affronta il mondo dei grandi con la spada e le diavolerie d’amore

     

    " Dangerous Liaisons "; una comparsa che si scatena nel finale (1988)

    Dal complesso racconto francese di Pierre Choderlos De Laclos, " Les Liaisons Dangereuses "(1782), che già si muove nel crepuscolo foriero della Rivoluzione, mentre dipinge con maestria i costumi corrotti e ipocriti delle classi aristocratiche, è stato tratto da Stephen Frears un dramma volubilissimo, in un trasparente gioco di prospettive e di figure, con attori attraenti e appassionati. Dov’è, dobbiamo ora chiederci, la scelta che giustifica, fra ingegni così provetti, la comparsa di un Keanu ancora trepidante, nella parte del cavalier Danceny?

    Di fronte a un visconte di Valmont selvaggiamente libertino e diabolico, ad una marchesa di Merteuil qual è interpretata da Glenn Close, con una malizia così concentrata e sinuosa sia per la vendetta che per i piaceri di alcova, Keanu, che riveste il personaggio di un maestro di musica disposto, per mantenere un’ombra di nobiltà, a concedersi come cavaliere servente proprio sotto le carezze sapienti della marchesa, sembra come un pulcino appena uscito dalla cova, che nel film di grande respiro non osa muovere un passo se non sotto la sferza e l’ironia dei più grandi. " E’ del tutto innocuo ", così lo giudica il visconte; " Ma non posso non riconoscere che è ben attrezzato per l’ amore più di voi ", osserva argutamente Glenn Close.

    In realtà si tratta di un breve saggio di promozione nel clima sottile e vasto dei film d’autore, che Keanu affronta con umiltà e paura, riuscendo nell’episodio finale ad irrompere dalle soglie prima vietate; e così riuscirà a combattere alla pari con John Malkovich, in una furia armata di spada, e di una determinazione che per quasi tutto il film pareva non potesse mai appartenere al suo carattere. E’ di qui, da questo studiato e fulmineo duello, che ha inizio la ribellione di Keanu, la sua capacità di azione con lo sguardo e con tutto il corpo, che fiorirà di nuovo, sempre più addentrata nella tempesta degli affetti, a partire dal 1990.

    La sua figura appare dunque esornativa, se paragonata alla sicurezza nelle sfumature e nelle trappole artificiose di cui possono vantarsi i protagonisti: un cavalier galante che fiorisce solo nella benevolenza altrui, che intende la musica, ma senza approfondirne il senso liberatorio, mentre di notte è indotto a illustrare lo spartito delle sue grazie intime, tutt’altro che trascurabili, al servizio della vendicativa e solitaria marchesa De Merteuil. Essa ormai respinge l’impegno d’amore, preferisce la febbre del male (" vincere o morire "), ma sente la necessità e la bellezza dei godimenti sensuali, soprattutto se può insegnarli a un fanciullo così docile ai trastulli dei più grandi, quale appare Keanu, così spaesato e colmo di grazia nei panni di un garzone del Settecento. Eppure, eppure; consideriamo Keanu nel duello che spinge il gioco delle parti verso la catastrofe, dopo tante avventure e delizie. Egli, in brevi attimi, passa attraverso espressioni incontenibili e diverse, tramite un rifolgorare dell’energia registica, che dalle stille contemplative e cristalline degli ambienti ispirati alla pittura di Van der Meer, assume un respiro ed uno stacco sorprendenti, con intenzionali tagli di apparizioni realistiche proprio su Keanu: l’inabile intettettuale ora sembra sgomento e pronto a morire, si ribella come in lampi tormentati, infine prevale con la sua tenacia e la sua vitalità guerriera; ma subito dopo, ascolta la confessione e i messaggi che Valmont morendo gli affida, con un istinto illuminato e pietoso. Keanu sarà, in questa sorprendente restituzione del dolore, il messaggero di colui che è rimasto sconfitto, come farà in " Point Break " e ancor più in " Reazione a catena ".

    Nonostante il suo impaccio sull’orma dei più grandi, la trasfigurazione che egli consegue d’improvviso, è degna di compiere con virile consapevolezza la posta di tutto il film, tramato di continuo fra il gioco degli affetti e la loro distruzione.

     

    " Vocazione drammatica o incantesimo erotico? Lo sguardo di Keanu rannuvolato nel dubbio "

    Istintivo e quasi spregioso nel " Principe di Pennsylvania ", fidanzato alla ricerca dei beni perduti in " The night before ", fidanzato da letto in " Parenthood ", seduttore sornione e inebriante in " Aunt Julia ", Keanu, principe senza rivali nella commedia sentimentale per ragazzi o per adolescenti ancora in erba, solo a 24 anni d’età si ridesta, tra lampi di corruccio e voglia di tenerezza o di pianto, alla prova esaltante del dolore; e lo fa, con una propria e taciturna angustia, nel film " Permanent Record ", ma soprattutto nell’episodio conclusivo di " Dangerous Liaisons ", in cui si ribella, anche nella figura fisica gettando via ogni maschera ed ogni consueta grazia, al vizio della viltà e del tradimento sofferto, e diventa eroe che sanguina e fa sanguinare, in un paragone inaspettato con la morte.

    E’ vero che, ancora all’età di 28 anni (nel 1992), forse anche per inserirsi in una rimpatriata d’amici bizzarri e scandalosi, si mette a fare il verso del ragazzo-cane (" Freaked ") o si fa dipingere dal regista Gus Van Sant, in " Even cowgirls get the blues ", con la pelle di un indiano delle praterie bolso e affannato e con addosso un vestito da fiera paesana. Sono però gli ultimi sollazzi di un divertimento che si va spegnendo; ormai Keanu comincia a raffigurarsi in una nuova dignità, in un nuovo paese da scoprire e interpretare, nella tempesta cioè del cuore umano, a cui deve consacrare un’arte non incompresa, ma senza dubbio difficile. Ne aveva bensì previsto attese, tormenti e determinazioni, con la grande e solitaria prova di " River’s Edge " (1986), ma subito dopo se n’era quasi ritratto con paura. Ora invece, dopo l’ascesi lentissima di " Little Buddha " (1992), la sua armonia corporea non starà più ad indugiare in quell’aspetto di mitezza a chiunque benevola, che l’aveva come protetto dalle più difficili lotte con il respiro dell’arte.

    " Qui vultus autem ad Keanuum pertinet? " In questo lungo periodo di vigilia noi comprendiamo che talvolta, sotto le maschere di una felicità indifferente, si nascondono ansie e rabbie di tristezza, e infine si avverte un dolore che scorre nel suo sguardo attonito o meditativo (" River’s Edge ", " Permanent Record ", " Point Break ", " My own private Idaho "), simile a un margine d’acque increspate tra il sole e l’ombra, grate per la bellezza, ma allusive ad una fine sottintesa, sempre vicina e possibile. E d’altro canto, nello stesso anno in cui mandava ai giovani quel messaggio ostinato di ricordo, nel figurarsi continuo con il morto amico David, egli disponeva, nell’avventura del " Principe di Pennsylvania ", una serie di trappole vendicative contro le consuetudini false della società, pretendendo il diritto di separarsene, senza però pagarne il pedaggio. Vocazione drammatica e divagazione erotica e beffarda si alternavano di continuo, intralciando talora i suoi intendimenti, ma in compenso prolungando quasi a sazietà l’incantesimo dell’età acerba. Nessuna adolescenza è durata tanto a lungo e con uno sguardo così invulnerabile. Ciò che l’istinto di ribellione insegnava al giovane Keanu, un più libero compianto per l’amicizia strappatagli da una morte assurda e il disprezzo verso la moralità ipocrita dei cittadini (nella storia di " Permanent Record "), subito dopo, con i motivi fiabeschi di " The night before ", sembrava capovolgersi in iniziazione erotica quasi incosciente, ma non per questo meno credibile o valida.

    Più intessuta di insinuazioni furbesche la sua febbre sessuale in " Parenthood ", dove il ragazzo partecipa alle acrobazie comiche del film come uno dei tanti incidenti ameni, compreso il fatto che egli, dopo tanto sfruculiare dentro e sotto il letto della ragazza del cuore, l’abbia infine resa gravida, restando al di qua, non dico del peccato o dell’intemperanza, ma di ogni sollecitudine pratica, con lo stesso riso impertinente e la stessa voglia di non far nulla nella vita.

    Nonostante queste inclinazioni alterne ed enigmatiche, si può con ragione affermare che l’anno 1988 è il momento del sesso come diritto istintivo, la puerizia dell’animo più che l’esitante e crucciata adolescenza, quale insorgerà poi nel nostro attore, per un suo destino di creatura messa a nuove prove dagli dei. Ma quell’antico indugio tra le finzioni e il mistero d’amore, tornerà ancora una volta in " Aunt Julia ", dov’è la stessa ebbrezza, ma con un disegno già intelligente e caparbio di seduzione. Eros è qui prossimo a diventare legge a se stesso; ed anche la figura fisica di Keanu risponde d’improvviso a qualche tratto d’eroe, di contro agli avvertimenti dei più grandi: lo sfacciato incanto è il medesimo, ma ora si capisce che quel giovinetto sarebbe pronto a uccidere per adempiere la sua passione. Dunque dobbiamo riconoscere, nonostante il privilegio accordato da molti ai temi d’una giovinezza generosa, che nel cammino di Keanu le favole più frequenti per recitazione cristallina appartengono a un regno diverso, cioè alla commedia dell’amore iniziatico, con incidenti spassosi di letti e di legnate, e al gaudio recitativo di un pivello orgoglioso delle sue armi sessuali, e però emozionato a doverle infine usare.

    Avrebbe l’attore desiderato restare a lungo in quell’attesa senza responsabilità di coscienza? Forse sì, ma la sorte non l’ha permesso, prefigurando per il suo cammino la scoperta di " River’s Edge ", in cui l’abito di una cocente disillusione, di un dolore che egli cerca sordamente di evitare, e che quasi lo insegue e lo imprime di un suo religioso scontento, spazza via in anticipo il rispecchiamento nella bellezza. Quel distacco non avvenne senza ripugnanza o senza disarmonie; Keanu che, per la purità stessa del suo volto, era atto a recitare nel giorno pieno e senza furori, dovette cominciare di nuovo ed entrare in una contrizione di stile e di vicende (in " Piccolo Budda ", in " My own private Idaho ", perfino in " Point Break "). Perciò, con inconsapevole verità, Gus Van Sant parlò di una sua difficoltà a prendere l’erta del distacco e della salita, come se egli avesse lena, ma non ancora orientamento o proposito. La tristezza maggiore stava nell’intuire che gli eventi lo portavano verso il peso dell’eroismo, mentre il suo cuore restava invischiato nel nascondimento e nel piacere che vuole attardarsi. E quello sguardo, che gli portava disinganno, ma anche ostinata leggiadria, a lungo avrebbe sofferto la chiamata a diventare un essere spirituale (in " Piccolo Budda ") o un carattere di guerriero, che deve stringere gli occhi in amarezza sfigurata.

    Pensiamo un momento al percorso di " Point Break ", che compendia in sé, per miracolo, i giorni passati, in cui tutti si volgevano ad ammirarlo. Ricordate come il suo compagno d’armi, Angelo, che non ha sogni ma soltanto precisione di lotta, al primo vederlo, resta interdetto dal suo sembiante, e per nascondere l’emozione si tuffa sgarbatamente nella vasca? Ma dopo un rapido scatto di avventure, il ragazzo è battezzato uomo nelle onde minacciose dell’oceano. La trasformazione era necessaria: anche la bellezza è destinata a ferirsi. Tuttavia l’esigenza espressiva diventava per Keanu più ardua; l’energia del corpo incendiò senza contrasto il suo nuovo cammino, ma il volto sentì, con riprese e insuccessi che durano ancora, il pericolo di abbracciare i contrasti emozionali del cuore umano. La splendida furia a cui egli mira è un equilibrio che sembra talvolta irripetibile. Comunque la si pensi sull’argomento, occorre non dimenticare che quella prima stagione interpretativa dell’artista contiene una fiducia dei sensi che è un organismo figurativo preso come di slancio, che ha pochi riscontri.

     

    " De tirocinii tempore " - dove si descrive come Keanu da burattino buono, ma stucchevole (" Babes in Toyland " - 1986) diventa, al contrario di Pinocchio, un funambolo allegro (" Parenthood " - 1988), e addirittura un ragazzo vagabondo e drogato (in " I love you to death " - 1989).

    In fabula " De vivendi benigna ratione in puporum regno " ( " Babes in Toyland " ) Keanuus, animi et corporis agilitate protectus, bellum gerit contra puporum civitatis adversarios in rabie contractos; et interea, cum sit miles et nationis princeps, puellae sibi sponsae totum devovet se, ut ex rapacitate hostium eam eripiat. Sic, eodem tractu, cives et promissas nuptias servabit, dum picturam expediet fulgentis habitus sui qui antea iniquorum fraudibus videbatur afflictus.

    Verum est aegritudines et formidines illas mansuetudine et clementia principis semper mitigari et, sicut nebulas beneficus sol percutit, sub adulescentium pedibus inimicos paucis diebus in monstra inania et in fragorem disici. Ita narratio docet semper innocentiam vincere, et pulchritudinem inermem, ab armis et sanguine alienam, quamquam adversarii ei dolos et ferrum circumdent, per ingenii fulgurationes in recuperanda libertate triumphare.

    Nihilominus ad mentem venit in Bavariorum terra fabulam esse compositam; ideo per aliquas narrationis umbras significare illa voluit fidem ab eo populo inopinate scelestis ducibus concessam iam revocatam esse et civium amorem ex integro tribui antiquissimis moribus cum benevolentia aurea nexis, ut si terrores et gladii, cum ipsorum consensu adversus finitimas provincias antea propagati, fracti essent omnino. Keanuus autem sub larvis fulgidissimis ad novam aetatem restituendam bavarico populo se praebuit, et oculorum festivitate antecedentes corruptelas et ruinas dissipavit. Contrarius tamen illi Pinoculo in Italia ab optimo scriptore invento, candidis vestimentis in hac redemptione perspicuus remansit, neque in rabiosam vel hilarem intemperantiam umquam deflexus est. Ceterum illius pugnae sine sanguine erant, ut fictis hominibus decet, et in silvis improvisae insidiae excutiebantur sine vulnerum vestigiis.

    Deinceps, in fabula quae " Parenthood " nominatur, Keanuus surgit denique ad sexum inspiciendum, et sub ipso puellae lectulo, contrectationes experitur in excitanda corporis face. Irritans igitur verticillum suum cum puella effrenata, nullis aliis negotiis aut disciplinis deditus, Pinoculus denuo videtur ille, sed non ligneus pupus; genio contra priapeio indulgens, matris feminae sibi coniunctae domum pervadit basiis, ut si praebere velit mentulae soliditatem et quasi vocatus sit ad amiculam praegnantem reddendam, libidinem eius exstinguens. Quod per iucunditates et omnia membrorum solacia ei evenit. Sic Keanui ingenuitas in vultu adhuc perfusa puerorum delicias producere in alios annos cogitat, sed crepundia eius nunc testiculi sunt.

    Sudores antea positi erant in amicis et civibus ab hostium incursionibus protegendis, sed in fabula hac vere in exhibendo virili sceptro duplicantur. Statim quod nativae pudicitiae pampinis expoliatus est, cum festiva fronte iuvenis inter hospitum altercationes diu phallum impunitum abscondere potuit; ille enim ante oculos retinebat cerebri mansuetudinem ac limpidam laetitiam. In proclivitate arridenti nostra manebit, ut exemplum feram, quaedam furibunda contentio eius in motorum aemulatione; et ecce, machina labefacta est primo ineunte impulsu, et ille, desipiens memoria, stupefactus et vaga exspectatione impressus, semper gaudia futura animo volvit, dum mulier puerulum ad eius brachia deponere meditatur.

    Novimus etiam, in fabula quae " Anterior nox " inscribitur, volubilem mentem sed callida argumenta Keanuum manifestare; ibi autem dominus narrationis est et sexuales inebriationes per turbines fortunae amoenissimos ad intentum ducit. Interpres denique videtur aurorae amicus, ut gallus post tenebras sanatus in via, et quasi, cum pericula multa delibaverit, in trepida protervia velatus. Cetero fabulae reflexiones ad retrorsum continuae nullum fastidium ferunt, cum imagines sint stupentis iuvenis, qui nocturnam temeritatem et horas amissas indagat, dum puellam adligatam sibi et in insolenti ebrietate proditam denuo accipiat et amplecti non vereatur. Raro tam liquida laetitia vincendi primis iuvenum propensionibus umbras et culpas omnes detraxit.

    Sed Keanui voluptas postero anno pignus posuit maius et amitam irretire voluit (in actione quae " Amita Julia " nominatur); suavissimus pupus ita sectator et papilio fulgidus ante omnes exstitit, animi varietate magis commotus, interdum molestia delusionis percussus. Postremo eadem pulchritudo in his narrationibus fingendis impressa erat.Tamen improviso Keanuus iucunditates deseruit, et specimen dedit pervadentis intellectum silentii (in fabula quae nominatur " Amabo tam vehementer ut te ad mortem corripiam " - " I love you to death "), in ipsa corporis neglegentia sepultus. Quam e longinqua pietate perfusi illi oculi, dum cruciantur fallacibus potionibus ac somniis! Atqui idem corpus est, eadem sincera vox.

    Interpres vero, in cogitatione cerebri et eius lentissimae corruptionis cupidus, iter agnoscere voluit quod interdum ad remotam maestitiam revocare solet (semper enim " Adsidua Recordatio " in animo Keanui premebat). Et rursus obstinatus ille actor mentis corruptelas in turba felicissima dierum contemplatus est, nec quas fraternas existimaverat creaturas repudiavit, ad limen solitudinis confusas. Eheu degenerem vultum! In his otiosis et obnubilatis temporibus quibus nomen est Marlon, quam proximae errant lacrimae, ultra brevem fabulae significationem! Auroram iam nunc conspicimus illius Henrici larvae (pauci id intellexerunt), quam Keanuus induit in " The last time i committed suicide ", dum miseria irretitus sibi irrevocabiles dies amarissime ad ludibrium proponit. Marlon igitur non ad comoediarum risus instigat, sed dramatis obstrictum clamorem repente revelat nobis.

     " Aunt Julia and the Scriptwriter "1989)

    Tratto da un romanzo di Mario Vargas Llosa (" Zia Giulia e lo scribacchino ",1977), è questo un racconto o una pittura che sconfina nella parodia monellesca degli amori " impossibili ", con inserti cabarettistici di volubile maestria. Ha il pregio comunque di dar risalto, tramite scarti continui di ambienti, di sceneggiature e di motteggi, all’incantesimo di un desiderio tra l’immaginario e la realtà, che si accende come per scommessa tra il giovinetto aspirante scrittore, che è seguace di Hemingway e dei suoi pellegrinaggi parigini, e la donna adulta e ancora affascinante, la zia Julia, che si professa penitente, ma in realtà mai riesce a congedare i violini delle sue storie scandalose e romantiche.

    E’ insomma un capriccio che si complica con tenerezza, senza mai provocare sazietà o fastidio, tanto le trovate tolgono all’ubriacatura amorosa ogni accento di perversione; è proprio anzi quella corte d’amore, fatta più di toni allusivi che di parole, corsa dai baci, dalle colazioni all’aperto e dai passi di danze irrefrenabili, piuttosto che dai problemi interiori, ad alleggerire e togliere ogni muffa alle bizzarrie radiofoniche sparate di continuo nell’etere dal narratore amico, un Peter Falk scatenato e dispettoso. Finché proprio lo sceneggiatore, ormai a corto nella sua provvista di " personaggi reali ", ma in verità per la pentola delle sue fanfaluche, inserisce nel suo novelliere il bozzetto dei due amanti di nuovo conio; e lo fa tra il commovente e il faceto, per la golosità delle orecchie di tanti cittadini di New Orleans, con pigmenti satirici del 1951 – è vero, ma con risonanze simili, per brivido della realtà, agli odierni effetti speciali.

    Quando l’adolescente Martin, che è rivissuto da Keanu con una spontaneità timorosa ed insieme bricconesca, insiste nella vertigine di quel gioco, è ormai tardi per pentirsi di essersi innamorato; la galanteria è promessa ardente e ricambiata ( " E’ una follia, ma anch’io ti amo " protesta zia Giulia); ed anche l’ammammolato e nullafacente Cupido, al pari di Peter Falk, diviene il personaggio che si è costruito, il seguace d’amore che sogna Parigi, dove nessuno ti domanda l’età quando sei innamorato. Neanche gli ultimi scrupoli di zia Giulia, che non vorrebbe fargli del male, riusciranno più a sgonfiare la sua nuvola e a rimandare a casa i suoi violini. Un umorismo un po’ malizioso e un po’ folle ( " promettimi, o peschi a tutto vapore o tagli la lenza; devi sposarti! " gli consiglia il cronista-scrittore) fa scomparire le lacrime; la passione sembra talvolta da cartolina, eppure … subito un soffio si interpone: sono i fiori, le camicie e le cravatte di Keanu che fanno a gara con la bella Barbara Hershey, come portando una danza di coriandoli; un senso amarognolo e traditore di primavera fa capolino da ogni parte.

    Siamo nel pieno trascorrere di un’ariosa farsa (1), che alterna radiodrammi demenziali a un respiro di parchi e giardini ininterrotti, i primi balli d’inconsapevole desiderio ai corrucci febbrili: essa ci persuade al riso, ma anche a cogliere la mattana d’amore per quel che è. Il vino d’amore, di gusto francese, più dell’ambiente che dei sentimenti, domina per magia, senza distinzione d’età. E’ come il suggerimento di una brezza, che già prende possesso del cuore, mentre vi penetra; e Martin vince per diritto di istinto giovanile, con un’adorazione corsa da qualche nube, ma in fondo sicura di riuscire. Dallo scrittore esilarante e ciarlatano alla zia un po’ ninfomane, ma senza smancerie materne, al nipote apprendista d’amore, è una ubriacatura che non lascia pesi di rimorso: come se New Orleans fosse davvero un primo parapetto sulla Senna. Questo film, dove il party stravagante e il tinello dimesso stanno gomito a gomito, il blues e i pesci di riviera ti vengono quasi fra le braccia, e le notti sono gremite di mostri solo apparenti, si rivela, anche a ripeterlo cento volte, come un ventaglio della fatuità giovanile, che può cogliere di sorpresa chiunque. Basterebbero i giri di danza nel locale notturno, per far presentire in Keanu il possesso di un'amabilità erotica sorgiva. Già nel successivo e imprevedibile batticuore di " Point Break " il corteggiamento non ha nulla del fanciullo testardo; è breve sì, ma sente la ferita di un contrastante sgomento.

    Un altro motivo di umor vagabondo sta nella trama delle radio accese in tutta la città, che finiscono per mettere allo scoperto i due amanti; sintonizzato nei bar, nelle villette, durante i pranzi, lo scandalo corre sul filo, con un lieve brivido, non più forte di quello adombrato che muove i passi del giovinetto, i quali (è bene ricordarlo) giungono da River’s Edge, ma non più ribelli e chiusi come allora, e ancor più da vicino, da quel " Principe di Pennsylvania " che vorrebbe nuotare in amore come un delfino (2). E’ dunque uno spontaneo racconto, che si gode nell’aria piena; per merito di Keanu questa stregoneria di spume e di rose rimuove ogni sensualità depravata. Anche lo scandalo è benigno e fa parte del cuore, e in fondo contagia anche la zia, i suoi cappellini, i pentimenti volubili, le sue storie erotiche, che perdono ogni artificio per vivere tutte nell’immaginario del ragazzo di primavera.

    (1) - Questa soave opericciola non appartiene ad alcun genere fisso, meno che mai può essere chiamata " soap ", come vogliono alcuni critici, confondendo la cornice degli scandali riversati dalla radio di New Orleans con la passione di Martin e Giulia, che invece è logica e irresistibile; del resto la radio non è la televisione, e per sua natura tende a dare impressioni di vita colta sul momento. Se poi deriva da elucubrazioni beffarde, si presta anche ad essere subito smascherata e dimenticata con un’alzata di spalle, per non deturparsi in una serie insaziabile e immota del tipo " Beautiful " o " Febbre d’amore ", come ben sa il radiocronista che compare nel film, Peter Falk. Lo stesso Keanu, per aggiungere credibilità ai personaggi, ha lungamente appreso l’accento di New Orleans, riprendendo per noi il motivo di un " innamoramento assurdo " (ma perché no ?).

  3. (2)   - Degno di curiosità il vezzo ormai preso da Keanu di palpare il sedere di signore e fidanzate; anche alla zia comunica la sua decisione di entrare in un colloquio decisivo, abbassando gli occhi ma dilatando le mani sulle natiche di lei; e in uno dei primi episodi di " The Devil’s Advocate ", avendo deciso di ubriacarsi per festeggiare il suo nuovo successo in tribunale, si inebria di morsi e di agguantamenti su tutto il fondoschiena della moglie.

 

Un paragrafo sulle comparsate (1989, " I love you to death "; 1992, " Freaked "; 1992, " Even cowgirls get the Blues ") - dove si dimostra che Keanu, cedendo al capriccio degli amici, talvolta rimane " uccellato " e talaltra ride amaramente di se stesso senza parere.

A volte Keanu, o piegandosi ad esigenze di guadagno immediato, o per ansia di affacciarsi anche fugacemente al proscenio, nel timore di perdere il contatto vivo con gli ammiratori, o anche - perché no? - tratto in inganno da registi più di lui astuti, prestò la sua persona come comparsa bizzarra o di colore esotico, senza incidere nella storia rappresentata. Prendiamo il caso del film " Even cowgirls get the Blues ", diretto da Gus Van Sant, in cui l’attore, che ha misurato i primi passi nella grande trama del romanzo e inseguito una caratteristica idea di splendida furia, sia nel duello con il rivale John Malkovich (Dangerous Liaisons, 1988), dove chiaramente concentra tutto il suo essere coi dadi della morte, pronto ad uccidere o ad essere ucciso, sia tratteggiando una corruzione sorta più dalla rabbia che da una colpa vera, in mezzo alle ronde dei fanciulli perduti (My own private Idaho, 1990), disavvedutamente si estrania dentro un manichino da indiano della prateria, che è offerto come sposo d’occasione ad Uma Thurman, ed è intanto minato da un’asma pericolosa, che gli impedirebbe comunque di consumare le nozze. Perché Keanu si è esposto al ridicolo?

Perché egli ha sentito gratitudine verso Gus Van Sant? Non doveva capire che quel regista geniale e avventuroso, dopo aver indotto nell’amico suo River, sia pure per suggestione filmica indiretta, un’imitazione creduta rimediabile dei giovani drogati, esponeva ora lui a far da zimbello impagliato, lui che splendeva come astro di mezzanotte in " Private Idaho ", il solo film di quel regista che si liberi dalla volgarità della dissacrazione a buon prezzo, grazie a River Phoenix e a Keanu? Dopo avere improntato di sé l’unico racconto d’abbiezione sessuale che confinasse con la bellezza, c’era bisogno che Keanu apparisse come creatura stordita che muove a riso e a pietà, in un mercato di donne invertite e chiassosamente ribelli? Che facesse toccare quegli occhi incolpevoli da un bistro beffardo?

Un altro errore del tutto attribuibile a lui, alla sua generosità imprevedibile come la sua cocciutaggine, è la partecipazione, con la burattinesca apparenza di un giovane lattaio trasformato in cane, a sostegno di un film di mutazioni fantastiche e in realtà nauseanti, improvvisato con un guardaroba muffito e quattro baracche dall’amico Alex Winter nel 1992, e intitolato " Freaked ". Si trattò di un altro inciampo (sfrontato o distratto?), in un anno infelicissimo per il nostro attore, in cui egli sembra come rintronato, angosciosamente diviso fra l’attitudine drammatica, che egli ha scoperto con i film di una giovinezza paragonata col rischio e con la morte temporale o spirituale (in " Point Break " ; in " My own private Idaho "), e la seducente carriera del ragazzo da avanspettacolo, che si gratifica in mezzo ai clamori conniventi della platea giovanile. Egli purtroppo non capiva che si sarebbe esposto al ludibrio del pubblico, il quale dimentica presto di averti in precedenza incoraggiato. Perfino l’ultima avventura di " Bill e Ted ", che sembra così solare nella sua peripezia abnorme e sbarazzina, se per Alex Winter segnò una partecipazione intonata, del tutto sincera come " amabile scherzo ", fu da Keanu percorsa con ombre di malavoglia e di rassegnazione, e quindi forzata nella sua caricatura dei fantasmi dell’aldilà, tanto da far inclinare i riguardanti ad una blanda tenerezza piuttosto che a una franca risata.

E tanto era convinto Keanu di avere sbagliato che, affrontando la parte di Don John in " Molto rumore per nulla " l’anno seguente (nel 1992, dopo la " castroneria " di " Freaked "), s’impegnò in un corruccio ancor più altezzoso di quanto il direttore Kenneth Branagh avrebbe probabilmente voluto per quella parte, sbalestrandosi in un accento di recisa indignazione, come per far dimenticare le farse precedenti, ma riuscendo anche qui, purtroppo, a uno stridore di dramma volontaristico e non appassionato.

Ma torniamo alla comparsa dell’attore in " Hideous Mutant Freakz "; in realtà il ragazzo- cane di nome Ortiz non dà neanche quell’impressione di spavento che ci si aspetterebbe, perché Keanu, pur facendosi coprire tutto il corpo di peli, in questa arrugginita isola di Circe nascosta nella giungla amazzonica (ma chi è il padrone di questa accolta di fenomeni da baraccone, il burattinaio Mangiafuoco o il sadico e burlesco ibridatore di una fattoria-lager?), resta intatto nella sua bella statura e nella sua voce da teatro severo. Quindi, come profilo concesso in prestito all’amico, è un’aggiunta inutile e una maschera che egli si infligge sgarbatamente, forse accorgendosi di essersi truccato per nulla. Se nel film di " Bill and Ted’s Bogus Journey " Keanu si invischia come una farfalla, coi riflettori di un’amabile sciocchezza, qui, in apparenza di Ortiz, il ragazzo-cane (e si rammenterà del nome in una battuta di " Speed ", contento in quell’attimo di essersi liberato dalla fogna delle parodie in cui correva il rischio di essere travisato), è semplicemente incorso in quella che si direbbe volgarmente " una solenne cazzata ", com’è del resto il film : il quale per voler divertire è troppo sguazzante nella coprofilia, e per voler atterrire, è privo di ogni presagio di mistero (eppure certi critici americani vanno matti per queste insalate, scambiandole per dissacrazioni).

Ben altra sorte è quella che gli aveva consentito di tratteggiare il regista Lawrence Kasdan, come caratterista avventizio, ma ricco di una sua vicenda, accanto all’amico River, in " I love you to death " (1989). Pepatissima e credibile satira del pizzaiolo italoamericano, dedito a collezionare avventure con le donne di qualunque ritrovo e a metter corna alla moglie, mentre si raccomanda magari al " Cuore divino di Gesù ", il film si fonda su un’incredibile pantomima dei vezzi, del gergo anche mimico del siciliano, che è più maschio che marito, per istinto ed onore di stirpe. Abile il protagonista, brave le donne, la sposa slava ed una suocera gelosissime del punto d’onore, che sono pronte ad assoldare sbandati di piccolo taglio, per procurarsi vendetta contro il marito e genero infedele; bravo anche l’assistente Divo, il biondino River, che segretamente rispetta e adora il decoro della padrona di casa, prestandosi infine a far da tramite perché al traditore, che ha un fisico resistentissimo, da rinoceronte, sia procurata la pallottola risolutiva, che invece non sarà mai azzeccata.

Uno dei drogati convinti all’impresa sulle sponde di un biliardo, offuscato e barcollante, è per l’appunto Keanu. Egli rinunzia, per questa breve allucinazione, all’armonia dei suoi profili, rasandosi a caso la testa, mettendosi una buccola ad una narice, recitando con occhi quasi sparenti, fra lo sbalordimento e l’accettazione ironica dell’insuccesso. A lui il regista concede alcune delle battute più incisive e intelligenti, tra le nubi del vizio alcolico, come quella, davvero memorabile, che per ricordare il punto in cui la vittima deve essere colpita, il cuore, ricorre alle immagini del giuramento alla bandiera e alla nazione americana benedetta da Dio, mentre il giovane tenta di mettersi la mano al petto. In questo ed in altri momenti la sua fronte si innalza come per una dignità istintiva, gli occhi assonnati danno palpiti di tristezza, di dispiacere se non di pentimento, come per un’innocenza che gli sia rubata; e la giovinezza ne ripercorre con pennellate subitanee il profilo. Che sollecitudine ci prende verso quel sonno quasi irrimediabile!

Qui l’attore ha bene scelto ed il regista ne ha compreso il senso di eroe dormiente. Keanu ha infine imparato una lezione di umiltà: e la ripete nel film " The last time i committed suicide ", cui egli accetta di partecipare in una parte sensibilissima di appoggio, fustigando le proprie e le altrui illusioni. Con il personaggio di Harry, in una maggior padronanza di sottintesi psicologici, risalgono in lui quelle prime accettazioni della rinunzia, quel tradimento a lungo ascoltato; Keanu riprende per l’appunto il chiaroscuro deriso di Marlon, lo depura di ogni abilità nella macchia, lo rende insidioso con l’insensatezza di quegli sfoghi attaccaticci di Harry, lo trasforma in " vanità " ammonitrice. Ma l’origine è in quella comparsa, da cui molti avevano tratto solo curiosità e stranezza.

Da " Point Break " a "Johnny Mnemonic ": fra errori e pentimenti Keanu rivela l’immagine di una giovinezza ideale

 

 

" Point Break " (1990)

Ci troviamo ora di fronte ad un film, che è un punto nodale sul cammino artistico di Keanu, soprattutto nel senso della scelta di un personaggio a lui caro: il giovinetto che cerca di crescere nella responsabilità della vita. Prima aveva indugiato nei panni del garzoncello fico, sbruffone e vanesio, che dopo il malestro prende la fuga da tutti, senza ricordo o pentimento (Il principe di Pennsylvania), o del ragazzo connaturato con lo spiritello della seduzione ( La zia Giulia); e la sua spavalderia era tanto piaciuta al pubblico delle " fanciulle in fiore ", che egli si ripeterà nel gusto dell’effimero e nei giochi dello sfrontato (Le avventure di Bill e Ted, 1991), deciso a sollecitare le platee con lo splendore dei tratti o le caricature del pagliaccio.

La direttrice di Point Break, Kathryn Bigelow, lo costringe a cambiare da buffone ad uomo responsabile, ad interprete delle angustie con cui la realtà scopre ed affila il nostro carattere. La scelta di Keanu si dice ispirata non solo al vasto richiamo dell’attore sul costume giovanile, ma anche a un’attenta lettura del ruolo da lui sostenuto in " River’s Edge ". La regista, infatti, ha calcolato non solo di figurare in Johnny-Keanu la pittoricità dell’azione in crescendo, come tensione che da potenza anche dubbiosa si trasforma in atto audace, ma di fare di lui, dei suoi sguardi ritrosi e delle sue furie coordinate e ghermitrici, il simbolo stesso della prima adolescenza. Egli intende essere uomo, anzi eroe, ma talora disvuole e dimentica, carico di perplessità. Presentato come agente novellino dell’FBI, crede nella prontezza delle sue intuizioni, non ha sistema; per questo, come adolescente impulsivo, è autentico, e i suoi superiori, che debbono mortificarlo e disilluderlo, sono anche disposti a perdonarlo e a consentirgli di nuovo di scommettere su delle imprese temerarie (come avverrà anche in " Speed "). In quest’ultimo film sarà appunto un giovane adulto, più astuto, ma anche più dimentico di sé per la salvezza degli altri; e sarà, in " Reazione a catena ", strumento per rivendicare i diritti di un’alleanza di fraternità appresa in confuso, ma saldamente. Si tratta di un’evoluzione psicologica e drammatica, che forma uno dei salienti del cinema contemporaneo, e che non può essere costipata sotto la risibile etichetta di " film d’azione ".

In " Point Break " Keanu è un testardo apprendista, un pivello magro e fulmineo come un gatto selvatico, stupito di sentirsi invischiare in amicizie che dovrebbe vietarsi, e in un innamoramento che può essergli di intralcio e di pericolo ulteriore. La direzione agevole del film, tutta trapunta di occasioni sparenti, svela Keanu a se stesso, lo piega con decisivo ammaestramento nel soffio delle avventure più ardue, sfumandolo però con l’innocente follia dell’adolescenza appena fiorita. E’ proprio questa febbre dell’ingenuo Keanu a porgere alla Bigelow la carta vincente, per esempio nella scena dell’inseguimento, in cui la vertiginosa agganciatura delle immagini è strumento che fa esplodere l’entusiasmo. Ebbene, il guizzo dell’attore dà a quella tecnica un alone trepidante e terso, che altrimenti svanirebbe, assorbito da un montaggio di per sé ammirevole.

Quando Johnny dice che è rimasto stregato dalle onde del mare, lo fa per convincere Tyler a farglisi istruttrice nel surf, ma il suo è un pretesto solo in parte; ed ama veramente il mare, ama la ragazza, che dal tumulto delle sue ambizioni e dei suoi trucchi da infiltrato lo riporta all’immaginario dei fanciulli, a quei miti che ci nutrono per sempre. Ama anche coloro che si fanno per lui amici e pedagoghi (Pappas e Bodhi); ed è appunto un affetto virile, che egli non tradirà mai: non esiste una malizia, un sottinteso omoerotico. O credono, quegli astuti critici che sospettano deviazioni sessuali in ogni incertezza dell’animo umano, che una regista così esatta e sicura nel dipingere una saga del mare, sull’orizzonte estremo di libertà e di perdizione, avrebbe perso tempo in allusioni decorative? Johnny è attaccato ad Angelo, perché vede in lui la figura del padre, da cui vuole il rimprovero anche sgarbato, la canzonatura, ma anche il perdono generoso. Ed è attratto da Tyler, dalla sua ritrosia apparente e dalla sua determinazione, perché capisce che è venuto il momento di uscire dalla solitudine della carne, pur attardandosi appena nel terrore di ogni prima esperienza. Non è forse uno dei brani più belli il risveglio di Keanu sulla spiaggia, dopo la spedizione notturna tra le onde, quando, con la scusa di aver fatto tardi, egli grida e ripetutamente bacia, sfiorandola, la ragazza appena ridesta?

E infine, il riferimento complesso, di confronto e di ammirazione, con il personaggio di Bodhi, cervello di attività illecite, che Johnny-Keanu ha giurato di sapere e di voler annientare; ebbene, quel suo avversario obbligato, è anche parte del giovinetto eterno che è in lui, mentre domina tra i cieli e i marosi infuriati dell’oceano. Ai suoi occhi del resto, al pari di Angelo per altri aspetti, pur macchiato da attività criminose, egli appare come precettore autentico, nella sfida e nel paragone insaziabile con la natura.

Johnny, avendo rinunziato a colpirlo alle spalle con la pistola, lo ricerca implacabile da un continente all’altro, perché ha deciso di far prevalere, sulle attrattive di un’amicizia proibita, il suo dovere di uomo della legge; ma ascoltando l’invocazione estrema di Bodhi, ne evita l’arresto, e gli permette di affidarsi alla " bella morte ", di gettarsi nei gorghi di quell’onda perfetta che aveva cercato per tutta la vita. E questa trama implacabile, avvincente fino alla conclusione, sarebbe – secondo alcuni sprovveduti commentatori – un profilo nascosto di rapporti omoerotici? In ogni modo, la crescita di Keanu è opera di un’abilissima regista, che ha plasmato l’età incerta dell’uomo con un’azione trascinante, ma nel profondo ricca di identificazioni mitiche: l’onda fascinosa, l’inganno delle maschere; e poi il profeta del rischio (Bodhi), destinato a perdere la sua scommessa con l’ombra della morte. A tutto questo si alterna l’azione di Keanu, agente ostinato della legge, ma, secondo verità, non insensibile ad altri affetti che la vita genera nel suo ribollire, che la ragione dovrà respingere, ma non calpestare. La partita è vinta (" Addio, Bodhi! "), eppure Johnny non esulta come si vede in altri eroi colati nel cemento; piuttosto ritorna al suo primordiale corruccio.

Con questa regia Keanu conosce felicemente se stesso, e si dedica a costruire storie di contrastata umanità, in coincidenza affettiva con chi, al pari dell’ingegnosa Kathryn dal polso fermissimo, cerca di snidarlo dal suo impaccio e di gettarlo nella gara con l’arte. Un’accoppiata che difficilmente potrà ripetersi.

 

De" My Own Private Idaho " Adnotationes Submissae

Duo proposita tibi pertinent, Keanue carissime, quibus nemo detrahere quidquam poterit: magnanima audacia in configurandis stimulis et plagis fortunae, et voluptas sumendi furoris qui in hominibus saepe abyssum contemplatur. Hic labor secundus, quasi ad pertinaciam tractus, te movit olim ad ineundam fabulam iuvenum qui, in mediis civitatibus, ante omnes turpi mercatu praebent corpora sua, foedera amicitiae sola interdum retinentes.

Huius studiosae picturae, in qua tam multi errabundi pueri sua fata confundunt, non bene existimavit detrimenta scaenarum inventor et idoneus quidem, nomine Gus Van Sant, qui lacrimas rerum certe cognovit, sed saepius nuda corpora sculpsit callida magnificentia exposita. Sed pudicitiae veritas per animi silentia revertitur, ita ut a levitate quadam actionis ipsius, adulescentes, in somnia et errores tracti, gemitus amissae innocentiae edant et vindicent sibi aliquod caeli spiraculum. Quam multae solitudinis viae, ubi iuvenes calamitates dolent, et obtruncatis turpiloquiis, nivales montes et astra admirantur!

Tu, Keanue, ultra scriptoris sagacitatem lacrimas creaturarum intueris, dum in brachiis tuis amicum somniis obnubilatum amplecteris. Intellectus autem antecedentis inter cives dignitatis in te persistit, quamvis puerili et protervo risu placeat tibi in contuberniis ostendere nudum pectus, simile lunae redeuntis. Splendida etiam vox tua, verbis magni Anglorum poetae resonans, quae iubet sibi taetros annos transfigurari mox, ante patrem ab immemori corruptela 0expeditos, ut si miseriam dierum numquam cognovissent.

Sed amicus insondabili flamma laetae tuae pulchritudini devotus, diu persuadet tibi aspera itinera et fugas persequi; et ipse aptissimus videtur ad effingenda suspiria vitae, et in te vehementi cogitatione inclinatus, quod ei fata eripuerunt omnia quae tristitiam mollire solent, matrem, civitatis decus, iucunditatem memoriae. Subtilis quidem est illius quaestio, cum a te haurire amorem in labiis desiderat. Certe non poteras corporis tui fulgorem sincerissimo amico negare, cum nihil in erranti cerebro eius manere videretur, nec Deus nec hospitalis domus. Utrum culpa sit nemo dirimere potest; sed felix est hic narratoris intuitus, culmen basiorum tuorum in derelicta creatura agnoscenda. Sic fabula terminos habet; postea, sortium diversitas ad amicum deiciendum immoto vultu te misere impellit. Neque huius proximitatis neglectio in inopiam expressionis vertit, si itinera illa profecto exstincta sunt.

Amor quidem, etiamsi naturae contrarius sit, in se nobilissimus exstat; et qui eum deponit, quamvis commotus alia fidelitate et renovata munditia cordis, semper gelido contemptu aspicitur. Tu vero, benigne Keanue, per animi umbras radiosam tuam audaciam adducis, cum vi et temperantia imagines fati remittens.

 

 

" Keanu di fronte a Dracula; un carattere ancora inesperto "

Nel " Dracula " diretto da Francis Ford Coppola, Keanu appare ad alcuni come un giovane costretto a misurarsi con le forze oscure del male per amore della bella Mina, la fidanzata, che Dracula, principe e vampiro transilvano capace d’infinite metamorfosi, finirà per portargli via con la seduzione invincibile del cuore e dei sensi.

Keanu, che riveste con il nome di Jonathan la parte di un giovane inviato in Carpazia da uno studio legale londinese per curare gli interessi del principe sconosciuto, è lui stesso narratore della storia di Dracula, in cui subito e direttamente è implicato; e dovrebbe quindi essere come la voce di una salvezza recuperata in estremo, che giunge da un regno di spaventi e di tenebre. In realtà, schietto e indifeso come egli è, per quanto le apparizioni demoniche da lui affrontate in precedenti quadri colorati di inferno (la fiabesca avventura di Bill e Ted) l’abbiano forgiato in impulsi di terrore e ubriacature di fantasia, ora è gettato, o meglio, lasciato da Coppola in godimento alle perverse energie nascoste nella notte: l’attrazione del buio arcano ed il bacio della lussuria. Tuttavia spunta, nella prova imposta a Keanu, un motivo a lui connaturale, vale a dire l’apprendistato erotico di un giovinetto ancora vergine, che si appresta a varcare la soglia del piacere; ed egli lo fa non con la fidanzata legittima, ma con le donne trasformate in vampiri nei labirinti del castello di Dracula. Il regista lo vuole come alternanza musicale, nella sua curiosità e storditezza verso il frutto proibito, rispetto ad una tensione eccessiva che, altrimenti, senza il fremito di quella sua innocenza anteriore al peccato, ma ad esso incline, avrebbe finito per travolgere la narrazione in un orrido da macelleria barbarica, che è costretto ad accrescere di continuo le sue grida ed i suoi prodigi.

Perciò Jonathan non assume un carattere di contrasto; anche gli altri attori del resto sono spesso abili pennellate in un abbozzo frenetico, quando si eccettui l’amore del conte Dracula per Mina, che è di un ‘ispirazione diversa, adorante e morbosa. Ma egli è piuttosto come un giglio miniato fra le lettere di una novella, pur sempre invasa dall’eccitazione del sangue e del delitto. Egli compare e scompare con i suoi profili araldici, ora messaggero, ora diafana preda della consunzione, scomposto sì tra le api diaboliche che gli suggono il petto, mai però toccato nel nucleo della sua rettitudine. Il regista se n’è avvalso come contrappunto ai margini di una storia che non appartiene a lui, da cui dovrebbe fuggire poiché lì camminano ancora il demonio ed i suoi figli; e tuttavia quel giovane ci affascina per un suo duplice senso. Come angelo testimone delle conseguenze del male, non si può definire incorrotto, poiché le donne-vampiro che l’hanno preso in loro balìa, anche con le catene del terrore gli hanno infuso delizia e sfiorimento carnale in tutti i pori ("Jonathan, come to me!", gli sussurra Dracula); e in quanto consapevole dell’ebbrezza insita nel peso della terra, non ha però rinunciato alla nostalgia per la castità ed alla fedeltà dovuta.

C’è dunque un sottile e quasi perfido divertimento in quest’abbandono che il regista compie su di lui; per quanto egli sia attraente, non sa imporre i suoi diritti neppure sulla fidanzata e poi sua sposa, la pur fragile Mina, che invece sa possedere ed essere posseduta dal diabolico conte. Anche con le donne-vampiro sembra una sofferenza offerta; il suo animo resta sempre in quella soglia del frutto proibito, di cui talvolta vediamo essere preda proprio l’adolescenza che non ha mai chiaramente ideato di cogliere la gioia decisiva dell’amore. Tale è Jonathan Harker nell’interpretazione affidata a Keanu, che trae risalto anche da una voce non impastata di senso drammatico, però musicalmente estatica.

In questo riflesso di integrità concupita e splendida nella sua inesperienza, è il pregio riposto che probabilmente Francis Coppola ha cercato di dare a Keanu, circondandolo inoltre nelle prime scene di omaggi evidenti, con brividi di orrore che lo sfiorano appena, e poi con tavoli gremiti di fulgidi oggetti a paragone del suo contegno inalterato; e così, ha dovuto proibirgli anche di assumere una consistenza morale propria e di imparare altre malizie del recitare, tranne quelle indispensabili al suo cammino, che deve essere incontaminato fra le tempeste dei sensi e dei dèmoni. Coppola, avendo scatenato le furie, si è riposato nella mitezza di Jonathan.

E Keanu? Considerato appunto nella parte di Jonathan, resta impigliato ai margini del mondo tratteggiato dal regista, anche se di quella verità tremenda è stato scelto come testimone; la seduzione del male in parte lo accarezza, in parte gli è malevola. Infine, la sua devozione amorosa lo destina alla sconfitta, perché, se è riuscito a scampare alle tenebre, come uomo è costretto a riconoscere la sua impotenza, nel momento stesso in cui sembra essersi coronato, nel rito del matrimonio, della salvezza e della felicità per sé e per la promessa sposa. Ma consideriamolo come figura ideale, come figlio dell’aurora; e vedremo che, piegandosi ancora alle necessità del suo apprendistato, esprime un soffio ulteriore di giovinezza, echeggiando i luoghi di " Point Break " in cui appare stregato dalle onde; come farà del resto, con una simile, stupita rinunzia, sulla soglia della camera nuziale nel film " Quattro passi tra le nuvole ". Lotterà invece davvero, pur fra distrazioni quasi mortali, nel rapido ed energico racconto dell’Avvocato del Diavolo, in cui direttamente affronterà la dimora obliqua del demonio con intrepida furia e violenza emotiva, certo dopo avere affrontato e lottato con Shakespeare nell’Amleto (Winnipeg, 1995).

 

 

" De venustate quae principium artis aliquando infirmat "

In fabula quam sublimis Anglorum poeta, amoris delectamentis commotus, effingere voluit et " Pro nihilo strepitus magnus " appellavit, Keanuus olim apparuit ut Petri principis invidiosus frater, a comoediarum firmissimo interprete nomine Kenneth Branagh advocatus. Sed quamvis veritatem et studium in odio inflexibili agendo ille in conspectu poneret, numquam proditoris figuram adaequavit.

Invidia enim in persona eius solum in labiis emergere poterat, cum in intellectu semper benigna indoles praevaleret; et hoc bene auctor perspexerat, qui tamen in maligna figura putavit se per oppositos colores Keanui virilem dignitatem magis percipere. In hac comoedia igitur per pauca verba surgit iuvenis pulchritudo, ante omnium oculos posita, innata quadam integritate circumfusa. Odii ineundi species in summa vultus et gestus actione saepe persistit, animum autem non mordet neque amplius resonantem reddit, cum interea eius pectoris et umerorum splendor ab amico perdite ametur.

Corporis Keanui expolitio saepius sermonis scientiam obtundit, occulte adnuente scaenarum inventore, ita ut illius vagus et apertus candor maleficii potestatem continenter removeat et abstergeat. Itaque actor noster, inter validiorum iuvenum argumenta et artificia, ad acerbam verecundiam restituitur, quae ad eius ingenium pertinet, tametsi aliquando a scriptoribus deseritur et non satis probata est. Postea Keanuus, prudens iam discedens, numquam in aliorum manibus flecti voluit, donec suam pulchritudinem tantum desiderarent, indolem vero neglegentes. Nihilominus illud ulciscendi desiderium non semper cohibitum et imaginarium videtur; in multis autem locis, obscuro odio flagrans, eius persona trepidat et ardet, tamquam deus in somniis compositus, quem iratum colimus et improviso e conspectu evolavit (" Quin etiam rhoeas ero – amare inquit - quam in eius manibus rosa ", sed iuveni deest verborum inventio triumphans). Dum machinas fallaces intendit et in liminibus furtive conspirat, is inter familiares renidet fraudibus occultis; et interea ipse hortator venustate eius aliquibus unguentis magis perspicua decipitur, quasi eam temptans et oculis amplectens.

Fabulae huius contextum raro Keanuus stringere audet; sed nos, nescimus quomodo, erga eum benevolentia diu aestuamus, etsi infidelitatis ostentet lineamenta. Nam ille nobis occurrit ut luna, quae viatores prosequitur ubi dies illuxit, dilucida vero neque umquam a nobis recedens aut languens in memoria nostra.

" De Little Buddha "

Praeclara haec tractatio, quia ante Keanuum nemo potuit honeste animum et habitus Siddharthae principis induere et eius cor, ad misericordiam propensum, post magnum saeculorum ordinem traducere apud nos. Nec quisquam, mea sententia, posthac tam verecunda pulchritudine illud revocabit.

Primum Siddhartha in regali et concluso horto vivit; eius tripudium in sensibus tantum et simulatis certaminibus adspicitur. Licet vero ostentationem corporis eius admiremur, in constructione ludorum agilitatis et in candida laetitia vincendi. Sed a peccatis illa absoluta libertas haud conscia est, quia cum aliorum hominum aegritudine comparationem ignorat. In Siddhartha quidem oritur, inter dierum magnificentiam, taedium inexplicabile, et in hora placida repente exardescit, cum ancilla quaedam in cantu se tradit montium et terrarum, quos antea nemo memoraverat. Inde principium inexprimibile illius erga homines et omnes creaturas cogitationis, cui Siddhartha vires totius vitae committere voluit. Intellectus apertus nondum in eo vivebat; sed princeps, ad mentem perspiciendam in mundo latentem, divitias omnes recusavit, infirmorum oculos contemplatus est, super mortuos se ipsum et commune fatum diu lugere desideravit. Tanta cum veritate nemo praeter Keanuum se huic pietatis explorationi imprimere poterat; interpretes enim de America nati, vehementiores sunt, et natura doloris verecunda in eorum labiis saepe ad excedentes sententias trahitur.

Periculum hoc perspexit Bernardus Bertolucci narrationis rector, qui denique Keanuum praetulit, quoniam eius oculi, etsi a pulchritudine demersi, ad introspicienda creaturarum acerba vulnera aptissimi videbantur. Multi fabularum existimantes hoc discrimen numquam assecuti sunt; de quibus unum exemplum feram: in comoedia quae " Pro nihilo strepitus magnus " inscribitur, Kenneth Branagh, validissimus auctor, olim Keanuum voluit apud se, ut Petri principis invidiosum fratrem ageret. Ei autem imposuit inertem fastidii larvam, ab illius indole alienam; et etiam laborem minime docuit fraudis callide fingendae, ita ut iuvenis, inexpresso ingenio, nuda corporis suavitate potissimum ante nos surgeret. Et tardius nunc improbus ille profitetur se Keanuum amare; ceterum simili erga eum remota neglegentia usus erat Francis Coppola.

Sinceritatem contra praebuit Bernardus fabulator optimus, qui iuvenem diligebat, et ei tamen magister et pater esse voluit. Inde fulgere incepit Keanui multis locis interpretatio; inter quos ex contrario enitent Siddharthae triumphus et protinus eius perturbatio attonita, cum ipse, in obscuras areas communis homo discedens, dolorem incognitum et infirmitates in oculis accipit, usque ad senectutis et mortis necessarium limen. Quis dubitet igitur lacrimas illas ad flumen cineribus lutulentum, fere Graecorum inventionibus similes esse?

Narratio alia in memoria nostra manebit, idest princeps ad contemplationem intentus; et repente de strigosis genibus surgit, proximas aquas in lavacrum post tam multos immemores annos accipiens, et mentis elucubratum iter, humilis catini super undas probanti signo confidt, dum adversum flumen flectat.Tandem Siddhartha risu movetur, quia certus est de suae mentis disciplina inexpugnabili: et risus ille ad animum pertinet. Etiam de Oriente ortae fabulae interiectae (exercitus mali, Siddharthae pulchritudinis falsa duplicatio) non artificia sunt, sed necessariae figurationes cerebri, quod pro spiritus pretio contendit: et interea gratae illae in intellectus ascensu, ita ut iuvenibus quidem loquantur.

Multi Keanuum iudicant carnalis oblectamenti personam; minime verum. Vultus eius contra, Bernardo auctore et fidelissimo amico, omni aetati revelatur ut benignus Siddhartha, dum naturae eventus adscribit ad mentes suscipiendas deorum, quae in nobis positae sunt.

 

" Speed " (1993)

Attraverso la vicenda di " Speed " è dato imparare un altro fuggitivo momento del passaggio difficile dall’adolescenza alla giovinezza. Fosse oppure no intenzione di Jan De Bont di andare oltre un’avvincente scacchiera di episodi e di emozioni, cercando significati diversi in quella trama spericolata e insieme legatissima (si pensi al ferino duello e ai riverberi sul tetto della vettura ferroviaria, nel finale), non c’è dubbio che la scelta di Keanu per la parte del poliziotto (di nome Jack) come difensore e salvatore civico, a causa della sua implicita ma pulsante vena di giovinetto restio al gran passo verso la maturità, inserisce motivi ammirevoli in una ben costruita ma non furibonda persona d’eroe (1). A contrasto con la placida sensualità di Sandra Bullock, quel carattere cocciuto e generoso è scrutato dal regista in ogni muscolo, con il dinamismo di un sasso pronto a balzare nel gorgo di una corrente, ed è irriconoscibile anche rispetto a " Point Break "; ma ciò non preclude il ritratto, come avviene per esempio, con un’intensità arcaica, allo sbocco entro l’episodio decisivo, quando balzando con la sua pistola negli ambulacri della metropolitana, di fronte alla minaccia estrema del suo avversario, l’attore ci appare per un attimo simile al greco, bronzeo auriga del tempio di Delfi.

Se guardiamo al suo profilo morale, egli è un cacciatore in erba, in cerca dell’approvazione di tutti, ma è responsabile poi della salvezza di alcune persone ben determinate, diverse nel modo di reagire alla paura e all’ira; e così ha per ognuna di loro un accenno o una parola soppesata di persuasione, non solo di autorità, e a tutte impone l’istinto e il dovere di salvarsi insieme. Jack deve lottare con tre scommesse: vincere l’intrigo maligno e geniale del crimine, contenere lo spavento e gli impulsi dei suoi compagni d’avventura, ed arginare l’esitazione che talvolta morde anche il suo cuore. Il regista intuisce ed esalta questa rapidità di mosse e di reazioni acrobatiche ed emozionali, cogliendo a volo la corale naturalezza dei gesti. Keanu, senza proporselo, mette qualcosa in più, ed è la responsabilità morale.

Si potrebbe affermare che, nel precedente esempio di " Point Break ", la scoperta delle propensioni nascoste nella sua intrepida adolescenza, l’ansia di sgominare il crimine e insieme l’attrattiva verso chi, pur nella colpa, rivela un’intelligenza che sa scrutare nel cuore dell’uomo, quella impossibilità a sconfiggere fino all’umiliazione un avversario che è imprigionato in una scommessa senza limiti, costituiscono il primo distacco non sempre convinto dallo stato di separatezza dei sogni giovanili. " Speed " narra invece l’opera accettata con una febbrile temperanza, il giovane che si realizza verso gli altri ed è timoroso di lodi, quasi scontroso: bello è lo schermirsi di Keanu, quando qualcuno allude ai suoi attributi maschili, o ancor prima, il suo non voler comprendere, mentre fa colazione al caffè, le allusioni erotiche che gli altri fanno alla gran bevuta cui ha partecipato la sera precedente, o, con proposito da parte del regista di scavarne l’imbarazzo quasi asessuato, il finale abbraccio con la ragazza a lui compagna nel coraggio e nella prodezza fisica, a cui non osa chiedere un incontro d’amore. (2)

E questa sfumatura psicologica è poi la poesia di Keanu, superciliosi critici, che state contenti all’eroe sicuro in guerra e in amore. Felice il nostro interprete, in cui energia e pudicizia sgorgano assieme, senza prestazioni compiaciute! Dopo questo nuovo modello di coraggio in azione concentrata, in cui persistono echi di scoramento, ora impercettibili ora intensi, giustamente l’artista si è rifiutato di ripetersi in uno " Speed 2 ". La divulgazione piacevole non si addice a un giovane così caparbio e meditativo.

( 1) - Sarebbe opportuno anche ascoltare qualche momento del sorprendente doppiatore in lingua italiana; ebbene, dopo quella originale (così profonda e segreta !), è la più credibile intonazione, sia per l’impegno drammatico della voce, sia per il senso che dà di un Keanu che ritorni per miracolo dagli anni di " Bram Stoker’s Dracula " o dai riflessi di " Point Break ", ma con una grinta battezzata in nuovi propositi di impavidità. Sembrerà una bestemmia: addirittura, il film " The Matrix " guadagna nella resa in italiano, con un accento del personaggio di Neo che manca nell’originale, e che giustamente fa trasparire in certi punti un’aria di diffidenza un po’ " scocciata " e renitente (" non mi fido, non mi fido! ", quando Keanu sta per crollare dopo le prime rivelazioni su Matrix). Alcuni momenti di " Matrix " raggiungono la perfezione nei dialoghi italiani; molti vorranno sorridere di ciò, facciano la prova.

( 2) - Scorriamo ora per confronto un solido e versatile episodio di lotta al crimine, presentato con un’etichetta che annuncia: " Dai creatori di Speed " (Hard Rain, 1998); basta osservare che gli effetti visivi ed il meccanismo degli incidenti e dei disastri messi in opera sono similmente inarrestabili, e che l’interpretazione è molto precisa (Morgan Freeman, Christian Slater). Eppure i creatori di " Speed " qui non persuadono; manca infatti quel senso di volontà fidente del cuore, di umanità scontrosa e benefica, che lo sguardo di Keanu riesce a infondere anche tra gli incidenti più spettacolari.

 

" De Johnny Mnemonic fabula "

In hac velocissima pictura Johannes est animi nostri locus, seu remotum astrum semper ad suam memoriam advertens. Quod inexplicabile desiderium in Keanui ore habitat, nunc iratum nunc sine lacrimis dolens. Ille nexum quaerit corripiendae aetatis sapientia et sagacitate praeditae cum longinquis pueritiae radicibus, quae ei sublatae sunt, inopes vero mentis acumine, sed in iocis et in amore divites, erga matrem praecipue inclinatae, sine difficultatibus possessionis.

Interpres igitur, dum temporis laesi vult figuras et affectus comprehendere, aliquam solitudinem suam vere confitetur. Haec spiritualis indigentia improviso manifestatur in ipsis comoediae principiis, ubi Keanuus, cum femina quadam beate recubans, sensuum blandimenta oblitus, ad pristinam pueritiae felicitatem se vertit, et oculi eius, prae veritatis desiderio, vultum videntur consumere. Postea fulgidi cursoris tempora et labia, ab hostibus districta, inter discrimina rerum in horas extenuantur, propter doloris huius agnitionem quae perseverat in limine mortis praesagii. Sic omnes vastitates, omnes inimici stimuli sunt illius intellectus retinendi, cui respondere nihil potest, nec puellae grata benignitas nec divitiarum exspectatio.

Keanuus denique, etsi periculis et morte involutus, ut novus miles fortunam astringit, ad claritudinem emergens, totius aetatis suae compos. Felix Johannes recuperata et intacta pueritiae memoria; sed etiam ante homines fortissimus vir, qui sanatus ipse, medicamenta fert aliis, quasi missus a Deo inter cubicula et plagas populorum. Postquam mortem saepissime delusit, ille nuntius apparet lucis renovatae dierum. Anhelae enim figurationes eius continuantur in beatissima agilitate totius personae, quae undique adversarios fugat et in nostris mentibus adridet; et praecipue oculorum ardor metum adfert nobis, dum inermis est et idem terroribus indomitus, ut si ab aliquo deo scintillae exortae nostram mentem praetereant.

Ranas demitte, Keanue iucundissime, in paludibus, et sereno vultu procede.

 

Da Paul a Jjacks, da Eddie ad Herry, una travagliata ricerca di sfumature

 

 

" Napa Valley . De comoedia quae deambulationes et somnia Keanui describit in Californiae vinetis claris "

Opiniones inter se confligentes a nobis quaerunt utrum fabula haec contexta personis sit, an figuris tantum composita. De futili controversia agitur. Arau magister, licet in ea cultus aspiciat populi Hispaniae novae qui in America limine absconditur, duorum iuvenum, Pauli (idest Keanui) et Victoriae, itinera et fata perspicuo favore miscet cum incorruptis pigmentis et locis, usque ad amoris antea negati emergentes haesitationes, contradictiones blandas, ad impetus denique cordis frustra occultatos. Qui igitur est fabulae sensus interior? Ambo iuvenes, etsi carnalem jugum antea experti sint, per improvisas fortunae plagas virgineum amorem cognoscunt, quasi ad originem unam populorum redeuntes, vel ad remotam innocentiam nondum cognitam.

Hanc peregrinationem explicari videmus, ut Paulus, aliquam mercaturam exercens, Victoriae occurrit et secretum dolorem eius accipit: illam non audere se gravidam et innuptam apud suos revelare. Sed iuvenis, generosa natura commotus, persuadet ei ut coniugem ad parentes se ipsum ducat. Inde tremores puellae et impavida fiducia Keanui, qui callida inventa alit, inter fulgores hospitii interdum attonitus, numquam demissus.

Concedere oportet Keanuum in parte secunda, idest in falsa mariti figura, aliquando impediri et pauca loqui; et facile pater familias, cum eo deambulans, superior vincit verborum sagacitate. Sed his dubiis interiectae, quam multae et gratae narrationes, in quibus eius imago, immobili prudentia liberata, concitationem abditam et laetam sinceritatem manifestat! Tum vero corpus illius expeditum admiramur, cum viri et mulieres, membranis umero suspensis, in sulcis tamquam volitantes, leniter calorem fumigationum proiciunt ad vineas gelu circumfusas. Quam virile sub puerorum ritu tripudium illud! Sed inter omnes prospectus, gratissimum vallis et domus silentium est, dum iuvenes ementitum coniugium in limine amoris meditantur; et oculos nostros gaudio pervadit vindemiatorum clamor, cuius ebrietas Paulum et Victoriam ad basia et amplexus impellit, per omnia cubicula eorum mutuam deditionem in vertiginem trahens. Quis neget Keanuum validum amatorem revelari, labiorum vinum infundentem super puellam ad se denique coniunctam?

Raro in anterioribus fabulis Bacchi intuitus et integritatem agrestem vidimus ita in trepidatione liquefactos, ut si gaudium terrarum renovetur et adulescentia apud quoddam primordiale litus denuo inventa sit.

 

 

De fabula quae " Feeling Minnesota " inscribitur – 1995

Putredo urbium et Cain rabies hanc fabulam denotant, cum singulari et perverso certamine quod iuvenis nomine Jjaks, cuius personam Keanuus vehementer agit, in fratrem aggreditur, postquam ei nuptam mulierem subtraxit. Narratio docet, ut ita dicam, fraternam quoque necessitudinem in conspectu cedere antiquissimae praedae, idest in expugnando feminae amore. Pastores videntur aut agrorum feroces incolae fratres illi, de longinqua barbarie impressi, quamvis suburbiorum vitiis obruti quae in America aut in nationibus aliis hodie diffunduntur, civium liberalitate praetermissa. Nunc rusticis cultris displodentia arma vicem praestant, sed animus in inconsulta ebrietate idem est.

Actori igitur placuit illa morum efferitas, quae cum ridendis deceptionibus et adumbrationibus falsis saepe miscebatur, ita ut cerebrorum deliramenta quadam amoena insolentia temperata viderentur. Vere fabula haec ad memoriam venit una cum Graecorum scaenicis exodiis aut fescenninis versibus; sed Keanui concisa benignitas interdum emergit. Cuius sollicitudinis praecipuum exemplum invenimus, ubi ille mulierem iam obligatam sibi, quam fortuito caesam a se ipso crediderat, inter dumeta abdere et frondibus et foliis acervatis tegere cogitur; et ecce, super eius tumulo florum fasciculum ponit, quia non solum illius ventris iucunditate captus est, sed etiam aliqua cordis mansuetudine. Quae adumbrata religio in desipienti et erratico homine, colaphis et vehementia contexto, animos nostros recreat. Pulcherrime etiam exodium evenit, cum iuvenis denuo mulieri ipsi occurrit quam vulneribus tantum affectam agnoverat et secutus erat; et repente, dum catellum sibi adligatum ducit, non amplius solitudini indulgens, inter theatri cuiusdam lumina eam agnoscit, in saltationibus refulgentem. Quomodo ei negare potuit alias nuptias et flagrantem noctium cupiditatem?

Amores et sceleris consilia in hac fabula denique fraterni nobis apparent, a mutua vel spirituali deditione alieni. Ceterum ipsam rudem possessionem quae pro amore effingebat se, Keanuus expressit inter spectatores multos, dum spumare valide inducebatur mentula eius sub fratris uxoris candidis vestimentis. Comoediae auctor quidem testatur iuvenes ambos amplexu saepe laetatos esse; nec credibile est Keanuum, quamvis ad humanitatem propensum, verticillum suum avertere potuisse et a destinata vagina deerrare.

Considens igitur actor noster feminam erumpentem recepit, lepido cum impetu, sagittifer bonus; perspicuum enim est eum, etsi inter libros et amicos saepe se profiteretur solivagum et coenobitam fere, interdum ut satyrum libidine captum esse. Ceteroqui in illa narratione de Priapi agebatur pugnis et triumphis, quibus Keanuus ingenium et phallum fermissime praebere debuit; quin etiam, scaenarum inventorem dicunt aegre illum eripuisse a perdita concitatione, ubi in nocturno facinore agendo, machina in qua duorum iuvenum conventio insaniebat, cum multorum risu inter motorum et viarum celebritate involuta est. (1)

Postea Steven Baigelman, fabulam docens, in tragoediae limine exodium confici voluit, sed frustra; insolens illa aviditas cum iocularibus rebus mixta erat, et fratrum discrepantia, etsi ad sanguinem et plagas effusa, ad lacrimas tamen non potuit descendere. Sed opportune Keanuus illi consensit, quia denuo se taurum ostendebat, ut ante fuisse meminerat in " My own private Idaho ", ubi cum italica puella nudus conspectus erat in narratione extrema. Nunc aberant animi promissa et blandimenta videbantur fortuita, sensibus addicta. Veri enim perceptio fere exstincta erat, quae in " A Walk in the Clouds " fidelitatem et pudorem servaverat in nuptialis cubiculi limine. Nihilominus ad inauditam narrationem respexit actor, et sibi proposuit figuras lacertis expressas, odii impetus et satyri voluptates; ita validitatem novam expertus est et eam utilem sibi existimavit in fabula quae " Advocatus Diaboli " nominatur, praecipue cum necesse fuit in luxuriam veracem propensionem sumere rubro et contracto vultu et corporis invitamenta aggredi.

Post aetatem suam sincerissimam, quae cum Apollinis imaginibus nobis est comparanda, ita adhibere ille potuit non solum venustatis signa, sed etiam abditam antea structuram a Bacchanalibus non alienam. Ceteroqui in fabulae parte secunda torpidi erga puellam amoris exortae umbrae diffuse delectant nos, ut si aliter sentiat ille nugatorius homo et basiorum lenitudini aegre indulgeat. (2)

( 1 ) – Propius est vero adulescentes copulam inter se vehementer comparavisse in margine operis instruhendi; postea, ipse fabulae inventor, vibrantem eorum machinationem exercere meditatus est, donec amatores vehi viderentur motoris cuiusdam effrenato recessu et Keanuus in femina et rotarum axibus phallum violenta cum gaudii tempestate insculpere.

( 2 ) – Repugnat, in hac alioqui lepida et singulari fabula, interposita iuvenum iucunditati et eorum labiorum iocis amoenissimis, repentina et sanguine obruta fratrum vindicatio (cur denique amantes se magis celare non poterant tempestiva calliditate ?). Sed Keanuus, per intervalla plagarum et rivalitatis, novus adulescens apparet nobis, animum quasi candoris aura perfusum restituens sibi, sive accipiat sensuum deliramenta post tristia silentia vitae, sive fraterne murmuret ad catellum, quem e catenis eripuit. Quam inter acerbas imagines pulcherrimum et tacitum colloquium illud, inter vitas errabundas, quae caedes multorum dierum oblitae sunt, non trepidam vero haesitationem in felicitate fortuita!

 

" Reazione a catena " – sett./novembre 1996

La limpida investigazione di Andrea Davis implica un racconto di prove e di pericoli, che porta in sé una morale non artificiosa: conquistare la verità è beneficio universale, ma sovente è il portato di una persona sola – in questo caso è una coppia di giovani quasi indivisibili – che la rivendica per gli altri, i quali non la capiscono o le sono avversari. In contrapposto a tale ricerca (che nel film è la salvezza dell’ambiente-terra) sta il guadagno di gruppi economici irresistibili, ma anche la Ragion di Stato, dotata a sua volta di una credibilità non certo di poco peso, ma di natura non morale; questa intelligenza politica, necessariamente compromessa anche nel crimine, è simboleggiata dalla figura dell’attore Morgan Freeman, che pure, dietro i suoi calcoli cinici, sembra avere una sua grandezza, giustificata da un malinteso bene della Res publica.

La dialettica del film sta nella inconciliabilità sotterranea fra queste due visioni, affidate ai risvolti psicologici di Freeman e di Keanu. C’è da augurarsi che nessuno insista nella stucchevole etichetta di " film d’azione ", quando la riuscita del regista Davis sta nell’aver capito e sperimentato il fulcro drammatico e di scontro ideale ben presente nel testo. " Natura della cosa è il suo nascimento ", come bene afferma un filosofo della storia. In questo caso il significato è già nelle prime battute: " Occorre una rivoluzione ambientale ", e: " Questa scoperta non deve essere venduta, ma regalata a tutti ".

Lo sviluppo della narrazione è spigoloso, anche nei tratti dei volti, dei paesaggi." Perché incedo triste, mentre l’avversario m’insegue? "; tale richiamo della Missa in lingua latina potrebbe essere l’incipit della fuga, di continuo prorompente, di Eddie Kasalivich (Keanu) e della sua compagna. L’azione comandata a Keanu, con il contrappunto di Freeman, cui basta un tic impercettibile, un giro insondabile d’occhiali, per imbastire una decisione carica di conseguenze, è quella di una battaglia decisiva. Scarso tempo è destinato all’amore, che del resto avrebbe interrotto l’unità aristotelica d’azione e di tempo; ma ben si fa presente la tenerezza sorgiva, sfumata e recisa di continuo, per non distrarre dalla volontà di sopravvivenza e di affidamento ad una causa superiore. Basta un riguardarsi appena tra il giovane e la ragazza, un accostarsi di volti, prima che la partita ricominci. L’impronta del tempo (atmosfera gelida, inverni interminabili) è un altro elemento di sensitiva coerenza: terre diverse, però sempre monotone e attraversate da riflessi di smeraldo, dove le spoglie dei boschi danno risalto al disperato ardore dei due improvvisati messaggeri. Davis non dimentica questo contrappunto di paese rigoristico, si direbbe, dove la rapidità delle sorprese e degli inganni trova ostacoli inerti, e brevi, intensi smarrimenti.

Tutto al contrario delle impressioni esposte dal critico Brian Robb (in "Keanu Reeves", Londra, 1997), il quale parla di scene ripetitive, facendo però risaltare alcuni episodi memorabili: la fuga di Eddie dal laboratorio che esplode; l’eroe braccato, che si attrappisce e sguscia via tra i moduli di un ponte sollevato; il temerario volo sulla barca, tra le insidie di un lago ghiacciato. Ma non si tratta di privilegiare le emozioni dell’atto trascinante, proprio perché questo film non è di semplice avventura. Il dramma sgorga dai casi fortuiti; e a volte il protagonista deve riflettere al giuramento che sta cuocendo in lui. La sua stasi concisa, quel domandarsi che sembra sottotono e scava lentamente nel vero, preludono a nuove tensioni. Appunto la maestria delle pause è la modestia apparente di un film non di sola " azione ": è il calcolo provetto di Freeman, è lo sbalordimento e la nuova determinazione di Keanu, con occhi che si rinnovano sempre.

Per dire di alcuni particolari, occorre rendersi conto che la prestazione di Keanu sta anche nel rivelare una flessibilità sorprendente in una così solida statura. E’ incredibile come la sua figura psicofisica si trasformi su tante gamme, dal giovinetto che si ostina nella sua acerbezza, all’uomo grintoso come un mastino, fino a questo macchinista – studente un po’ ingrassato sugli esperimenti, tranquillo in mezzo alle notti gelide, ma anche arma di muscoli pronta e vigile, imprendibile e circospetta tra labirinti e tranelli. Egli è disposto a far decadere in parte i tratti delicati del volto, che gli hanno reso un servigio eccellente nel passato. Ma ritorna anche l’ansia del ragazzo disperato, quando riemerge con i suoi occhi lucidi, ad esplorare i fuochi del laboratorio esploso. Altrettanto visibilmente fanciullesca è la sua reazione, mentre va incupito in sé lungo una strada popolata di barboni, ed uno di loro fa appello quasi di intimazione alla sua elemosina; egli capisce d’improvviso, si accosta con l’obolo e riceve in cambio il breve ristoro di carboni accesi: la casuale insistenza del mendico può essere un avviso, un aiuto misterioso. Il piccolo Prometeo, che porta una nuova scoperta agli uomini, non sarà debellato; tale è il senso mitologico del racconto. La causa della scienza pura può trovare difesa in un umile, ostinato tecnico, tra periferie e boschi desolati, tra uomini infidi.

Un unico sospetto: ma come fanno, nella pur vastissima America, a non accorgersi del gigantesco formicaio sotterraneo, creato dagli interessi collusi di industriali e di politici senza scrupoli, dediti ad un falso patriottismo? In ogni modo, la guardinga pittura del regista Davis segue senza fallo due piste fra loro connesse. Da un lato la sorpresa, che costringe le emozioni appena sopite a gettarsi di nuovo nelle correnti di un destino incerto fino all’ultimo; dall’altro, una duratura estraneità di regioni e di cieli, limpida e tediosa, dove la caccia all’uomo si svolge per meandri e alternanze, come in una sonata musicale.

Attentissimi gli interni, che riflettono più che i gusti, l’animo degli attori: sia quelli in cui domina Freeman, signore e congiurato della tecnologia al servizio della politica, sia quelli concitati della polizia sempre in ritardo, sia infine i laboratori di scienza e di applicazione, ora celesti come acquari, ora umili e gremiti di strani congegni, come la dimora silente di Eddie, onesto macchinista che una sera qualunque, coinvolto nella bufera di un ricatto inspiegabile, non perde mai di vista gli ideali che gli sono stati affidati.

 

" The last time i committed suicide "

E’ un’elegia di verità quotidiana, che tratta degli umori traditi della gioventù d’America alla fine della seconda guerra mondiale; l’ozio effimero si intreccia con idee d’avventura, o si rifugia nel sogno di una " sistemazione " per sempre, nella felicità di un matrimonio idealizzato e talvolta temuto. L’interprete di Neal Cassady, il personaggio fortunato e insieme irresoluto del film, coglie con maestria la ricerca convenzionale del sesso; ma l’intenzione del cuore, sfuggente e indeterminata, non sa amare per sempre, e infine si perde nel suo anelito più riposto, che è quello di " cavalcare le grandi pianure ". Keanu, qui presente in una parte d’appoggio, ma vitalissimo nell’esperimento di una sottigliezza a lui nuova, raffigura l’amico Harry, speculare a Neal nella debolezza del temperamento e per di più disilluso; egli è ormai inetto al respiro delle grandi pianure, e d’altra parte soffre di vedersi incapace ad accomodarsi nella noia e nelle tradizioni opache del luogo natio.

Harry è una prova affrontata da Keanu con umiltà esemplare: il macchinista irrobustito di " Reazione a catena ", qui rinunzia ancor più alla sua nativa bellezza, e assapora lo sfiorimento rassegnato della carne e degli affetti, incidendo con una sommessa recitazione nella parte del giovane impigrito e apparentemente balordo. Impossibilitato a proiettare i suoi giorni al di là dei monti nevosi che circondano il suo immenso paese, riconosce senza risentimenti la sua sconfitta, nello stesso tempo afferrandosi all’amico, a cui grida: vivi felice per tutti noi! Ma l’intelletto è sempre vigile: Harry comprende bene che anche Neal è incapace di un progetto compiuto; finché, con una chiaroveggenza pungente, gli predice che neppure lui potrà tenersi pago degli affetti domestici e che avrà un’esistenza vagabonda.

Da un lato, dunque, uno sradicamento incipiente, che crede ancora nella sorte, ed è invece privo di finalità durature; dall’altro un distacco già convinto, che si culla di continuo in un vuoto di giorni, ormai privato di qualunque incontro d’amore. In dialettica coperta con gli altri, Harry si dimostra capace di un’autoirrisione intima, tra gli angoli sordi e protettivi del cielo piovoso e di un fioco bar senza vicenda alcuna, come pacciume approdato da chissà dove ai margini di un torrente bituminoso.

Audace Keanu! Deposto il fulgore delle favole trascorse, si avvale di pensieri tronchi, di sorrisi e di richiami imbelli; e la sua persona resta nel ghirigoro di una sigaretta o nella schiuma di una birra, con l’unica scommessa ripetitiva della stecca e del biliardo. Ora si rispecchia in un volto stordito, senza poter dire mai: " questa è opera mia ". Com’è dolorosamente autentico quel senno obnubilato, quando, con tratto di falsa eccitazione, si fa querulo, con in testa un berretto natalizio preso a prestito, dietro ai passi dell’amico che vorrebbe sfuggirgli! Risorgerà nel film successivo, il nostro duttile attore, con uno sguardo ora penetrante ora indifeso di fronte alle lusinghe del diavolo (in " Devil’s Advocate "), loico e testimone del libero arbitrio donato all’uomo. Intanto si è rivelato felicissimo anche nei toni impercettibili, in un languore senza memoria, acquistando una diversa attitudine, calcolata e ad un tempo sincera. Soltanto questo nunzio di primavera è stato capace di conoscere anche i nostri giorni d’accidia e di sconfitta senza ribellione.

Da " Devil’s Advocate " alla saga di Matrix, una felice distruzione di ogni etichetta imposta

 

 

" L’avvocato del diavolo " (1997)

Volendoci attenere al nucleo ideale di questo film, che è comunque attraente e complesso nella trama e sicuro negli effetti speciali, occorre insistere in un pensiero affiorante, che, quando più quando meno, è annidato dietro al facile successo della novella diabolica. Quel pensiero ruota intorno alla verità nascosta nell’anima dell’uomo, e si nutre dei personaggi di Milton, principe della seduzione demoniaca, e di Kevin Lomax, avvocato apparentemente imbattibile, che si lascia però avvolgere nei peccati di superbia, di avidità, di lussuria. Kevin sarà infine costretto a rivendicare la propria volontà morale, attraverso cadute e riscatti che non sembrano mai definitivi.

E’ un paragone prima nascosto e poi chiaro e drammatico, privo di un riferimento trascendente, essendo Dio relegato al ruolo di un giocatore curioso ed estraneo agli affetti umani. Perciò il confronto si svolge come disputa laica, tra l’intelletto di Lomax, che è brillante ma invischiato da un’incontenibile ambizione, e la materialistica, capziosa dialettica affidata al genio luciferino di Milton. Egli tutto possiede in ricchezza e potenza, anche nella facoltà di conoscere ogni lingua parlata; ma pure lui pecca, per così dire, nello scommettere sul rischio totale, e cioè sul diletto di impadronirsi di un’altra anima, che sia facile ad irretire, ma difficile a debellare interamente.

L’indifferenza di Dio genera uno smarrimento inafferrabile, che impedisce al film di essere confinato nel puro svago (cfr. utilmente un articolo di Fabrizio Liberti, in " Cineforum 370 ", Bergamo, 1997; è il primo e forse l’unico a render conto di questa metafisica nascosta, che è la bellezza ghermitrice dell’intera novella). " Pertinente e divertente ", così definisce quel terrore dissimulato lo stesso regista Taylor Hackford; ma, forse intimorito dalla grossolana incomprensione della critica giornalistica, non sa riconoscere la sua creatura. Solo l’uomo, e in questo caso l’avvocato delle cause più sottili, può sostenere il dubbio interiore, almeno per quanto riguarda l’acquisto o la perdita dei diritti della coscienza individuale. Tale intrigo di abilità argomentativa, di seduzioni subite o contrastate, di prove traumatiche, risolte per un soffio in salvezza e chiarezza intellettuale, è affidato a Keanu Reeves; e a ragione. Nessun "attor giovane" americano avrebbe potuto raffigurare un simile ingorgo di aggressività logica, di visionarietà erotica, di pervicacia nelle sfide di bell’ingegno, e infine di rovina disperata davanti al fulmineo suicidio della moglie, che il maleficio del diavolo vede come ostacolo per la conquista dell’anima di Kevin. Basterà riflettere che l’obiezione contro il male è presenza cosciente nel personaggio-Keanu fin dall’adolescenza (in " River’s Edge ", ma anche in " Permanent Record ").

Vediamo ora alcuni momenti salienti della sua interpretazione:

1) compiacimento nell’osservazione psicologica: si pensi all’episodio della scelta della giuria, con quello sguardo di orgoglio e di calcolo introspettivo, ma anche, e con l’aggiunta di una cattiveria per lui nuova, alla contestazione che egli fa alla giovanissima accusatrice nel primo episodio del film, di essere lei stessa implicata in un " gioco erotico ", mentre egli esplora il modo di una trappola che scatterà immancabilmente –

2) stupore nell’attrazione carnale verso Cristabella, la creatura prediletta di Milton; specialmente nella scena di festa notturna sulla terrazza del grattacielo, Keanu esprime uno stordimento incantato, che si accresce anche dei riflessi della città lontana, brulicante specchio di desideri –

3) abilità nella concentrazione drammatica, fino al confine dell’orrore irrimediabile, al grido costernato sul corpo della moglie che si è tolta la vita. E’ questa un’esplosione di furia quasi voluta dagli antichi dei, per punire l’esaltata ambizione di Kevin; ed è qui, d’altro canto, che ha inizio il riscuotersi della coscienza, e conseguentemente l’atto volitivo di affrontare, anche a costo di perdere tutto, il sarcasmo apparentemente invincibile di Milton. Nessuno avrebbe potuto sostituire Keanu in questa potenza contratta nelle vene, in questo catastrofico ritorno al senso della colpa.

Il fatto che l’episodio estremo sia immaginato non toglie nulla alla sua intensità. Avendo già perduto il confronto con la tentazione di Satana, quando ha ascoltato le sue lusinghe sulla cima della " montagna ", qui simboleggiata dal grattacielo, per sottrarsi all’ultima soggezione, Kevin delibera di punirsi e di uccidersi, giustificato dalla scelta del " libero arbitrio ". Due concetti si intrecciano nel suo gesto: quello della mitologia antica, che esige la caduta dell’eroe, quando la sua ambizione sia andata oltre i confini concessi all’uomo; e quello inerente al dubbio teologico di Agostino, certo tratto ad un esito non cristiano, ma comunque interiorizzato almeno come riconoscibilità di una coscienza che non si può evitare.

La catastrofe è appunto legata alla disputa sottintesa sulla condizione esistenziale dell’uomo, senza la quale essa sarebbe una vicenda di sangue come tante se ne vedono; e quel presagio d’una morte procurata a se stessi, quando il dio che è in noi ha ceduto alla torbida attrattiva dell’antidio, non ha dunque un timbro cristiano, e neppure stoico; è piuttosto un problema moderno, di una coscienza che detiene in sé tutti i termini della mente, quello diabolico e quello divino. In questa assenza del " trascendente ", Al Pacino, puntiglioso e sovrano interprete del volto nascosto di Satana, si mostra talora al di sopra delle righe. A petto di quel maestro un po’ compiaciuto, sarcastico nelle sue trasformazioni beffarde, Keanu resta, con vigore ardente e contenutezza insieme, nei canoni del dramma classico, sia quando esita ed è turbato, sia quando si esercita come infallibile causidico, sia infine nella furia e nell’accettazione della sua colpa; nessuno è pari a lui in questo carattere.

Ci si deve ora domandare perché qualche superficiale lettore del film abbia parlato di un " divertimento "; è evidente che in questa direzione ci si preclude la dialettica insita nel racconto, che non vieta del resto tratti di umorismo e di satira ingegnosa. Non si può affidare il piacere dell’ascolto solo alle battute sciorinate da Al Pacino, che dal sorriso tentatore del maligno scivola talvolta in una teologia da trivio. In realtà anche lui è costretto infine a misurarsi sul problema che scuote e insidia la cinica sicurezza dell’avvocato Lomax, e che deriva appunto dall’assenza di un dio non del tutto sradicato.

Dopo questo intuito visionario, la scena conclusiva, che indietreggia fino al dilemma iniziale ed ai panni consueti di un avvocato di provincia, segna il pericolo di una delusione espressiva incontenibile; in realtà Keanu rivela una singolare attitudine a modulare in pentimento taciturno la propria immagine, tornando a una realtà quotidiana, col suo volto corrucciato e innocente. L’avvocato Lomax è ora più disposto ad interrogarsi, a rinunziare alla sua causa in nome di una resipiscenza almeno prudente, anche se non può dirsi immune per sempre dalle seduzioni che soffiano sul nostro mondo: l’avversario ci guarda; non si sa mai.

 

 

" The Matrix " (aprile 1999)

Per comprendere bene che significato sia da attribuire a questo film in un riepilogo delle prove di Keanu fino all’anno 2000, non si può respingere l’idea che euforia e trepidazione per il passaggio millenario abbiano influito sulla scommessa degli autori, i cerebrali fratelli Wachowski, che per escogitare inganno e guerra ad un computer mostruoso e definitivo, hanno dovuto non solo raccomandarsi al fortunato produttore Joel Silver, ma anche convocare un maestro mitico di arti marziali, il regista cinese Yuen Wo Ping, e un attore disposto, per un suo perfezionismo congenito, a massacrarsi in un addestramento diabolico di kung fu, al limite fra dissoluzione psicofisica ed esaltazione di un meccanismo perfetto in apparenza di corpo umano.

E costui non poteva essere che il tante volte uccellato e malmenato Keanu, l’unico attore di Hollywood che sappia attendere il suo momento, che sappia risorgere dal veleno delle insidie critiche più determinato, e che infine sia in grado di suggerire soluzioni a tutti, anche ai fotografi, anche ai tecnici digitali talvolta, per rimettersi poi sotto la sferza dei maestri per mesi e mesi. Ma questa volta ha fatto di più: con le lezioni ancora in testa di quel " Johnny Mnemonic " che la sordità della letteratura filmistica aveva fatto rientrare a torto in un periodo di " rapida discesa " dopo il successo di " Speed ", egli ha offerto spunti vitali al nucleo inventivo, almeno dal punto di vista della psiche primordiale che sorregge l’impalcatura di questo subdolo videogioco.

Infatti anche in " Matrix " Neo-Keanu è costretto ad accettare a malincuore la parte del combattente, come già aveva fatto Johnny, il corriere mnemonico: per entrare nella verità che risana, deve riscattare la sorte dei suoi simili. Eppure, nonostante le acrobazie tratte dalla tecnologia digitale e l’inesausta, frenetica gioia degli attori nel prestarvisi, oso dire che " Johnny Mnemonic " è un simbolo più umano e persuasivo (certo come film è modesto). Johnny, nel suo folle trascorrere attraverso le pallottole, ci commuove in forza della sua fragilità che un soffio può cancellare; è un personaggio con una sua trepidazione affettiva, alla quale Keanu davvero sa prestare impercettibili e contriti accenni di pensiero, alla soglia di una rivelazione che gli è negata ogni volta che sta per afferrarla, e con un volto che si può definire, in momenti simili a quello, il più spirituale di Hollywood (pensiamo al " Piccolo Budda ", a " Permanent Record "). In " Matrix " il suo sguardo ha ormai il fascino del " cavaliere teutonico ", ed è ritratto quasi sempre nel punto in cui l’ansia interrogante è già superata, esprimendosi in calcolo mentale; ed un istante dopo è gelido e superbo, concentrandosi sotto emblemi di maschera (gli occhiali da sole, i lunghi cappotti medioevali), pronto a saettare in un giorno d’ira e di vendetta incontenibile e precisa.

Non sarà forse che " Johnny Mnemonic "debba apparirci davvero come il terzo nella triade dei film d’azione, sul percorso artistico di Keanu, dopo " Point Break " e " Speed ", tutto al contrario di ciò che sostengono le catalogazioni volgari (intendo dire, delle industrie filmiche), abituate a misurare le immagini creative dalla capziosità brillante del recitare o dal successo che si propaga di bocca in bocca? L’abilità pieghevole del riso o della tristezza è un medium costitutivo di ogni pèlago romanzesco (anche Keanu deve confermarla, se ne è in possesso, come ha dimostrato ininterrottamente per es. in " Tune in Tomorrow ", o in " Point Break ", o nella parte dell’avvocato del diavolo), ma non sempre dà origine di per sé all’energia mitica, che discende invece dal mondo del sublime, e che ha illuminato Keanu senza che egli a volte lo meritasse: per esempio nella figura del giovinetto innocente e restio, che pure deve scendere e lottare in mezzo al mondo, nel trovarsi messaggero di una verità o di una promessa che gli venga affidata per gli uomini, nel dolore delle amicizie che gli sfuggono dalle mani. Anche certi film erratici o ruvidi, che a torto fanno parlare di decadenza espressiva ( " Reazione a catena ", che è del 1996), segnano un arricchimento per le future prove di Keanu, e di per sé intonano, con sfumature pungenti, un cammino che non si arrende mai.

Certo è che la persona stessa di Keanu subisce in questi anni uno sbandamento, per la morte di River Phoenix, l’amico che " si porta nel cuore ". Da questa disperazione la sua vena drammaturgica è uscita più coerente, e – ne siamo certi – avrà modo di spaziare nei progetti imminenti di "Driven " e di "Shooter". Ma in questo momento (anno 1999) egli doveva anche confermare la sua capacità di stringere di nuovo le folle, soprattutto quelle giovanili, com’è inevitabile in un’impresa dove non molti autori possono permettersi la pura ricerca dell’arte; e doveva insieme attingere uno scatenamento psicofisico, che agevolasse il ritorno verso di lui della beatitudine dell’esistenza. Bene ha fatto dunque Keanu a dimostrare che anche in questo campo, del mulinello cinematico, egli possiede una perizia di rovinìo apocalittico, in cui la bellezza del violento gestire, con l’aiuto certo di illusioni e di agganci artificiali, ma essenzialmente costruita con il proprio cervello, si avvicina senza affanno apparente ai maestri cinesi e giapponesi di arti marziali, non rinunziando mai al dono di una leggiadria che ci sfugge ed è presente in ogni vortice di quella gelidissima furia.

Ma parliamo infine di " Matrix ", del perché di un’ammirazione ragionata, e dei motivi che la rendono perplessa, dal nostro punto di vista (niente a che fare con certi lettori, che hanno sempre avuto in uggia l’attore, definendolo " bello " e tuttavia " inespressivo ", come se la bellezza nel cinema potesse esistere senza una sua grazia, una sua efficacia persuasiva e drammatica). Dunque, la prima idea appartiene alla fantascienza: il giovane Anderson (Keanu Reeves), notturno cercatore e ladro telematico, che sarà ribattezzato nel soprannome di Neo ("L’inatteso", secondo il senso del greco antico - come anagramma di One, infatti, suona abbastanza innocuo) da quelli che lo vedono come eletto a destare gli uomini dalla loro invisibile schiavitù, scopre che la vita è un sogno – come del resto sospettavano anche gli antichi. Essa è soltanto parte di un impulso inviato al cervello da una forma di vita artificiale chiamata Matrix, un computer definitivo che ha sconfitto l’uomo e che, nutrendosi della sua energia nativa, lo respinge sempre più in un margine virtuale. Si tratta di un crepuscolo ignoto, di un’alienazione che non appare credibile e tuttavia è vera, che sta per chiudere in trappola il nostro destino, fra pareti che ne rispecchiano l’immagine, senza che nessuno sappia quale sia quella autentica.

Ora, questa presenza che arrovella e incute spavento, rimanda ad " Alice nel paese delle meraviglie ", ma di grado in grado, parlando di livelli molteplici di esistenza, può addirittura riportarci ai pensatori greci; dunque non è nuova, e però è attraente. Perché? Ma perché si attua davanti ai nostri occhi; perché non è solo un ragionamento elaborato, ma è capace di abbagliarci nel labirinto di un videogioco; ci pervade a tradimento, esce dalla tela, dalla trama, sta per prenderci alla gola, e infine, per intervento di un salvatore segreto, Neo-Keanu appunto, che deve redimere gli altri per non perdere la sua stessa ragione di esistere, giace ai nostri piedi come una gorgone ancora sibilante. Il concetto non è peregrino, poiché parte da principii accolti di convenzioni scientifiche teoricamente non assurde; piuttosto, la sua effettuazione è da rompicapo gioioso e maligno ad un tempo, che si traduce in una sequenza di scontri affilati e inesorabili.

A volte subentra il sospetto di una certa stasi, o meglio, di una incongruenza fra mondo onirico, la cui pervasività è considerata schiacciante, e la ribellione chiaroveggente dell’uomo. In fondo, l’unico, ma concentratissimo momento, dove cuore e invenzione coincidono, è l’idea che Neo sia davvero l’eletto, poiché si è convinto di poter salvare gli altri: non è però un motivo drammaturgico evidente, mentre invece meriterebbe di esserlo in un successivo episodio. Come resta ai margini (ed è un peccato; o non importa per lo spettacolo cercato dalla regia ?) il riflesso cristologico delle palpebre chiuse di Neo, che muore e resuscita per volontà d’amore.

Johnny Mnemonic era tutto nella sua testardaggine, da cui calcolava talora in ritardo il punto dove i nemici l’avrebbero assalito, e per questo godeva la nostra simpatia, pur intuendo a fatica, in quel cervello a volte grossolano e ombroso, l’importanza di ciò che tratteneva nei suoi neuroni. Neo invece è un catecumeno dottrinario, a cui è stata rivelata e insegnata la fede nello scontro finale; ed è soprattutto un congegno irresistibile e trasfigurato, lontano dalle vie dolorose del nostro pensiero. Ma da quale motivo, ci si chiede, discende la necessità della sua investitura, la grazia della sua scoperta? Nella selva di una notte inferma, Johnny Mnemonic è un ragazzo inconsapevole e smarrito, maldestro e incolto (alcuni critici l’hanno annotato a dispregio), ma la sua ricerca è una favola trasparente. L’eroe di " Matrix " appartiene alla sfida della moderna tecnologia, con repentine connessioni da predisporre sul tavolo della battaglia; eppure noi sentiamo che quella resa incondizionata che il film compie alla gioia delle armi cinematiche, ci lascia febbrili, e però esitanti al confine dell’entusiasmo.

La gioia con cui Keanu ha parlato di " Matrix " in un’intervista, si riferisce ad un " risveglio " di natura spirituale, ad una presa di coscienza del destino, alla relazione della mente umana con le macchine; ma significativamente egli aggiunge: " è un po’ una saga mitica, con l’eroe, il saggio, i guerrieri, le guide spirituali, le profezie, l’oracolo ". E non manca neppure il livello del soddisfacimento personale, della seconda esperienza liberatoria dopo la recita in Amleto: " ho imparato a fare ogni tipo di capriola, a correre sui muri, a colpire con perfetta precisione ". Interpretando Amleto a Winnipeg, si era disimpacciato dalla paura e dalla servitù verso i mostri sacri del palcoscenico; ora è come una serpe primaverile, che getta via le scaglie della malinconia e del pronostico infausto lungamente assaporato dai suoi detrattori, assumendo di nuovo la padronanza del proprio corpo di liberatore. (1)

In ciò ha ragione: da negletto pirata informatico egli è divenuto quasi un monaco guerriero; e l’ascesi che ne scava l’enigmatico volto (una scultura su cui la regia insiste, quando le palpebre chiuse fanno da sentinelle al pensiero) è soprattutto nei legami del suo cervello, mentre la persona, in vigilia d’arme, si concentra e si sdoppia mediante un’apparenza di catalessi. Così, rigerminando tra il sole e le tenebre, sconvolgerà gli avversari in un definitivo nembo di effetti fisici, sia con le gherminelle delle arti marziali, sia con le armi esplosive più inaspettate.

Senza voler escludere le creature del terrore che danno alla visione di " Matrix " un salutare prodromo di paura, come la guaina destinata a rinverdire il corpo di Neo, che già gli sfiora la gola, o il ripugnante essere introdotto nel suo ombelico, allo scopo di seguirne ogni spostamento (e l’attore si esibisce allora in uno splendido raccapriccio), il nucleo resta dunque da individuare nella missione ultima e quasi sacerdotale affidata a Keanu: essere pronto a disperdere il mondo di illusione imposto dalle macchine (ma per le vie le persone sembrano ignare o affaccendate, proprio come nella società mediocre che è la nostra!). Ebbene, in quella confutazione cerebrale, l’attore è una maschera suggestiva quanto si voglia, ma pur sempre deve assisterlo un’infermiera amorosa, Trinity, con lo stesso motivo che era apparso in "Johnny Mnemonic ", in cui il fuggitivo eroe si era dovuto arrendere alla guida di Jane.

Cardine di questa parusia mitologica (la chiamata inattesa, l’esercizio insonne dei propri sensi, il ritorno come guerriero divino) è lo sguardo stesso di Keanu, alla soglia di una salvezza che potrebbe celare invece la perdizione in una dimensione altra e contraria a quella in cui si impone la scelta della coscienza. Quel dubbio è giocato dall’interprete mediante un’intensità arcana degli occhi, da cui la ponderazione rimuove ad ogni istante l’angoscia; e tuttavia, non è forse assente, in un'attrattiva così inesplicabile, la scintilla morale? Infine, oltre il fluido onirico sta lo spazio di una volontà che non può fallire, dedicata interamente ad annichilire l’avversario (una specie di Ghestapo, anche qui!). Lo spettatore, che a un certo punto si sente spazientito o anche inebriato da tanti simboli, può d’ora in poi riconcentrarsi e giubilare di quella vorace distruzione: anch’esso è infine coinvolto nel videogioco, non tanto per le pallottole rallentate con la forza della mente, o per il prodigioso volo dei combattenti agganciati all’elicottero, quanto per la furia incorruttibile del corpo di Keanu; esso appare come un inno di sfida, dove la tecnica delle sequenze speciali è essenziale, ma non è risolutiva.

Qui sta la cima fantastica, non nella filosofia che Neo è indotto a imparare dai compagni di ribellione, senza un cambiamento veramente sofferto (tutt’al contrario era stato in Siddhartha); e non negli indizi escogitati per la sua chiamata: il coniglio, l’oracolo, o meglio, una santona di periferia, che dà uno sguardo ai fornelli della sua cucina mangiando con gli occhi la radiosità esitante del giovane, a cui infine concede un detto latino enigmatico " temet nosce, conosci te stesso ". Il riscatto di Neo si nasconde nel fremito d’una parola lampeggiante (" Anch’io ho una convinzione! ") e soprattutto nell'alterigia dello sdegno animoso, colto in un cielo di movimenti imprevedibili ed esatti; ed è questo in fondo il soggetto vero del film. Niente di simile a questa ultraterrena e indifferente struttura troveresti nel cinema contemporaneo.

Un critico americano, tempestivamente, ha scritto un articolo in difesa di Keanu dall’accusa che alcuni gli rivolgono, di un gioco quasi disimpegnato, mettendo in luce l’equilibrio che l’artista sentirebbe come per miracolo, ma che in realtà ottiene per mezzo di un’ascesi lunghissima, tra la tempesta della sua collera appagata e l’inalterabile armonia delle membra. In questo senso Keanu ha dimostrato di volere e sapere sbalordire più di chiunque altro. Ora è anche giusto, dopo l’esperienza onirica e trascendentale, che egli intenda di nuovo esprimersi sul cammino svagato o ferito del mondo circostante, come era già avvenuto con " River’s Edge ", con " Permanent Record ", con " Aunt Julia ", con " Point Break ", o anche (bando all’ipocrisia!) con " Feeling Minnesota ".

(1) - In questo timbro di energico arruolamento contro la " schiavitù totalitaria ", Keanu dà tuttavia l’impressione di provenire da un impegno riflessivo di lontana origine, che si coglie del resto anche in opere apparentemente marginali. Si ricordi per esempio la presentazione che egli ha con tanta schiettezza prestata ad un disadorno, attonito documentario sugli orrori della seconda guerra mondiale (aprile 1996), intitolato con un sommesso rullo di tamburo: " Children, remember the Holocaust ", senza fare della sparizione nel nulla di tanti innocenti un argomento di favola, ma suggerendo un austero compianto.

 

 

Che pensare della crisi di Keanu nel periodo che va dal film " Speed " all’Avvocato del Diavolo (1993 / 1997) ?

Molti critici del cinema sostengono che in Keanu, dopo la brillante prova di ardore psicologico e di prestanza manifestata con " Speed ", sia subentrato uno stato di assenza, di accidia e quasi di rassegnazione, da cui si sarebbe sollevato nel 1997, affrontando il racconto visionario dell’Avvocato del Diavolo. In effetti si deve riconoscere che, durante le riprese di " Speed ", la notizia della morte sciagurata del giovane attore River Phoenix, il solo amico che egli portasse nel cuore, lo gettò in un così testardo giuramento di silenziosa angoscia, che per lungo tempo non volle credere di poter amare qualsiasi altra immagine.

Questo è forse il motivo della sua inazione mentale, che talora lo rende come distratto e comunque non gioioso in altre interpretazioni e ricerche artistiche, che pure egli affronta in questi anni con dignità e perseverante modestia: il simbolo di un’altra giovinezza sbandata ed ingenua, nel " Johnny Mnemonic " sceneggiato da William Gibson, e poi il tentativo di sfiorare, sotto la guida del regista Alfonso Arau, una terra incontaminata, l’amore per la prima volta (ma la tenerezza non dura a lungo alle sue tempie); e in alternativa la fuga nell’invenzione libera e veramente sua della musica rock, insieme ai compagni della banda dei " Dogstar ", via per molte città del mondo, rispondendo con un silenzio inattaccabile ai pettegolezzi che il sinedrio del cinema gli indirizzava ancora, nel momento della sua delusione più amara.

Cautamente, già con il film " Reazione a catena " (1996), come in un altro noviziato dietro alle orme dell’attore Morgan Freeman e del regista Andrew Davis, Keanu torna a scorrere nella linfa dell’inventiva scenica, in una figura un po’ umbratile, eppure con un cervello sempre desto e imprendibile; ed è un altro geometrico testo, anche di ritorni musicali e pittorici, del narratore Davis, diversissimo dal suo precedente " Il fuggitivo ". Questo film è voluto con un gusto di apprensione in " sottotono ", ed è qui che dobbiamo apprezzarne la coerenza. L’attore risorge dunque nel 1996; e tanto riprende conforto e nuova sagacia, da potersi permettere una scommessa di autoironia, mettendo vesti diversissime: prima quella del ragazzone sbandato, che per caso incontra la voglia ferina di Freddie, la novella sposa di suo fratello, stuprandola ed essendone stuprato ( " Feeling Minnesota ", 1995); e piangolando poi come stolido del villaggio dietro le imprese vagabonde dell’amico Neal, in " The last time i committed suicide ".

Dunque, se riteniamo giusta questa angolazione psicologica, Johnny Mnemonic appare come l’estremo omaggio che Keanu rivolge al mito, intatto nel suo pensiero, dell’adolescente inerme, talora non accorto o addirittura insipiente, ma infine, suo malgrado, eroe di sé e degli altri, non avendo altra scelta se non quella di giocare contro le avversità e di combattere; l’intelligenza, la memoria, la salvezza torneranno allora da lui. In questa prospettiva " Point Break ", " Speed ", " Johnny Mnemonic ", fanno parte dello stesso cammino. Sapendo che diverse soluzioni tecniche sono state suggerite a Gibson, maestro del futuribile, proprio da Keanu, come si può affermare, come fanno alcuni critici, che " Johnny Mnemonic " è un racconto in cui si vede come con scarsi mezzi si riesca ad infondere nel film l’attrattiva dell’incubo, e poi sostenere che Keanu vi appare impacciato e comico senza intenzione?

Ma se la vicenda tiene, se ci sembra conseguente alla deplorazione di una tenebra futuribile, di un mondo caduto in mano alla corruzione violenta, se in essa vediamo con ansia e piacere albeggiare il riscatto, come si fa, contemporaneamente, a storcere il naso di fronte a Keanu, che ne occupa sempre la scena, che di quella rigenerazione è il nascosto annunzio, in mezzo ad infermità che non riescono a toccarlo? Non si può dire che la corolla è fulgente, mentre lo stelo è giudicato fiacco ed estraneo.

Ancora. Il suo linguaggio sarà a tratti istintivo, il suo contegno talora morso da qualche egoistica cupidigia; del resto così l’ha voluto il regista, che forse è troppo immerso nella fiaba. Ma l’amarezza sorda od esplosiva di Johnny in mezzo alle ombre della morte e dell’inganno inafferrabile, non è forse il pianto di quella novella, non è l’attuazione trasparente delle pagine originarie dello scrittore? Dunque, decidetevi: se lo spunto di Gibson e di Robert Longo è geniale, dovete ammettere che quel simbolo narrativo di Johnny-Keanu è davvero intonato, al di là di eventuali sbalzi di sceneggiatura. Forse l’attore lo interpreta quasi con rabbia, mentre uno scontento personale ne angustia a tratti il fascino (è come " in obscuro fervore sepultus "); e tuttavia egli riesce a portare a compimento un percorso che era iniziato con " Point Break ".

Con " Reazione a catena " prende avvio la guarigione ancora non salda di Keanu; egli cerca un nuovo senso, interiore e dubbioso, dell’azione eroica, ricollegandosi piuttosto a film suoi più lontani, come " River’s Edge ", o addirittura al " Piccolo Budda ", che ai successi popolari di " Speed " e di " Point Break ". E’ un'impressione marginale, intendiamoci; che cioè il regista Davis, per il suo racconto sommesso e stringato, abbia voluto Keanu, conoscendone la possibilità di scatenarsi in azione come nessun altro avrebbe saputo con simile follia (ed è questa folgore che attraversa il recente " The Matrix "), ma cogliendone anche la presente indolenza, l’emozione in sé nascosta, propria dell’animo forte che sta per risanare. I critici esprimono antipatia per l’attore, e pregiano d’altro canto la valentia residua del regista.

Ma come! Si crederà dunque che di lì a un anno il preteso turbamento di Keanu si desti d’improvviso, per la sola presenza accanto a lui di Al Pacino, e la sua crisi si capovolga in una competizione brillante e, addirittura, in padronanza dello stile tragico? Perciò alcuni si provano a definire " ottimo attore " il Keanu di " Devil’s advocate ", con tono di circospetta benevolenza, e seducente, ammirevole padrone del gesto e della parola, Al Pacino; ma l’inganno non regge. In realtà l’accento sarcastico e mefistofelico è una riuscita godibilissima del mestiere di Al Pacino; ma l’urlo tragico di fronte alla morte ingiusta e inaspettata poteva riuscire solo a Keanu: sarebbe bastata una minima esitazione, in un punto di gran lunga più difficile di qualsiasi ghigno satanico, per gettare all’aria il culmine di tutto il film.

Se infine si guarda alla scaltrezza dell’energia cinematica, e in questo senso si cerca un riscontro con " Point Break " o con " Speed " (pensiamo specialmente a quest’ultimo film ed alla lotta ingaggiata col terrorista nella sotterranea), allora la gioia di Keanu, ritrovato artista e adolescente, balzerà certo dalla selva un po’ fanciullesca e un po’ astrusa di " Matrix ", e ci terrà, con stupore forse primordiale, incatenati al finale " armageddon " di una battaglia inventata per un arcangelo. (1)

( 1 ) - Anche in " The Matrix " l’ansia del raccapriccio è spazzata via dall’istinto drammatico dei registi, come dalla contrarietà spontanea di Keanu al rattristamento morboso. Egli ha qualcosa, infatti, che lo ha protetto fin qui dalla dissacrazione gratuita e dall’autodistruzione: forse un consigliere energico; ma soprattutto ha un nuovo senso aurorale dell’arte classica. Non so per quale via, ma l’indifeso giovinetto d’un tempo ha ora una cultura armonica, una moderazione della mente, che lo richiama dal terrore e dal sangue (anche in " Devil’s Advocate ", anche in " Matrix ") verso una difficile chiarezza del volere, che appare direttamente contraria ad ogni raffinata barbarie.

 

 

Quid addam? Caput tuum circumfundant Gratiae et mel inopinatum donent tibi!

 

 

In Appendice: " Trame essenziali ma veridiche dei film con l’interpretazione fondamentale di Keanu Reeves ".

" Brotherhood of Justice " di Charles Braverman - 1986

E’ un telefilm sulle riflessioni difficili dell’adolescenza realizzato da Charles Braverman. Derek (Keanu), giovinetto della buona borghesia, dà vita con alcuni amici ad una associazione segreta, la " Fratellanza per la giustizia ", allo scopo di riportare l’ordine nella sua scuola, che è soggetta a vandalismi e a tentativi di corruzione da parte di alcuni spacciatori di droga. Ma i suoi metodi, per essere efficaci, finiscono per prendere anch’essi una impronta di violenza; e ciò crea un caso di coscienza per Derek, che finirà per rivelare il segreto alla polizia.

I punti più belli, degni di figurare in un’antologia del cinema televisivo per la gioventù, sono i tormenti introspettivi di Derek, prima di scegliere la decisione di denunciare i " fratelli " di giustizia, soprattutto nei colloqui con la ragazza del cuore. Ma presagi del futuro se ne trovano ovunque: durante una prova di football, la repulsione per la violenza gratuita inferta all’avversario come avvertimento, o le corse accigliate in macchina, veri scavi di una giovinezza che soffre il male, ripresi poi in " Permanent Record ". Il resto è connesso con la sveltezza di ben recitati dialoghi, ma non adegua il valore di quel difficile passo dell’anima; che importa a noi di sapere, come vorrebbero alcuni critici beoti, perché mai Derek sembra indifferente alla sorte del suo legame con la ragazza, quando egli deve rispondere alla sua coscienza?

 

 

" Babes in Toyland " - tratto da un’operetta di Victor Herbert - 1986

E’ tratto da un’operetta di Victor Herbert: il cattivo Barnaby Barnacle vuole impadronirsi di Toyland, il cui regno d’innocenti creature solo può salvarsi con le arti magiche e le astuzie dei giocattoli guidati da un principe azzurro (Keanu).

Il film, che riduce il cuore umano a una pasta di marzapane e divide il mondo tra i cattivi senza rimedio e la bontà irreprensibile, che sarebbe senza i primi eternamente felice, baciata dal sole e dall’amore, è come una vetrata di colori che rifulgono sempre, anche mentre la guerra è dichiarata e si apprestano difese (i puri di cuore, almeno un po’ astuti dovrebbero essere). La bellezza di Keanu, che sembra a gara con quella della fidanzata, è presente ovunque, come un profumo eccessivo. Peccato che un cielo così accattivante sia privo di qualunque dubbio, che la pioggia sia portata soltanto dalle offese dei malvagi; non hanno pensato gli autori che in questo modo solo ai cattivi sarebbe da attribuire il merito di dare un ingranaggio alla storia?

" River’s Edge " di Tim Hunter - 1986

Una banda d’amici è posta di fronte a un assassinio avvenuto nella loro cerchia : una giovane ragazza è stata stuprata e uccisa da uno di essi ; ma tutti sembrano restare insensibili e conniventi. Layne ( Crispin Glover ) protegge l’assassino con l’aiuto di un adulto, che è un reietto folle, magistralmente interpretato dall’attore Dennis Hopper; ma Matt ( Keanu ) comprende la bruttezza morale di quel silenzio e decide di avvertire la forza pubblica .

Stranamente, ma con intuito geniale, gli autori spostano tutta l’attenzione dalle avventure alla psiche in tormentata evoluzione del giovane Matt, che sembra fra quegli sbandati il più diseredato negli affetti e nella previsione del futuro ; e così creano, in quella selvatichezza taciturna, una nicchia spaurita, ma sempre più determinata ad ascoltare le antichissime ragioni del cuore: bisogna anche giungere a tradire gli amici, se dobbiamo rivelare non tanto il crimine, quanto a noi stessi la coscienza religiosa del " Tu non ucciderai! ". Certamente è da annoverare fra i grandi film americani sulla evoluzione dell’età adolescenziale, soprattutto per merito di Keanu, il cui silenzio è denso di un’espressione nuova, intimamente creativa, che alcuni, con qualche sospetto di inadeguatezza, definiranno " minimalista ". Anche per le atmosfere di solitudine sordida, per i caratteri di " esilio " psichico, come nella priapesca figura di Feck, ma soprattutto per la delicatissima pittura del dolore nel personaggio di Matt, è un film che non stancherà mai .

" Permanent Record " di Marisa Silver - 1988

E’ prevalentemente incentrato sulla riflessione morale del giovane studente Chris (Keanu Reeves), il quale deve affrontare la verità sull’improvvisa morte del suo migliore amico al mondo, David (impersonato con dolce sfumatura da Alan Boyce).

L’autrice ha scommesso il senso del film, che è troppo spoglio e talvolta esitante e scolastico nella sceneggiatura, su di un virile messaggio del cuore e della coscienza: il suicidio di David (ché tale è la sconvolgente verità scoperta da Chris) deve suscitare non scandalo e rimozione, ma compianto e insieme rifiuto della morte. E' stato capace Keanu di portare sulle sue spalle una tale responsabilità? La risposta è nella commozione vera (1) che l'attore suscita col suo isolamento intestardito. Quello di Chris sembra un capriccio, ma è veramente un primo segno di comprensione della vita, senza che egli, alunno vagabondo e scarsamente difeso da un sistema di studi che resta superficiale, sia aiutato da nessun altro. Quando egli confessa ai familiari di David la sua incapacità a capire il tormento dell’amico, quel pianto resta scolpito per sempre nello spettatore (per quell’episodio noi daremmo via tutte le altre e spesso brillanti storie di adolescenti interpreti nel cinema, americano e non). In quel punto noi presentiamo già in Keanu un artista d’azione drammatica; è lo stesso volto disperato e deserto con il quale, impersonando il giovane avvocato Lomax, si abbatte sul corpo della moglie suicida, in uno degli ultimi episodi del film " L’avvocato del diavolo ".

(1) - Dal punto di vista ermeneutico noi potremmo definire questo pathos come " crisi d’accumulo dei segni di turbamento ", tecnica di guida psicologica che il cinema possiede come arma fondamentale, e che in questo racconto riceve una delle più evidenti esplicazioni, proprio in grazia della apparente lentezza e quasi ritrosia dell’attore a scoprire i margini del suo pensiero. E’ un grande privilegio di verecondia autentica questo; a volte, al contrario, un pericolo per Keanu di riflessi tardivi, talora ineloquenti.

 

 

" The night before " di Thom Eberhardt - 1988

Winston (Keanu Reeves) deve portare la più bella ragazza del Liceo, Tara ( Lori Loughlin, la stessa che era stata sua amica del cuore e confidente in " The Brotherhood of Justice "), al ballo della promozione; ma ecco che, durante il tragitto, essi si perdono nei quartieri malfamati. Winston si sveglia il mattino dopo, stordito, smemorato e solo, e lentamente apprende di aver venduto Tara nientemeno che a un procacciatore di femmine.

Molti accusano una certa leggerezza nel film, che comunque è spassosissimo, senza riflettere a due sue caratteristiche preziose; intanto è il primo abbozzo del giovinetto apparentemente imbranato, ma seducente e infine vincente, quale apparirà in un capolavoro di questo genere, il film " Tune in tomorrow ", tanto delizioso quanto incompreso. Inoltre esso dimostra che Keanu ha uno strumentario espressivo e idiomatico esilarante e così variato, da stordire per inventiva e loquela anche il più arcigno dei critici, a meno che egli non sia prevenuto e fermo nell’equazione: vaghezza della persona = scarsa capacità espressiva. Ebbene, il film è adatto a persone mature e a giovinetti di primo pelo; e sfido chiunque a negare la gagliardia comica che tratteggia tutta la vicenda. (1)

( 1 ) - Soprattutto nella prima parte, il film ha una trama onirica che si trasmette a modo di onda d’acqua nell’impianto narrativo; e gli attori vi campiscono con naturalezza: basta ripensare alla differenza del tratto pittorico, che nei salotti borghesi è aderente alla luce del giorno vero e modesto, mentre nei quartieri malfamati, dove Winston si è perduto con un colpo di genio, è un accozzo atmosferico e cangiante. Anche il taglio fotografico diverge: intero e quasi dilettantistico per la realtà quotidiana, e a mezza striscia, nei balli soprattutto, come recupero e idolatria della storditezza di una notte scomparsa.

" The prince of Pennsylvania " - di Ron Nyswaner - 1988

E’ meno unitario e meno stregato di " The night before ". Si tratta di un ragazzo eccentrico, Rupert Marshetta (Keanu, appunto), che è ribelle a tutta la società, in particolare a suo padre, tanto che egli finisce per rapirlo, con l’intento di obbligare la madre a pagare il riscatto a lui e alla sua improvvisata compagna d’amore, vendendo le terre di proprietà familiare (ahimè, egli non sa che sono state già vendute).

L’eccentricità di Rupert, che crede di combattere (con qualche ragione, a dire il vero) il sistema dei perbenisti: la scuola che non ti comprende, i compagni che dispregiano ogni solitudine, ogni deviazione nel capriccio o nella tristezza, il padre che a queste convenzioni si è reso schiavo, la religione che si esaurisce in ossequio formale alla tradizione; tutto ciò è un caleidoscopio molto attraente. E Keanu fa il possibile, con i suoi crucci improvvisi e solitari, per renderlo credibile. Ma l’impegno è eccessivo, la sceneggiatura degli episodi è slegata, molte d’altronde sono le immagini belle: Rupert che arriva in ritardo alla funzione sacra, con i capelli rasati alla diavola e un gentilissimo mazzo di fiori, Rupert che irrompe con gli amici più casinisti nel ballo della scuola, e ne riporta un sacco di botte. Ma le invenzioni non si legano ad un motivo centrale, pur essendo talvolta indimenticabili.

" Dangerous Liaisons " di Stephen Frears - 1988

Per quanto riguarda l’economia del film non si dovrebbe neanche parlare di un’interpretazione importante di Keanu, il cui personaggio resta ai margini di quella società aristocratica e immersa nella gaudiosa corruzione dell’intelletto, una figura quasi da parata e sostanzialmente schiava di obblighi antichi e di umiliazioni represse. In fondo è un amoroso tradito dalla sua stessa soavità, reso cornuto e ridicolo agli occhi stessi della fidanzata, benché anch’egli non lasci passare le notti senza le consolazioni sessuali che la marchesa De Merteuil, una Glenn Close mai così padrona della grazia muliebre e della malizia recitativa, saggiamente gli concede.

Eppure Keanu, nella parte del rassegnato e d’un tratto inflessibile Cavalier Danceny, acerbo maestro di musica e giovinetto da letto, porta l'emozione, insieme a John Malkovich ( De Valmont), della conclusione drammatica decisiva; senza la sua spada il racconto non avrebbe né un esito comprensibile e giusto, né il segnale della ribellione rivoluzionaria che si sta preparando. Avrà egli rispettato questa consegna? Appare dunque Keanu, nella rilettura del film, risolutivo e partecipe della catastrofe imprevedibilmente esplosa? Noi crediamo di sì; quella vendetta di sangue e di ribellione morale dà lampi sorprendenti, che trascinano il giuoco delle parti ad una commozione vera. Se non fosse così, la valorosa asprezza di Keanu (e certamente del suo antagonista) resterebbe in forse, ma cadrebbe anche il film nella sua interezza.

" Aunt Julia and the scriptwriter " di Jon Amiel - 1989

Martin Loader (Keanu), apprendista della radio ed aspirante scrittore a New Orleans nell’anno 1951, s’innamora della zia Giulia (Barbara Hershey), tornata in città dopo esperienze sentimentali a dir poco burrascose; e tanto fa e tanto dice (quasi a gara con il suo mentore, un funambolico compositore di telenovelas), che il capriccio si tramuta in passione e in un distacco definitivo dalla famiglia.

La bizzarria della cornice - un fiume di storie a puntate proiettato nell’etere da un vulcanico Peter Falk - ha fatto velo alla franca pittura di un’altra iniziazione del personaggio Keanu, quella del sentimento che diventa preda di se stesso, e da artificio adescatore si trasforma in amore impaziente e bello nella sua irragionevolezza. Nessuno potrà arrestarlo, né il divertito, ma anche perplesso scrittore che gli si è fatto imprudentemente consigliere, né tantomeno la zia (che vorrebbe e non vorrebbe, come la mozartiana Zerlina). L’incomprensione per questo capolavoro d’improntitudine, di musica, di ballo, di tenerezza primaverile, è semplicemente frutto di sbadataggine. Perché in molti paesi il video non è stato messo in vendita? Si accusa il racconto d’aver cancellato l'impegno di ironia politica che si sentiva nella narrazione originale; che male c'è? Basta leggere il romanzo a parte.

" Point Break " di Kathryn Bigelow - 1990

Johnny Utah ( Keanu Reeves ), pivello rampante dell’FBI, giunge a Los Angeles come collaboratore di Angelo ( Gary Busey ) e con lo scopo di sgominare una banda di rapinatori di banche. Johnny riesce così bene ad infiltrarsi tra i criminali, che ne assume presto la passione per il surf ed il gusto della vita gettata nel rischio; solo dopo uno spericolato e tormentato viaggio da un’avventura all’altra riuscirà a compiere l’opera e a catturare l’avversario, senza tuttavia avere il coraggio di umiliarlo, tanto gli è entrata nel sangue la sua immagine, di colui che tutto si perde nella scommessa, sul confine estremo della natura .

Che questo " Point Break " sia un capolavoro irripetibile della regista Bigelow e di Keanu, appare evidente e scolpito nella storia del cinema contemporaneo. L’artista stesso, per quanto abbia interpretato altri film d’azione di stupefacente attrattiva, come " Speed " o come " Matrix ", sarà difficile che tocchi una simile innocenza e spavalderia. E’ senza dubbio uno dei più bei dipinti dell’adolescenza .

" My own private Idaho " di Gus Van Sant - 1990

Scott Favor (Keanu Reeves), figlio ribelle del sindaco della città, s’imbranca in una schiera di giovani perduti, che, seguaci dei figli dei fiori e della droga, si prostituiscono e si stordiscono nel vizio e nella vagabondaggine. Due voci potenti ridestano a tratti la sua fantasia: l’una è quella della dignità rifiutata, che il padre e l’istinto vitale lo chiamano a riscattare, l’altra è il tenero e virile affetto per il compagno di viaggio, che non ha più alcun legame in questo mondo se non la stessa immagine dell’amico, che diventa in lui fonte di un amore incomprensibile ma vero.

Si è voluto apprezzare in questo film, che è forse l’unico di Gus Van Sant a superare l’attrattiva per la materia della sessualità scabrosa ed esibita, l’ancoraggio a letture dall’Enrico IV di Shakespeare; senz’altro le scene in cui il regista si richiama a quel testo poetico, sono anche tra le prove migliori dell’abilità di Keanu a reggere le parti del teatro shakespeariano, nulla potendosi dire in questa sede a conforto della celebre sfida portata dall’attore a Winnipeg, nel 1994, recitando nel personaggio di Hamlet. Ma il nucleo drammatico di questa storia di fragili uomini gettati al margine dell’esistenza, resta la loro amicizia ideale, che parrebbe giurata per sempre; subentrerà invece il ritorno di Scott all’eredità e responsabilità civile, al possesso di un amore deciso da lui, per una ragazza da lui scelta, in un rovesciamento di parti che per il compagno di tante fughe, Mike (River Phoenix), sarà un tradimento senza ragione né conforto.

Si potrà discutere sui meriti dei due giovani attori a confronto (River ottenne giustamente un premio al Festival di Venezia, nel settembre 1991); ma non si potrà negare che, senza la loro intesa perfetta, nella passione e nel gelo che mette fine ad una lunga comunione di pensieri, il film si sarebbe accartocciato; e questo nonostante le novità stilistiche del regista, che dal suo crivello getta incroci a mosaico, ora di piangente ironia intorno ad un bicchiere o ad una presa di droga, ora di nascondimento e di fuga, nella mimesi di un sesso a volte maniacale, a volte sfrontato. Naturalmente Scott - Keanu accetta le carezze di Mike in un alone di annoiata e tenera considerazione verso l’amico, e quindi con qualche dubbio; o si preconizzava un Keanu incandescente, mentre egli era volutamente stupito e tremante nel suo silenzio? I critici fanno boccuccia, anche perché pretenderebbero molto fuoco da lui; così potrebbero confermarne la pretesa omosessualità. Ma la domanda giustamente resta sepolta nella mente di Keanu, che è più complicata di quanto si pensi.

" Bill and Ted’s Bogus Journey " di Peter Hewitt - 1991

Il maligno Dottor De Nomolos invia nel passato due robot-sosia di Bill e Ted, per ucciderli, prima che essi abbiano il tempo di manifestare nel rock il loro messaggio di pace rivolto a tutto il mondo; Bill e Ted si ritrovano prima all’Inferno, cui sembrano però estranei, e poi, avendo vinto la Morte nel gioco della battaglia navale, ottengono da colui che governa il Paradiso (in realtà è la sala di transito di un aeroporto intercontinentale) di risuscitare e di catapultarsi sul palcoscenico dove è in atto la sfida delle bande rock.

In mezzo al putiferio scatenato da Bill e Ted, che vanno all’unisono come non mai in questa caricatura dei segni della vita e della morte, come se per i giovani d’oggi il tormento e la beatitudine dei giorni potesse ridursi ad una vittoria strepitosa o ad una guerra di cazzotti e di fracassi, con un po’ di trappole e d’astuzia come condimento, l’unico spasso travolgente è quello della gara conclusiva. Il resto è una congerie di magazzini, di ciarpami e d’ingenue risate, in cui si salva appena non la convinzione spensierata di Bill (Alex Winter), che non avrà seguito, destinata a perdersi nella volgarità dei lazzi (" Freaked ", 1992), ma la baldanzosa gagliardia di Keanu, che qui dà sfogo all’ultima carnevalata da pessimo studente.

 

" Bram Stoker’s Dracula " di Francis Ford Coppola - 1991

Il giovane Jonathan Harker viene inviato in missione d’affari presso il conte Dracula in Transilvania, per vendergli una proprietà su suolo inglese. Vedendo la foto di Mina, la fidanzata di Jonathan, il conte se ne innamora e trattiene il suo rivale fra gli spaventosi labirinti del suo castello, per recarsi inosservato in Inghilterra alla ricerca della ragazza, nel cui volto crede di riconoscere il profilo della sposa perduta.

La parte di Jonathan, per un effetto voluto dallo stesso regista, si ispira a un ideale di fedeltà trasognata e casta alla promessa sposa, ma non è aliena dall’atmosfera della tentazione, di cui il castello transilvanico è antichissimo custode, tra spaventi innominabili, inestricabilmente connessi ai godimenti sessuali. Jonathan Harker, impersonato da Keanu, più che restare impresso per un carattere proprio, come toccherà invece e con qualche grottesca ridondanza al professor Abraham Van Helsing ( Anthony Hopkins ), rimane nel limbo di una fantasia divisa tra la devozione al bene e la rassegnazione, che sembra dolcissima, al gusto di un peccato di cui non sospettava neppure l’esistenza (o forse sì ?).

Keanu si è talvolta rammaricato di non aver espresso con maggior energia la ribellione al tradimento che gli è stato teso; ma perché farsi suggestionare da alcuni appunti critici sulla cedevolezza del suo carattere, quando egli, nella geniale e ironica ideazione del regista, deve essere proprio così? E’ un messaggero che assapora il corrotto peso della terra, ed è a sua volta assaporato dalle donne-vampiro, che si ribella infine e riacquista l’orgoglio a cui aveva rinunciato. Eppure, egli era armonioso proprio nella debolezza e in quella buia scoperta, che era composta anche di spaventi e si arrendeva alla schiavitù, pur di raggiungere il frutto proibito; riscattandosi, Jonathan perde il suo fascino. Ma quella prima immagine, grazie al soave impiccio e al respiro contratto di Keanu verso l'ignoto, è una delle cose che resteranno di un racconto altrimenti troppo appariscente.

" Much Ado About Nothing " di Kenneth Branagh - 1992

Il principe Don Pedro rende visita all’amico Leonato, in compagnia del fratello bastardo John (interpretato da Keanu Reeves), del giovane Claudio e del celibe accanito Benedick (Kenneth Branagh); Claudio si innamora di Hero, figlia di Leonato, ma Don John fa credere per gelosia che Hero sia infedele. Infine, scoperta la falsità dell’accusa e fuggito l’ingannatore, le coppie contrastate o contrastanti possono ricomporsi e ricevere la benedizione degli amici.

Non ci sarebbe luogo a ricordare in questo libriccino un film così incantevole e pienamente padrone della commedia shakespeariana degli imbrogli, ma d’altro canto estraneo alla parte assegnata a Keanu quasi a dispetto, tanto da avergli procurato una citazione critica sgradita, come l’artista d’appoggio più stonato, se non fosse per la lezione amara che il nostro eroe ha dovuto imparare: che l’amico loquace e ampolloso (Kenneth Branagh) è il primo a tenderti la rete, e che un autore come Shakespeare deve essere martellato in solitudine e recitato solo quando Dio ti costringe a farlo ( come avverrà proprio a Keanu, nel gennaio-febbraio 1995, quando interpreterà la " splendida furia " del principe Amleto, che è veramente la sua). Nel personaggio di Don John, Keanu è spaesato e sprecato, soprattutto perché Branagh, avendo bisogno di un " bel tenebroso " per far meglio spiccare l’amabilità e la cultura degli altri personaggi, anzitutto di se stesso e della sua compagna, ha pensato a lui come a una specie di " saraceno " dei poemi epici del Cinquecento: superbamente attrattivo nel corpo, ma spregevole e rozzo nell’animo, infine quasi un allocco, quando invece nella commedia di Shakespeare quella malignità ha un pizzico di bizzarria, di umor nero, di esultanza lucida e irridente nel presagio della riuscita. Chi avrebbe dovuto insegnare ed esigere quei significati nascosti, e non volle, se non Kenneth Branagh? " Sed Keanui irretitus candor omnia vincit "; il premio di immodesto mendacio avrebbero dovuto assegnarlo a Branagh.

" Il piccolo Budda " di Bernardo Bertolucci - 1992

Lama Norbu (Ying Ruocheng) crede di riconoscere nella persona di un ragazzo americano di Seattle la reincarnazione del suo venerato maestro. I genitori accettano che egli faccia un viaggio nel Nepal, dov’è una fiorente comunità del lamaismo tibetano; e in queste circostanze, attraverso cannocchiali prospettici e didattici molto efficaci, il bambino impara la storia leggendaria del principe Siddhartha, che diverrà il Budda, dopo una lunga ricerca spirituale (interpreta Siddhartha Keanu Reeves).

E’ una devota ricostruzione dell’epopea del principe indiano, con ritorni quasi ritmici della sua immagine storica e simbolica insieme, in una trasparente finzione della presenza del divino in mezzo a noi, che può essere rievocata ad ammaestrarci, come se fosse vera e non una semplice attrattiva del libro sacro. E’ la rammemorazione che ridà presenza ai concepimenti del pensiero; e qui si ripete con le linee e le vibranti commozioni di una miniatura privilegiata, e insieme con l’entusiasmo di un passato che di nuovo ci parla e ci conquista.

Tale è l’intento del regista, quasi un Lorenzo Lotto d’Oriente (ma alcuni critici prendono noia da questa musicale lunghezza, e noi li lasciamo volentieri alla loro sordità). Keanu verso Bertolucci ha avuto un’ubbidienza esemplare, prestando di sé diversi sembianti: l’efebo che è adorato dalla giovane sposa; il dio felice di non esser veduto all’alba caliginosa del mondo, quando tutti dormono; il re della passione donata senza ricambio, quando il suo telaio corporeo è ridotto ad un essere umiliato, ma lo sguardo è come un dardo conficcato negli occhi del tempo. A volte la sua contemplazione è prossima alle Dominazioni celesti; eppure verrà un tempo in cui quell’astuto adolescente svelerà anche un suo lato mercuriale e quasi luciferino.

" Speed " di Jan De Bont - 1993

Un attentatore, che ha visto fallire un suo primo progetto di estorcere denaro alle autorità cittadine prendendo in ostaggio un gruppo di persone, sfida di nuovo il destino e la polizia di Los Angeles, imbottendo un autobus di esplosivo e inventando un congegno che lo farà saltare, se l’automezzo scenderà al di sotto degli ottanta chilometri. Nello stesso tempo escogita un perfido gioco con il poliziotto Jack Traven (Keanu Reeves), sfidandolo a intrufolarsi in corsa all’interno dell’autobus e a salvare i passeggeri.

Insieme all’eccitazione suscitata da " Matrix " questo film è quello che ha riscosso maggior fortuna ed approvazione almeno nel pubblico, ponendo la questione di un personaggio Keanu come simbolo di una giovinezza ghermitrice e sicura, taciturna nella determinazione della sua mente ed irresistibile come energia e bellezza cinetica. Certo è che tutto concorre alla fluidità e tensione continua del racconto, dalla sceneggiatura rapinosa alla scarna nenia musicale incorporata negli eventi, all’intesa cronometrica dei gesti e fatti dei protagonisti, di cui il nostro attore è come un designato interprete, sia come uomo che teme, sia come eroe armato soprattutto di calcolo e di volontà che non dispera. La non ridondanza fa di questo episodio di azione accanita un documento di verità umana, da non confondere con i soliti disastri.

Anche l’episodio del duello nella metropolitana, che appare legato ad altri meccanismi di suggestione catastrofica cari al regista (in " Twister ", in " Speed 2 "), non è un’aggiunta qualunque, come in un temerario fuoco d’artificio, ma una mossa decisiva, che appartiene alla logica di quel giuoco totale; anche le coincidenze maligne sembrano qui necessarie. Ma aveva ragione Keanu; l’accumulo ulteriore si sarebbe risolto in parodia."

" Johnny Mnemonic " di Robert Longo - 1994

Johnny è un corriere mnemonico del XXI secolo, di cui molti si servono per spacciare informazioni di grande importanza economica; egli accetta un’ultima missione, in cambio del recupero di tutta la memoria della sua infanzia, che gli è stata tolta per far posto al carico artificiale di cui è portatore. Ma questa volta l’impresa è arrischiata; potenti ditte farmaceutiche intendono impadronirsi in esclusiva della cura che egli porta impressa nel suo cervello, risolutiva di una malattia gravissima e diffusa. Per questo Johnny è inseguito da sicari che quella sua testa vorrebbero tagliare, allo scopo di impadronirsi con maggior sicurezza dei segreti che essa racchiude.

Dopo una lunga e inspiegabile ostilità mostrata nei confronti del film di Robert Longo (alcuni parlano ancora di effetti da magazzino e di ritmi stiracchiati), ecco che d’improvviso diverse voci si destano ad un nuovo interesse, soprattutto apprezzando il significato di simboli e figure lanciate su quella fuga, che è lugubre riguardo al destino umano in un’era di tecnologia cibernetica trionfante, ma non tanto da perdere lo spiraglio della salvezza. Vi sono vendicatori della generosità eterna dell’uomo da una parte, dall’altra c’è l’avido acquisto di posizioni dominanti, ma senza rotture irrimediabili e manichee; al centro è la testa del corriere mnemonico (Keanu Reeves), che resta quella di un giovanottone rimasto fanciullo, proprio perché della fanciullezza non ha più la visione ed è tuttavia legato a quella stella inviolata e caparbia. La poesia di Johnny sta in questa contraddizione apparente, sul confine fra temerarietà eroica e ripiegamento cruccioso sulle dolcezze che gli erano state promesse.

Di qui deriva in lui un’aria spavalda e subito spaurita, docile od iraconda, un carattere incerto, però certissimo di voler riacquistare la sua infanzia. Secondo alcuni, meglio avrebbe sostenuto la parte, se fosse stato disposto a morire per salvare l’umanità; ma non si sarebbe sfiorata con ciò la retorica del sublime? Altri lo vorrebbero incline ad uno spavento più torturato, più realistico: così - essi sostengono - reggerebbe il confronto con altri energici simboli, com’è quello del " predicatore ". Ma il Predicatore è una figura di corruzione, è l’ipocrisia feroce sotto l’abito della religione; il corriere è invece l’aurora, impacciata e ingenua, di un mondo tutto da ricostruire. L’immagine di Keanu è dunque aderente a quella contratta psicologia, qualunque discorso si debba poi fare della sua intensità recitativa.

" A walk in the clouds " di Alfonso Arau - 1994

Il soldatino Paul Sutton (Keanu), appena tornato dalla guerra, non intende più seguire il consiglio interessato della non fedele e graziosa moglie, che, per levarselo di torno, lo rimanda a vendere cioccolatini lungo le città della costa, come faceva un tempo. Ma Paul riflette sul futuro, che vorrebbe diverso, e intanto che pensa in un monotono trantran di corriere e di treni, si imbatte in una misteriosa studentessa di stirpe messicana, Victoria Aragon, che infine, persuasa dal suo animo aperto e mite, gli confessa un doloroso segreto: è incinta e senza marito, ed ora dovrebbe ripresentarsi alla dimora dei suoi avi, con un’onta pericolosa e indelebile, almeno considerando la mentalità di quel tempo, che è l’immediato secondo dopoguerra, e per giunta nella ferma tradizione di un popolo venuto da lontano.

Il film ha ottenuto un plauso universale, e fra le signore e signorine, che sovente sognano l’uomo salvatore e di indole forte e generosa, è andato letteralmente a ruba, tenuto in versione di romanzo accanto al capezzale. In realtà la prima parte è convincente e tesa in un mistero sottile, quello dei possibili incontri, che d’un tratto possono riscattare le amarezze precoci o le delusioni di un’intera vita. In questo momento i due protagonisti emanano un fascino che sembra riportare alla giovinezza del mondo, complici una fotografia trasparente ed un commento musicale di rara compostezza. Il secondo tempo della vicenda, quando Keanu deve fare il finto sposo, imbriglia eccessivamente l’imbarazzo del protagonista in una regione di esperienze sconosciute, che il regista non ha saputo spiegargli bene. Restano impressi singoli episodi come stampe da appendere (basterebbero le scene della vendemmia o della pigiatura dell’uva), ma in confronto al burbero affetto del patriarca Don Pedro (un magnifico Anthony Quinn) la timidezza di Paul Sutton, pur richiesta dalla parte, resta impicciata in una soavità da cartolina.

" Feeling Minnesota " - di Steven Baigelman - 1995

Jjaks Clayton ( Keanu Reeves ), ladruncolo e spostato senza dimora fissa, torna in visita dal fratello, che sta per unirsi in matrimonio con una ragazza non più illibata, ma stanca di soperchierie, che recalcitra alle nozze e all’amore imposto. Durante una pausa della stessa festa nuziale, Freddie - questo è il nome della puledrina vogliosa di vendicarsi - si invaghisce di Jjaks, della sua scontrosità e del suo isolamento, e subito lo attira in un vortice di sesso scatenato. I due amanti fuggono spensieratamente, ma la vendetta del fratello di lui non si farà attendere.

Tanto si è divertito Keanu a interpretare la parte del caprone, solido nel reggere con gli strumenti tutti in piedi l’assalto della compagna, e davanti a un folto pubblico di curiosi, imponendo al regista di fargli esibire, sia pure in pochi fotogrammi, il contrassegno della virilità, che egli ha accettato un compenso modestissimo. Alcuni critici malevoli sostengono che il suo estro, almeno sul piano interpretativo, non valeva di più; e si sono sfogati a demolire la breve e umorosa commedia nera di Steven Baigelman. Si deve riconoscere che, per esempio, al palato europeo torna indigesto un simile accozzo agrodolce: l’odio implacabile dei fratelli che si contendono la femmina, fino al drammatico esito finale, e d’altro canto l’eccitante compenso insperatamente offerto a Jjacks da un’esistenza finora costretta al piccolo crimine e ignara di qualunque risarcimento affettivo.

In questa breve commedia nera, un po’ sbilanciata tra la violenza quotidiana e il dialogo difficile e scontroso fra creature abbandonate ai margini della vita, Keanu si è proposto di riposarsi dallo spaventoso rischio affrontato con la recita di " Amleto ", di affinare la mescolanza tra umori selvaggi e compresse tenerezze, e infine di alleggerire il fastidioso dilemma in cui era rimasto irretito, quando molti scrittori, invece di comprenderne e favorirne le idealità espressive, gli intimavano di svelare le sue tendenze omosessuali. In realtà l’interpretazione di Keanu è qui assai più impegnata e convincente che nel film " A Walk in the Clouds ", è vigorosa e capace di penombre e di stupori nuovi (basterebbe l’affinità senza parole con il cagnolino che consola le sue disavventure); e poi, diciamolo chiaramente, il fatto che sia comparso con l’uccello già ricaricato, mentre si rialza dall’abito nuziale di Cameron Diaz, deve essere stato per molte ammiratrici un’amena sorpresa.

" Chain Reaction " di Andrew Davis - 1996

Nei laboratori non troppo segreti dell’Università di Chicago si sta sperimentando una formula atta a produrre energia pulita e di uso illimitato; ma il successo della ricerca, che sembra imminente, è tragicamente interrotto da un’esplosione catastrofica, di cui la polizia finisce per incolpare un giovane aiutante macchinista, di nome Eddie (Keanu Reeves). Eddie, pur essendo ancora un semplice assistente, si era timidamente invaghito della dottoressa Sinclair, non osando peraltro mai dichiararsi; ora sono costretti a fuggire insieme, inseguiti per molti stati e in una stagione gelida e inerte, non solo dalla polizia, ma anche dagli agenti di una concentrazione segreta di poteri, che la conquista della nuova fonte energetica vorrebbero recuperare per i loro fini di dominio.

Per uno strano abbaglio recensivo, in questo film, di cui la critica ufficiale è obbligata ad ammirare se non altro la valentia, per omaggio ad un regista di qualche perizia, si ritengono accettabili alcuni episodi di tensione precipitosa, che presentano una scacchiera di mosse continue e intricate, dove (ma guarda un po’!) l’implacidito Keanu guizza come una bomba d’agilità inafferrabile: la fuga dal laboratorio in fiamme, lo scavalcamento del ponte di ferro nel centro della metropoli, la folle corsa su un’imbarcazione a pattini in mezzo a un lago ghiacciato. Invece si può sostenere il contrario, e cioè che quegli episodi (ma galvanizzante è anche il finale) formano l’acme di un ghiacciaio nascosto e pericoloso. Il regista intendeva per l’appunto indagare mosse diverse dalla sua opera più nota, facendo sì che il clima del pericolo subdolo si muovesse lentamente, per poi esplodere alla sprovvista.

Perciò gli occorreva un attore che fosse pronto a scatenarsi, ma anche disposto ad una psicologia lenta, circospetta, sepolta in un pensiero, o anche in una distrazione quasi malinconica. Ha scelto forse male, come Bertolucci per il suo Siddhartha, prediligendo Keanu? Alcuni critici vorrebbero una grinta più pepata, afferrarsi alla poltrona con l’ansia alla gola, e accusano Keanu d’essere frustrato, incapace, per quanto corra, di afferrare neppure l’ombra di Harrison Ford ( interprete de " Il fuggitivo ", che è dello stesso Davis e presenta qualche analogia di nucleo portante); e additano debolezze di rimpasto anche nella mano del regista. Il fatto è che Davis dà per scontata l’ipotesi scientifica, che del resto è attuale, ed ora vuole riposarsi in un’emozione più divagata, magari tramando un’allegoria sorniona del bene e del male. L’intento realistico ed emozionale è da lui messo in secondo piano: la cattiveria della CIA è per lui soltanto un simbolo dell’imprevisto, che tuttavia costringe a decidere anche per gli altri.

" The Last Time I Committed Suicide " di Stephen Kay - 1996

Si tratta di una vicenda di insofferenze amare e solitarie, in mezzo ad un paesaggio che fa da protagonista, a volte piovigginoso e a volte trasparentissimo, con al centro dell’obiettivo la figura di un giovane letterato pigro e ribelle, mai contento di quietarsi ad un’esperienza borghese, e illuso che la felicità possa consistere nel " cavalcare le grandi pianure ". Il motivo, che è accidioso e insieme affascinante, risale ad una lettera dello scrittore Neal Cassady.

Keanu Reeves, nella parte di Harry, amico di Cassady, è stato guidato dal regista Kay con polso fermissimo, e a parere di molti con un esito di approfondimento delle tinte mediane, di accettazione della noia e del vizio di ogni giorno; affiora qui una qualità di dialogante ironico ed intimo, che pareva sconosciuta al nostro attore. Eppure, a uno sguardo più attento, già in " Feeleng Minnesota ", che è una prova di stile difficilissima per Keanu, nel suo atteggiarsi scontento di non si sa che cosa, nelle brevi e stordite consolazioni (in mezzo alla violenza, sia pure, e nel film di Kay, invece, con il volto della noia rassegnata), si sentiva un modo diverso di recitare per accenni e di pensare per impressioni. L’artista dei quadri d’azione si prepara dunque a riprendere le radici di " River’s Edge " e ad analizzarsi nella sua infelicità e nel suo pentimento.

" Devil’s Advocate " di Taylor Hackford - 1997

Kevin Lomax, un giovane e fortunato avvocato della Florida impersonato da Keanu Reeves, non esita, pur di incastonare un altro successo, a difendere anche viscidi individui accusati di stupro. Al termine di uno di questi processi viene ingaggiato da un grande studio di New York, che è diretto da un misterioso e onnipresente John Milton: è il reincarnato autore del " Paradiso perduto " o addirittura il volto nascosto di Satana?

Stranamente, o come al solito, anche per questa fortunatissima novella satirica e drammatica insieme, si finisce per omettere l’autore, che è Andrew Neiderman, il cui apporto non solo inventivo, ma risolutore degli ultimi intrighi, ha permesso al film di varcare i continenti e di imporsi come dramma e non semplicemente come " divertimento ", secondo che alcuni critici spensierati e a volte lo stesso regista propendono a credere. E meno male che Taylor Hackford ha agito con intelligenza, e cioè di testa sua, imponendo ad un imbronciato Al Pacino, che qui brillantemente riveste la parte di un Satana loico e sprezzante, un attore come Keanu, capace di controbilanciarne il ridondante eloquio con la sua riflessione pausata, e infine di controbatterlo nella scena finale con il grido dell’umanità ferita a morte, ma non vilipesa! Due personaggi, due simboli efficaci della vicenda esistenziale che ci coglie improvvisa, con la bellezza delle sue insidie, ma anche con la verità del dolore. Perciò, non facciamo gli schifiltosi dinanzi ad un film affascinante. Bravi tutti gli attori; perché andare in cerca della pagliuzza? (1)

(1) - Se poi si vuole accennare ad un punto davvero inopportuno (ma si dimentica subito), si pensi alla battuta di Al Pacino: " Chiamami papà! ", che fa venire un sorriso imbarazzato, come se nell'istante della verità che la coscienza impone, e quando il rispetto dei canoni del dramma classico diventa inevitabile, ci fosse tempo per l’umorismo. Ecco il tarlo vagante nel grande cinema americano: la spiritosaggine ad ogni costo. Ma è un attimo, e gli autori riprendono le redini. Molti commentatori non hanno capito la spinta drammatica e l’ombra religiosa che si allungano su questo confronto emozionante, e l’hanno trattato come una qualunque trama della paura, mentre scrittore e regista non meritavano una così invidiosa diminuzione.

 

 

" Matrix " dei fratelli Andy e Larry Wachowski - 1998

Thomas Anderson, soprannominato Neo (Keanu Reeves), pirata dei congegni informatici, si trova d’un tratto a doversi confrontare con una verità incredibile: la società in cui vive (per verità con molto scontento e inspiegabile malinconia) è il frutto di una pervadente illusione, al cui centro è una macchina suprema, " Matrix ". Al suo nutrimento contribuisce un’onnipresente polizia, essa stessa resa schiava per sempre. Il genere umano fornisce al sistema una segreta e orrenda linfa, con i campi sterminati di feti messi a coltivazione; dall’altra parte, gli uomini liberi si muovono in una dimensione collegata e diversa, in una città radiosa che nessuno peraltro conosce se non gli iniziati. Tra questi, per intelligenza penetrante, spicca Morpheus (Laurence Fishburne, un saggio interprete della verità che rende liberi). Dopo molte ricerche, la scelta che questi fa di un liberatore " eletto " cade proprio su Thomas-Neo, la cui struttura atletica e mentale deve rinvigorirsi fino allo spasimo estremo, per affrontare il subdolo nemico che non si vede.

I fratelli Wachowski hanno dovuto superare una penitenza tormentosa, nell’assemblare un film che potesse piacere sia agli intellettuali, che pongono filosofie di spazio, di relatività, di dimensioni, sia al più vasto pubblico, che richiede ancora tensione e mistero di fatti raccontati per filo e per segno. Basti riflettere al piacere elettrizzante evocato da un film come " La mummia ", che ha potuto incantare le masse e mettere parzialmente in ombra " Matrix ", dove al contrario prevale l’arabesco di simboli mentali. Il risultato è comunque di un divertimento sbalorditivo, che però richiede un’attenzione interiore e personale, anche se taluni ingredienti, presi singolarmente, non persuadono del tutto. Alcuni critici, com’è naturale, storcono il naso, dicendosi annoiati da qualunque invenzione fantascientifica, anche da quella giapponese o futuristica della " scomposizione " aspra, quasi da girandola, del movimento dell’essere umano, che qui è trattata con evidenza aggressiva; ma allora, ditelo e fate un passo indietro. Invece no. E ripetono ancora il dubbio sulla freddezza dell’attore Keanu (che invece nel film ha un dominio incredibile sulle sfumature di malinconia e di speranza), pur dovendo retrocedere di fronte alla sua energia psicofisica, che abbacina nelle arti di difesa più diverse, e con un’apocalisse di colpi, in cui non si sa se valga di più la precisione (la tecnica è qui un riscontro secondario) o la perfezione delle membra. Ma è soprattutto la bellezza della figura umana vendicatrice che l’opera riesce a rivelarci, benché si arrischi sul limite estremo della riconoscibilità cinematica; non vi pare abbastanza affascinante?

Neppure escluderei l’ipotesi che " Matrix " nasconda l’allegoria di un regime totalitario sempre incombente; la violenta ribellione contro di essa non rimanda un gratuito accumulo dell’orrido, come si riscontra nella maggior parte dei film americani del 1999, ma significa lo sprigionamento adirato dell’uomo libero. Comunque, pochi interpreti resisterebbero, come fa Keanu, vendicatore inatteso, tenendoci in trepidazione per tutta la prima parte, in un dialogo tacito e continuo con quel volto di solitudine. Ripeto, chi insiste sul cartellino " fantascienza " è fuori rotta; quella storia ha il valore manifesto di un dramma classico (1).

(1) - Calma, il nostro attore sa anche parlare; è stato sì o no l'Avvocato del diavolo? Qui la svolta decisiva è data proprio da lui, benché Morfeo per ragion di parte abbia una dialettica esperta: quando il protagonista dice, esprimendosi con ritrovata coscienza, che infine ha capito ed ha una convinzione di salvezza per l'altro, noi siamo costretti dall'abilissimo regista quasi a tremare. In quel punto è il sussulto della ragione e del cuore che parla; senza di che la profonda moralità del film svanirebbe.

 

 

In Appendice: alcuni suggerimenti su come dare avvio ad una ricerca seria .

Non siamo qui obbligati ad elencare articoli e saggi che hanno inteso analizzare e giudicare le opere filmiche di cui questo attore è significativo protagonista, e per questo preciso motivo: la nostra prospettiva non è di contenuti passati in rassegna e ponderati con la bilancia del farmacista. Il senso storico ed estetico delle sue recitazioni non deve sfuggirci; ma il punto di vista è da noi posto alla sommità dell’orizzonte, con questa domanda che parrebbe ad alcuni arbitraria:

" I racconti che ritraggono la figura di Keanu sono capaci di creare miti di un’epopea moderna e di rinnovare il dono che sembrava essersi chiuso per sempre con le religioni e la storia artistica del mondo classico "? Noi abbiamo risposto affermativamente, e la nostra dimostrazione, che certo ha giustificato soltanto le opere degne, dove la serietà della vita e la bellezza delle illusioni umane, anche delle più fugaci, si immedesimano nel volto e nel cuore di Keanu, si è concentrata sull’interna coerenza di quel suo inconsapevole annunzio. Ad esso appartiene il futuro; in esso trova conforto l’idea di una adolescenza incorrotta, verso la quale ciascuno di noi si volge anche alla soglia della distruzione.

Quindi, non ci sarebbe necessità di altre " lusinghe "; tuttavia daremo qualche consiglio sparso:

1) per individuare in Keanu la sfumatura autoironica e rassegnata all’intima decadenza, che è un elemento vivo del suo complesso ribellarsi alla figura impostagli di eroe d’azione, consulta opportunamente il primo tentativo di Dale Winogura (in " Movie Review "), che cerca di catturare nel film " The last time i committed suicide ", e precisamente nell’ostinata cantilena dello sconfitto Harry, la paura di una tristezza che si espande nei giorni e può diventare irrimediabile. Per lo meno l’attore è qui ripensato con simpatia, mettendo in rilievo il fatto che egli ha rinunciato ad altri maggiori compensi ed ha preferito la ferita di una malinconia senza sviluppi scenici, ignota ad altri.

La maggioranza degli osservatori, invece, discutendo della parte di Harry, si ferma all’estrinseco e accusa l’attore di monotoni ragionamenti; ma cari analisti, non vedete che si tratta di chiaroveggenza, di un " monito " moderno sulla fatua promessa del futuro? E’ vero che da parte vostra concedete a Keanu, con distratta condiscendenza, un qualche primato nei film d’azione, purché non s’impacci nella " filosofia "; ma poi, quando rimugina sul destino di ognuno di noi, toccando qualche nervo scoperto delle nostre spine esistenziali, perché state a misurargli ogni verbo, accusandolo di lamentazione filosofica? Dovete convertire al contrario la vostra storia. L’accettazione da parte sua di interpretare una figura saturnina ha messo in ombra in questo caso perfino l’originalità imposta al personaggio di Neal Cassady . Keanu ha rinunciato per un momento a brillare ed ha, proprio per questa riuscita di lucida ubbia, ottenuto da un altro accorto regista, Taylor Hackford, di sostenere i rimorsi e l ‘arroganza assorta che caratterizzano la figura dell’ " Avvocato del diavolo " .

Chi lo crederebbe? Il ripercuotersi della mente e dei muscoli che si preparano in segreto è certamente un carattere ben riconoscibile in questo attore. Certo esso distingue, con senso di ferita rimarginata appena, le avversità nebulose di " Chain Reaction ", ed è veramente l’astro di una vigilia insonne, da cui scaturirà l’apocalisse di " Matrix " e dei nuovi film che ora si annunciano di lui. Ma c'è anche la ribellione inespressa contro la sorte, che egli dipinge, con qualche malignità sorniona, nel film ispirato a Cassady; ebbene, quei discorsi inceppati ma sempre più capaci di prensilità logica, lo renderanno degno di affrontare la parte dell’avvocato più sottile, che dovrà confrontarsi con le ragioni di Satana. Il regista Hackford ha saputo vedere meglio di tanti gazzettini.

2) - Consideriamo ora il tentativo dell’artista di presentarsi come credibile amatore. Viene subito in mente il film " Aunt Julia ", ma non escluderei " The night before " né la spavalderia del " Principe di Pennsylvania ". L’esperienza erotica consapevolmente affrontata, che per la prima volta fa tremare ed entusiasma, è uno degli spunti subitanei del ricchissimo " Point Break ", ma si era già affacciata in " Aunt Julia " con sfida, calcolo e monellesco trionfo, mantenendo sempre quel sapore ora disinvolto ora stupito, di iniziazione all’adolescenza, che è uno degli insegnamenti della filmologia di Keanu.

Nel film " Flying " egli è ancora un " bambolo ", anche se pericoloso e pungente; in " Permanent Record " è invece lui che riconosce con istintivo fremito che la sua amichetta " trasuda sesso ", ma altro pensiero occupa la sua vagabondaggine scontenta. In " Parenthood " l’amore è semplicemente il fare sesso, col tranquillo diritto del primo occupante; in " Feeling Minnesota " l’amore è un incontro di gioia e di violenza reciproca e selvaggia, che va diritto ai precordi, ma distilla scarse fantasie. No, il vero gioco e insegnamento d’amore si trova, intraducibile e impalpabile, nel film ora intitolato " Zia Giulia ", dove il corteggiamento che penetra i sensi diventa umanissima condiscendenza ad una follia che è privilegio dei cuori appena nati, e quindi del giovinetto Keanu. Ben intonato in proposito l’articolo di Rita Kempley (" Washington Post ", 2 novembre 1990), che dopo aver dato il giusto merito alla eccentricità geniale di Pedro Carmichael (Peter Falk), a quel suo trascinare tutta la storia tendenzialmente incestuosa sulle nubi delle trasvolate radiofoniche, deve ammettere che ogni sospetto di eccitazione malsana si perde in ogni caso, di fronte al turbamento e alla freschezza da magnolia di quell’apprendista vincente che è Keanu.

3) - Un altro mito non abbastanza messo in luce in questo percorso artistico è la chiamata al dolore delle cose. Già in " Brotherhood of Justice " e poi in " River’s Edge " (nell’arco di un solo, stupefacente anno, il 1986) l’arte di Keanu raggiunge uno dei suoi stati di grazia, che sarà ripetuto solo in " My own private Idaho ", nel 1990. Dapprima è il pentimento per un’azione che egli riteneva giusta ed è vendicativa, poi subentra l’orrore religioso scoperto in una separazione dagli altri, senza che nessuno glielo abbia insegnato, per un crimine che grida vendetta agli occhi di Dio; infine, nel film diretto da Gus Van Sant, sarà la pietà emozionata, che la natura, con dolorosa contraddizione, suggerisce come bella e insieme scandalosa, sul volto dell’amico privo di ogni altro conforto, che chiede le sue labbra da baciare.

Prendiamo questo solo esempio, tratto dalla filmologia non sempre così schietta di Gus Van Sant ; c’erano due modi per recensire l’argomento: uno è per l’appunto l’atto salomonico del critico di mestiere, che qualcosa concede, per rivelare lentamente la sua antipatia. Nella pagina letteraria del " Chicago Sun-Times " del 18 ottobre 1991, Roger Ebert, nega il concetto drammatico del rapporto fra Mike -River e Scott-Keanu, ricordando, solo per raggiungere un effetto decorativo, a proposito della narcolepsia da cui è affetto Mike, la maledizione di quella analoga epilessia che per colpe familiari si abbatte sul Raskolnikov di Dostoyevsky. In definitiva per l’autore River e Keanu, più che rammentare i compagni di baldoria del principe Hal, che essi si erano proposti di imitare in un luogo memorabile del film, sono due giovinetti particolari, che ammazzano il tempo fumando ed offrendo il loro corpo sul marciapiede (oltretutto, sentite la ragione!, Scott non ne avrebbe neppure bisogno, essendo ricco di famiglia).

Ed ecco invece il parere di Keanu stesso, che in un’intervista con Gini Sikes e Paige Powell (" Interview ", 1991) mostra di poter insegnare qualcosa ai critici più rinomati, con una riflessione culturale che muove a sorpresa: " Non è un film realista, né per il linguaggio, che è infarcito anche di citazioni parodiche da Shakespeare, armoniche con l’ambiente, ma di pretto stile teatrale, né per la descrizione. Se quella storia può essere giudicata contemporanea, lo sarà in un senso più ampio, per le emozioni che scavano a lungo nelle ritrosie e nelle ribellioni dei personaggi … E’ pericoloso il film per la nostra carriera? … Ma io non sono un uomo politico (rassicura Keanu); l’unica paura, dopo " Point Break ", non era il sesso; anche con la fanciulla Carmela non ho avuto esitazioni, se non per il gelo della stanza. Era invece l’evocazione di Shakespeare, tutto di lui mi atterriva e mi portava lontano".

4 ) - Concentriamo pure lo sguardo su quello che si considera l’impegno più riuscito dell’artista, Il film d’azione e di avventura. Sempre nel " Chicago Sun-Times " il critico Roger Ebert, spiegando il chiaroscuro del suo gradimento per il film intitolato " Chain Reaction ", soprattutto apprezza gli episodi culminanti e spettacolari, ma per la verità non resta insensibile a quell’aria di tocchi più segreti, come l’entrata che i due giovani fuggitivi fanno nella cupola dell’Osservatorio astronomico. Infine conclude, quasi sbuffando, quasi contento di non essere soddisfatto, che tutta quella congiura non ha molto senso e non ha (che si sappia) motivazioni scientifiche serie. Tutta qui sta la pena? La lamentela mi ricorda un apologo del geniale poeta Goethe, che nel bozzetto di una chiesa con finestre gotiche, a un visitatore che si indispettisce di non vedere all’esterno che lunghe fessure buie, rivolge l’invito ad entrare; ed allora, nello splendore dei vetri, apparirà chiaro tutto il mondo. Orsù, fiacchi lettori! Entrate all’interno delle poesie, in questo caso della narrazione, e vedrete che c’è coerenza e respiro!

Non dobbiamo soltanto ammirare quell’impronta pacifica messa a dura prova nello scolpirsi con i pericoli e con le riuscite. Le storie di Keanu portano un cielo problematico, che è vero non tanto per i presupposti, che certo non devono essere assurdi, ma perché egli si cala ben addentro all’ipotesi inventiva e alle sue conseguenze, anche nell’ordine di un contrasto morale o spirituale; e questo, nel caso di " Chain Reaction ", ha pari dignità sui due fronti, quello del meccanico idealista, braccato e indistruttibile, e quello del politico della verità di Stato, in cui si rivela una perplessa figura di Morgan Freeman, la quale non ha certo ragioni abiette da far valere.

5 ) - Diamo un’occhiata infine alla selva dei commenti su " Matrix ". Alcuni critici, ostinati nel ridurre Keanu a un fenomeno inspiegabile (tanta è la loro insistenza, che si direbbe ne subiscano un dispettoso fascino), partono subito dicendo che se ne devono riconoscere tre stigmate: l’essere circondato da sciami di fan, l’ambiguità intrecciata intorno alla sua solitudine, il fatto che non voglia scoprirsi durante le interviste giornalistiche, come se egli dovesse inchinarsi di fronte alla penna di un Pietro Aretino (vedi per es. l’opinione di Lesley O’ Toole su " Cyberspace 1999 "). Con questa premessa, essi giustificano la storia di Matrix come un’avventura fortunata e banale che ha girato il mondo; e tutta la produzione antecedente, che molti registi hanno a lungo accarezzato e studiato, a cominciare da Gus Van Sant o da Kathryn Bigelow?

Poi si vuol sostenere che la scelta potesse ricadere su altri, e per questa ricerca si fanno i nomi di Brad Pitt e, nientemeno, di Leonardo Di Caprio. In realtà anche un povero di spirito capirebbe che la gagliardia e la convinzione della psiche e del corpo in unica folgorazione, come si richiedono in questo film, potevano appartenere unicamente a Keanu. Gli altri non avrebbero sostenuto la perfezione di un’ascesi ininterrotta, e infine sarebbe mancata loro la maschera di quel volto assorto nel gioco estremo dell’esistenza. In effetti un simile labirinto di escogitazioni anche accidiose mirava a coinvolgere l’immaginativa che riporta alla prima adolescenza, e non solo intorno alla rivelazione di Neo-Keanu. Il film va centellinato e riveduto, se si vuole far posto alla persuasione di chi, pur non soddisfatto di alcune singole figure (per esempio, il colloquio del perplesso e quasi stremato giovane con la cuoca gabbata per oracolo), non esita a riconoscere che si tratta di un gioco trascendentale o dei primordi degli scacchi, che non può curarsi della verosimiglianza degli ambienti e dei rapporti spazio-tempo. Certo non è un racconto di paura e di morte; non è, per intendersi, un film come " La mummia ". Perciò non avrà vita facile.

Si potrebbe scorgere nel film anche un riflesso del concetto caro ad un fisico australiano di fama mondiale, Paul Davies, per cui le leggi della natura, anche nel loro imprigionamento in un accidente deterministico e corruttivo, com’è quello di Matrix, apparentemente senza ritorno, restano concepite a favore dell’intelletto e della coscienza. E’ così? Vedremo nel seguito del racconto; il produttore Joel Silver ha ancora molte frecce da scagliare.

Nota biografica più credibile di quanto non appaia

Il ramingo Keanu Charles Reeves nacque a Beirut, in Libano, il 2 settembre 1964, da madre inglese e da padre hawaiano; ma due anni più tardi fu dal padre abbandonato, sicché con la madre e gli altri familiari passò da una terra all’altra, seguito bensì negli studi e nella prima vocazione artistica con amorevolezza, ma certo serbando una inesprimibile malinconia dell’esule, che ancor oggi a tratti riaffiora nelle sue interpretazioni.

Si fortificò ben presto nel corpo e nella mente, con scarse soddisfazioni dalla scuola, ma compensando la sua delusione nel trattare diverse discipline sportive in cui prontezza e ostinazione potessero armonizzarsi, come l’hockey sul ghiaccio; del resto era questo lo sport più armonico con quella natura stupefacente che infine l’accolse e lo volle cittadino, il Canada. Da quel riconoscimento ebbe una consapevolezza di affinità, di attrazione per la vastità inesauribile del paese, che fu per lui l’unico adombramento di una meditazione religiosa, che per allora restò sepolta nel suo carattere introverso e fiero. In casa fu silenzioso e premuroso, cercandovi sempre un approdo dopo le peripezie e gli impegni, che egli sentiva, quasi per una vocazione temeraria, di dover intraprendere, a costo di ferirsi, prima nel teatro e poi nel cinema.

Fu disposto a recitare su qualsiasi registro: in " Young Again " si provò nei primi contatti con il fremito del sesso (ma due anni prima, accarezzato e lusingato com’era da tutti per la sua disarmata bellezza, aveva sostenuto sul palcoscenico la parte di un ragazzo invertito, in " Wolfboy ", con tanta facilità da indurre molti nel sospetto che si trattasse di una dote naturale). In " Youngblood ", giocando ai margini di un campo di ghiaccio, apparve invece con la struttura di un maschio resistente, anche se la sua improvvisazione in veste di casinista e pulcino della squadra si consumava in un lampo. Come andava allora decifrato un umore così fuggitivo? Nello stesso anno per lui fecondissimo, il 1986, in " Under the Influence ", si provò nel ruolo del figlio minore, che escogita un modo insolito per strappare il padre dall’attrattiva dell’alcoolismo, e cioè mettendosi audacemente a imitarlo; rivelò allora una capacità mimetica del vizio, che aggiunse motivi di sorpresa per chi lo conosceva come un carattere laconico e guardingo (e intanto egli si scopriva incline a ben tratteggiare l’ubriacatura, ripetendosi in " The night before " e perfino, con ironica e fanciullesca baldanza, in una delle prime scene di un film assai più maturo, " L’avvocato del diavolo ").

Non è tutto; in quel vorace apprendistato, quando non aveva più motivo di rimpiangere le cattive prestazioni fornite durante la vita di collegio (ma gli restò impressa l’indole " minimalista " e stringata della lingua latina), tentò di gradire le prime esperienze di baci e di tenerezze verso l’altro sesso, con " Young Again " (ancora nell’anno 1986). E dilagò, tanto era andato bene quell’esperimento, in un ruolo quasi fisso, il candido ragazzo alle prime armi, un po’ deriso dai compagni per la sua grazia luminosa ("The night bifore "), che infine si insinua e seduce come nessun altro: in " The prince of Pennsylvania ", in " Parenthood ", in " Tune in Tomorrow ", dove giunge al vertice dell’abilità e dell’improntitudine come ballerino che non perde un passo, che sa come beccare il labbro indeciso della compagna e come farle girare la testa, circuendola al di sotto dei fianchi. Era soltanto un esperimento lucido, oppure anche l’ansia di rivalersi su tanti dubbi malevoli, che la sua bellezza ammiravano e insieme, per invidia, avrebbero voluto sospetta, facendo della sua statura di efebo e di combattente in erba un argomento di chiacchiericcio? In realtà si affrontavano nella sua mente due idee: quella dell’eroe, che nelle tradizioni degli spazi nordamericani, da lui profondamente amati quasi in luogo di Dio, si identifica col principe azzurro o comunque con il salvatore (potrà recuperarla in " Babes in Toyland " e perfino in " Speed ") ; e quella del Convito platonico, che egli deve aver appresa da misteriose letture, e cioè l’immagine di un amico che ti conforti a vivere e medichi le tue ferite, sollecito e insieme discreto, quasi distante. Egli ne aveva bisogno, dopo tanto peregrinare, e in un nuovo continente, quello del cinema americano, ricco e pericoloso, dove non lo soccorreva certo la propria intima ribellione alla meschinità. Con le incomprensioni morali che ebbe ad accettare forgiò però la sua irriducibilità e talora il suo ardimento.

Non poté rivolgersi a nessuno sulla strada di Emmaus, per dirgli di restare al tramonto e parlare con lui. Procedette per felici scommesse e più frequenti errori, ora piegandosi sulla spalla dell’attore River Phoenix (in " My own private Idaho "), ora ottenendo la complicità di uno studente ignaro d’ogni sconfitta e avido solo di ritmi musicali (in " Bill e Ted’s Bogus Journey "), ora accusando la morte dell’amico come un tradimento ingiusto (nel film " Permanent Record "), ora infine consentendo alla fuga dell’avversario sentito come compagno di tante sue inclinazioni, per non umiliarlo davanti agli uomini (come farà con intuito bellissimo, guidato dalla forte regia di " Point Break "). Forse scelse in effetti quell’amico, per avere e dare la vicinanza che inebria e guarisce; forse fu davvero River, o altro incontrato e riconosciuto per la sua letizia e la sua mente indagatrice. Un giorno forse fu una sorella o un’amica, che pensò di inventare per lui un abito da geisha (con il quale l’attore apparve in " Vanity Fair ", nel 1991), come per dargli un battesimo di solitudine e per creare un alone intorno al suo carattere amorevole, destinato a cambiare d’improvviso in energia virile. Ed oggi (chissà), quell’ombra d’affetto e di ragionamento colto, è diventata, per lo spinoso Keanu, la vicinanza ad una donna perspicace e prudente, o l’attesa di parole persuasive da rivolgere ad un figlio, che sia ostinato come lui, ma con minore ritrosia e tedio. Egli si rende conto in ogni caso di essere un compagno guerriero e talvolta ruvido, che preferisce lunghi periodi di lontananza da ogni riconoscibile fama, pur di ascoltare la sua chitarra o qualche narrazione che ferisca dentro le domande sull’umano destino.

Il paragone con i grandi interpreti di Shakespeare, il poeta che l’aveva in effetti educato, fu da lui con tremante audacia sostenuto nel gennaio del 1995 in Winnipeg, il cuore della sua patria di adozione, e per non distrarsi da una simile, ignota concentrazione, egli in quel periodo rifiutò un conveniente contratto con alcuni famosi attori di Hollywood; tanto che molti si convinsero della sua assoluta stravaganza. In realtà Keanu sentiva di non poter dedicare la propria arte, forse a quel " dio ignoto " a cui aspirava, senza confermare davanti a tutti il suo coraggio perfino inconsulto. All’inizio di quella prova fu assillato dall’emozione, ma via via si affidò alla bellezza della parola e al respiro del dramma, tanto che molti critici dovettero riconoscere in lui un sorprendente Amleto ( cfr. nel " Sunday Times " del 22 gennaio 1995 un articolo di stima e di meraviglia a firma di Roger Lewis).

Dopo il successo internazionale raggiunto con il film " Speed " fu, dunque, quella apparente rinunzia alla celebrità nel cinema, un ripensamento della propria vita, una tregua avveduta; accanto sentiva l’approvazione dell’amico River, morto tragicamente in un anfratto dell’esistenza, senza nessuna parola di nobile comprensione; ebbene, il dialogo con Amleto sarebbe stato anche il suo. Keanu, inselvandosi nel personaggio di Amleto, fu dunque chiaroveggente, uscendone infine meditabondo e caparbio; e conseguentemente comprese le eterne leggi dell’arte, poiché volle rinunciare a uno " Speed 2 ", renitenza che a stento l’ambiente del cinema riuscì a perdonargli. Affrontò poi, col buonsenso e con l’ironia, le supposizioni sulle sue preferenze omosessuali, ammettendo che per il momento non era vero, ma che nella vita non si sa mai; anzi, via via che riusciva a concordare gli impegni sportivi, da cui usciva quell’ardore e quella precisione liberatoria che si incarnerà nel simbolo di Neo e nel film " Matrix ", con nuove letture, per esempio dei romanzi di Dostoyevsky, scoprì nella sua innocenza innata qualche radice contrastante, come la colpevole attrazione verso il peccato.

Già aveva tentato la parte del giovane che esplora per la prima volta la lussuria, impersonando Jonathan in " Bram Stoker’s Dracula ", o quella del drogato Marlon in " I love You to death "; vide che non gli era mal riuscita, e coraggiosamente si propose di scoprire un raffronto con la corruzione, con la perdita o l’umiliazione della coscienza, che egli sentiva di dover superare. L’idea di ripetere il respiro dell’adolescente tornava certamente a visitarlo: in " A Walk in the Clouds " per esempio, in " Feeling Minnesota ", in " Chain Reaction ", in " Jonnhy Mnemonic ", e proprio in " Matrix ", chi l’avrebbe detto? Ma ormai si era rassegnato a una nuova battaglia: guardare in se stesso senza paura ed assumere il male, per meglio sentire la fatica della terra e la gioia fragile della libertà.

Di questo nuovo emblema fece prova in " Devil’s Advocate ", che per lui corrispondeva alla lotta ingaggiata con " Hamlet " nel 1995; ed infine dovette affrontare non tanto Satana, quanto, riposta nella mente, la traccia stessa di Dio. Per allora se ne distolse, ma quel concetto aveva bussato nelle sue tempie; egli capì che avrebbe conservato l’innocenza di un tempo, purché sapesse raffigurare la solitudine dell’uomo ed il suo bisogno di essere eletto tra una folla innumerevole di persone distratte. E’ questa l’origine della sua immedesimazione nella saga dei fratelli Wachowsky, che è un racconto di rifiuto della schiavitù. Ma è probabile che ora egli sia ansioso di farsi coinvolgere direttamente dalle ombre del male, come dovrebbe essere nel prossimo film " Watcher ", dove è chiamato a interpretare l’intelligenza contorta e beffarda di un uccisore psicopatico, senza rinunciare intanto alla tregua di altri racconti d’amore o di tenzone sportiva; un po’ quello che accadeva a certi patriarchi (ma è sempre un giovinetto, in definitiva !) quando apparivano intenti a scolpire leggi di una volontà nascosta, e nessuno doveva invidiarli se talvolta si riposavano nell’ebbrezza o immergendo il volto fra le poppe di una schiava. (1)

21 settembre 1999

(1) - Purtroppo, alla vigilia del Natale 1999, la ragazza con la quale Keanu conviveva, Jennifer Syme, incinta di lui, è stata ricoverata con urgenza in ospedale, alcuni giorni prima della data prevista del parto: la bambina attesa, a cui era stato già dato il nome di Eva, era morta per distacco del cordone ombelicale nel seno materno. Pochi giornali di attualità, in Australia, nei paesi scandinavi e in Germania, hanno dato la notizia. In una foto presa di nascosto si vedono Keanu e la fidanzata vestiti a lutto, mentre escono da un cimitero di Los Angeles, dove hanno sepolto la piccola. Certo l'attore riprende il suo percorso artistico, che è nel suo destino. Ma che angustia mentale in quella indifferenza a cui è stato lasciato! Tanto più nobile appare il saluto apparso nel giornale tedesco " Bild " del 12 gennaio 2000, che ha trovato le parole uniche: " Bianchi gigli, pallide rose, per l'ultimo saluto alla piccola Eva. Una tragica fine dopo tanti giorni di speranza ".

 

 

Notizie bibliografiche essenziali

David Bassom - Keanu Reeves, Una Storia Illustrata

Stampato a Hong Kong da " Mandarin Offset " e tradotto per l'Italia da Gianluca Barbera (prima edizione italiana 1997), si fa ammirare per il montaggio delle foto, che sono di un'agilità di rimandi espressivi da capogiro, mentre vi si accompagna un racconto di vicende psicologiche ed artistiche, in cui il dichiarato fascino del soggetto non esclude i punti di perplessità critica. Piace anche il rilievo dato al profilo morale dell'attore, che ne mette in luce l'onestà e la modestia, proprie di un cittadino qualsiasi, non nascondendone l'ambizione determinata e cocente. E' uno dei pochi testi in cui il film " Johnny Mnemonic ", pur giudicato non abile a causa di una sceneggiatura definita " tediosa ", viene infine rivisitato con simpatia nello splendore di alcune scene, e soprattutto nell'interpretazione di Keanu, a cui si riconosce la capacità di caratterizzare l'esaurimento mentale del protagonista, serbando però l'intenso desiderio della fanciullezza a lui tolta.

 

T. Jefferson Kline - Bertolucci's Dream Loom, The University of Massachusetts Press, 1987

Di questa raccolta di saggi interessa, ai fini della nostra ricerca, il capitolo su uno dei film epici più belli di Bertolucci, " Piccolo Budda ", dove l'intervistatore insiste per sapere dal regista per quale motivo abbia scelto di affidare una parte così difficile come quella del principe Siddhartha proprio a Keanu Reeves, " che ha sembianze assai ambigue, a diversi livelli ". Aveva già preso inizio, infatti, un' avversità inspiegabile verso Keanu, fondata su ridicoli sospetti relativi ad una " androginia ", ad una omosessualità in lui latente. Vorrebbe Kline, raccogliendo le sue ricostruzioni intorno al tema " cinema e psicanalisi ", che il maestro gli tenesse bordone. Senonché Bertolucci gli risponde con una schiettezza inequivocabile, spazzando via con un colpo magistrale tutte le illazioni anche future: " Ha un'incredibile innocenza nel viso, nello sguardo, nel modo di muoversi ".

Fabrizio Liberti, " L'Avvocato del diavolo ", analisi di un film in Cineforum 370, Bergamo (n. 10, 1997)

E' una delle poche tesi che pongano il problema di come una storia ricca di citazioni letterarie e bibliche come questa, ma apparentemente ordinaria, ci lasci inquieti e irretiti, facendo trasparire su di noi il cosiddetto " lutto del cielo ", la verità dell'uomo lasciato solo a sostenere la ragione della coscienza.

 

Claudio Masenza, " Illusioni mortali ", a proposito del film " The Matrix ", nella rivista CIAK, maggio 1999

Ha il merito di approfondire l'analisi della tecnologia digitale al servizio di un film spettacolare e gioioso, additando però lo slancio emotivo ed il sacrificio degli attori lungamente allenati nelle scene di combattimento. Il simbolo trascendentale di Keanu qui sfugge, tuttavia resta la manifesta simpatia per un " perfezionista comprensivo e maniacale ".

 

York Membery - Keanu Reeves, Chelsea House Publishers, 1998

E' un ricordo sbrigativo, in cui l'unico impegno è quello di compitare insieme apprezzamenti e castighi critici, dando a questi ultimi un rilievo ingiustificato ed un tono quasi burlesco. Della remota magnificenza indiana di " Little Buddha ", per esempio, resta l'accenno ai disturbi di stomaco di cui ebbe a soffrire Keanu durante la permanenza nel Nepal.

 

Paolo Mereghetti - Dizionario dei film 2000, Baldini e Castoldi editori, Milano 1999

In un ordinamento così vasto, tramato in un linguaggio spontaneo e colto, vale la pena di spigolare qualche titolo in cui compare l'attore, soprattutto cercando le voci relative a " Point Break ", a " The Matrix ", a " Piccolo Budda ", opere la cui originalità è ben definita sia nell'invenzione che nello stile tecnico e pittorico. Finalmente, verrebbe fatto di dire, " c'è giustizia a questo mondo ". Gettando via tutta la malevolenza dei giornalisti improvvisati, l'autore ha per esempio il merito di affermare, sul film di Bertolucci, s'intende dopo un esame coscienzioso, che esso possiede un pudore laico di fronte alla filosofia orientale e che " restituisce al cinema una magia perduta ". Riguardo a " Point Break " egli dice con semplicità perentoria: Keanu è apparso come una rivelazione.

 

Brian J. Robb - " Keanu Reeves: an excellent adventure "; Plexus, London 1997

L'autore ci pone di fronte ad un'esposizione meticolosa di tutte le vicende occorse a Keanu come uomo e come attore, dall'infanzia difficile alle avventure dell'adolescenza, dai silenzi caparbi delle sconfitte e delle riprese fino all' originale e acerba indipendenza del suo carattere. Nessuno che voglia approfondire il senso del personaggio Keanu in alcune delle opere fondamentali del cinema contemporaneo potrà fare a meno di questo contemplativo ritratto. Anche Brian Robb soppesa giudizi negativi ed impressioni positive con un conteggio pignolo, ma certo fa trasparire una quasi ritrosa ammirazione per quella serenità irremovibile, per quell'attrattiva inutilmente vilipesa dal sospetto di sessualità incerta, per quel volere entrare con prolungate letture nelle parti assegnate. Un solo dubbio: ma in cospetto dell'opera autentica e felice, là dove lo è, perché dare tanto spazio ad un’intimazione psicanalitica così superata ( è Keanu un invertito, o almeno un androgino bisessuale)? Egli ha già risposto: " di diverso ho soltanto il fatto di essere mancino ".

 

Thomas Cripps – " Keanu Reeves As Dionysus Reborn "; da " Culturefront ", giornale di Letteratura, 23/1/2000

E’ un breve saggio strano e affascinante ( infine una critica di livello superiore, anche se il tono è ambiguamente faceto) sull’immagine di Keanu paragonata al mito di Dioniso, saggio che insiste sul tema dell’androginia e della promessa d’immortalità. In questa nostra opera ci siamo limitati all’idea, che vedo presente anche in Cripps, di una primavera che ritorna e che si annunzia a tutti noi, ma non credo sia possibile negare che nel personaggio - Keanu esistano anche il dolore ed il pentimento cristiano, a volte solo intuito, a volte eroico, in opere di cui Cripps non parla: in " River’s Edge ", paesaggio di solitudine, la coscienza del rimorso è fondamentale, e così nell’assai più modesto ma lancinante " Permanent Record ". Il rimorso è poi portato nel clima di una dialettica esistenziale in " Devil’s Advocate ", film ascoltato purtroppo solo in superficie, che si nutre di fantasmi biblici assillanti, ma anche in " Matrix ". L’autore espone un diverso concetto: in " Matrix " Dioniso (forse come dio dei misteri) affiora con il volto di Keanu che risorge da morte per virtù d’amore; è vero, ma anzitutto il personaggio è andato incontro al duello definitivo per salvare l’amico, sapendo che uno dei due dovrà morire. La moralità di " Matrix ", oltre lo spettacolo che ci tiene inchiodati, sta in questo sacrificio. Merito indubbio dei registi e del produttore: e sia; ma senza Keanu l’immagine non avrebbe preso altezza. E’ questo un destino inesplicabile: Keanu spesso si incontra con autori e film che il suo cervello predilige.

 

 

 

 

 

In Appendice: traduzione italiana dei brani in lingua latina

"A Keanu un amico che vive al di là dell’oceano manda un saluto ed un breve elogio in latino, lingua a lui gradita "

Il nome di Keanu, ossia in lingua hawaiana " brezza mite fra i monti ", appartiene ad un attore del cinema che, rivelando una misteriosa leggiadria, in ogni portamento o aspetto, nella luce improvvisa degli occhi, con aperta allegria, o più spesso interpretando il dolore della terra, sembra talvolta rimandare il senso di una divinità nascosta nei nostri giorni.

Non appena divenuto giovinetto, si dedicò con gran volontà alle storie del cinema, in cui ottenne una fortuna alterna e spesso fu attaccato dai critici con malevolenza. Ma a chi giudichi con onestà, il suo personaggio, benché talvolta abbia bisogno del conforto dei più anziani, mettendosi liberamente in luce, riesce a ritrarre le contrastanti attitudini del cuore umano con una certa nativa innocenza.

Facciamo un esempio: ammirando il film che si intitola in inglese " Point Break ", troverai motivi di consenso nella furia dell’oceano, o nelle gare dei giovani che sono in lotta fra loro o con i marosi, ma nello stesso tempo capirai anche i desideri contrastanti della prima giovinezza e l’affetto aspro e indomabile tra amici, che si accende nella persona di Keanu come l’immagine di una primavera eterna. E in altra interpretazione, nel volto affannato e tuttavia rifulgente di lui, nel momento in cui lotta per il primato dell’anima con il principe delle tenebre (" L’Avvocato del diavolo "), non solo vediamo l’uomo offeso da un insopportabile dolore, ma anche la ribellione inaspettata della mente, trasmessa a noi da lontani secoli.

Invero, nel recitare qualunque parte, la sua grazia e il suo ardore, non richiamano il desiderio dei sensi, come credono molti, ma appaiono vicini alla felicità di un dio, e ci recano conforto negli affanni della nostra epoca. Dunque, mitissimo Keanu, che tu possa stare in ottima salute per molti anni!

 

" Il tempo cancella le immagini, non i racconti dell’uomo "

Alcune semplici impressioni sul film " River’s Edge "

" River’s Edge " è un dramma caratterizzato da uno dei primi segni di quella sventura che spesso minaccia il nostro tempo, e che consiste in un vuoto disprezzo del mondo. Gli adolescenti ritratti nel film passano i giorni oziosamente, guardando l’acqua sordida di un fiume, mentre conoscono soltanto vizi che li snervano, il disinteresse da parte dei familiari, usanze disgregate, e infine un’improvvisa crudeltà della mente accesa dalla cupidigia dello stupro. Come potremmo giudicare, in questa invariabile malinconia del fiume e della comunità, l’assenza di bellezza vera, l’incuria dell’innocenza, gli amori non scambievoli, ma spesso soggetti alla follia, secondo l’usanza delle bestie?

Matt (interpretato da Keanu) riesce tuttavia ad emergere e d’improvviso, ma con fermezza, si rifiuta di dimenticare il delitto commesso da un amico, che ha ucciso la ragazza che era a lui legata. Eppure deve spezzare il patto dei compagni, che l’obbliga al silenzio; e gli amici sono come dei consanguinei per lui, essendo la sua famiglia non regolare e priva di colloquio e di persone che insegnino ai figli l’integrità e i propositi giusti per l’avvenire.

Egli dunque, in grazia del suo pudore nativo, ricusa la complice indifferenza su quel delitto e si dissocia dagli altri, rendendosi conto che il crimine gratuito non può essere condonato. Eppure rientra da solo in quella nozione di natura morale: infatti su ciò che è coscienza, i familiari hanno taciuto, e i maestri incaricati di insegnare ai giovani, sono anch’essi affetti da quell’ignoranza, avendo smarrito il principio di giudicare il bene e il male. Mancano insomma i segnali di un’evoluzione spirituale, attraverso la quale Matt appaia pronto a giudicare inestimabile il valore della vita. Ma questa dimenticanza va attribuita al regista; l’attore al contrario, rinnovato attraverso una scontentezza che affiora lentamente nel suo volto, disprezza l’ignoranza del male a cui gli amici sembrano consentire.

Frattanto, quanto teneri, anche se brevi, sono i suoi momenti di affetto verso la piccola sorella, e soprattutto, com’è appassionata la sua esclamazione, quando si rivolge al fratello più piccolo che minaccia di ucciderlo, adirato per quella che egli ritiene sia una perfidia, e lo richiama ad un antichissimo patto della natura: " Sono tuo fratello! ". Quel tratto preannuncia l’attitudine del nostro a rappresentare il dramma dell’esistenza umana, come farà nel ripercorrere l’itinerario mentale del principe Siddhartha e nel mitigare il delirio dell’amico River, come nel rinnegare le promesse e le paure di Satana (nel film " L’avvocato del diavolo ").

Keanu, abbracciando quindi un problema morale, si tormenta a lungo nella sua coscienza, come nascondendosi agli altri proprio quando gli anni sembrano più belli; in questo modo diventa un personaggio che rifulge nel contrasto, ma senza eccessivi contorcimenti, non concedendo nulla a certi indirizzi troppo concitati degli scrittori contemporanei. Essi infatti cercano storie di continuo strepitose, mentre egli non rinnega mai la disciplina espressiva né la tensione di un impegno ostinato.

 

Un ricordo incancellabile (1988) – " Permanent Record "

Dopo il film intitolato " River’s Edge " questo racconto manifesta ancora una volta il carattere di Keanu; non si tratta infatti delle apparenze di orgogliosa bellezza, che nel " Principe di Pennsylvania " rendono quelle fuggevoli impressioni così gradite ai giovani, poiché nel nuovo film l’attore, riverberando l’ansia del cuore, esprime soprattutto il dolore dell’uomo.

Gli autori di questa tragedia, tra i frammenti di un ambiente che possono riferirsi ad un qualsiasi convitto studentesco d’America, descrivono spesso gli alunni a passeggio, trattenuti per poche ore sui banchi a pensare, e preferibilmente chiassosi nelle loro escursioni, nella passione casuale per i motori e le ragazze, i canti e la chitarra, che è l’unico spiraglio ed interesse sincero della loro fantasia.

Fra questi uno di nome David, che è il più dotato nel comporre musica, fra le tenebre di una notte sventurata, si getta in un precipizio di rupi che sporgono a picco sull’oceano. E ciò sembrerebbe una disgrazia, se un amico carissimo di nome Chris, interpretato da Keanu, non lo avesse seguito mentre esitava sui margini del burrone con l’intenzione di uccidersi, e non avesse percepito il suo gettarsi di sotto senza un lamento. Prima l’attore configurava un’allegria petulante, non chiedendosi mai perché non ci fosse in quel ritrovo di giovani un qualsiasi timor di Dio, e perché l’amore o l’amicizia fossero privi di dialogo spirituale: del resto anche David passava i giorni alla chitarra, onesto bensì e osservante dei doveri comuni di un cittadino, e senza altri bisogni apparenti, ma privo della contemplazione del cielo e delle vicende umane. Infatti a tutti questi giovani, come suggerisce il contesto della storia, mancavano le letture, la ricerca delle antiche civiltà, l’immagine della mente confrontata con l’eternità. E gli amori erano trattati solo come piacere dei sensi, senza benevolenza reciproca. A questo punto il deserto dell’intelligenza e il tedio senza ragione potevano subentrare d’improvviso o lentamente: distratti erano gli studi, assenti le discussioni che rendono il cervello più forte, la reticenza pervadeva le famiglie, sicché i figli non sembrava che avessero bisogno di insegnamenti, ma solo di denaro, femmine, cibi e motori.

Dove si riunivano i compagni di classe, di contro alla vista del precipizio e del mare, quella sciagura sconvolge tutti; ma soprattutto si tormenta Chris, che ha capito la verità, e ora, dalle gioie infantili, trafitto da un dolore invincibile, si innalza a chiedersi il perché di una fine che ci coglie senza motivo. Colui che vagabondava nella scuola, ora si contrae in una riflessione amarissima, e infine non trattiene davanti ai genitori dell’amico il segreto che lo assilla: il compagno più lieto gli aveva inviato per posta una raccolta di composizioni in musica, per la rappresentazione teatrale che stavano organizzando, e poi si era procurato la morte.

E’ questo davvero il punto culminante dell’azione, quando Chris si incolpa pur essendo innocente, di non aver compreso la tristezza che invadeva David. Interpreta bene il film Alan Boyce, che rappresenta quel fastidio e quello scontento vano; ma sfugge poi il principio di un proposito così feroce, poiché non se ne colgono prima i segnali, né un raptus è del tutto credibile, a meno che non si riferisca al desiderio di una divorante ambizione. Al contrario è razionale la memoria inflessibile colta da Keanu, che è mitigata nel rievocare sul palcoscenico della scuola la canzone composta dall’amico, non mai cancellata: quel ricordo non possono estinguerlo né la musica ricomposta fra il pianto di tutti, né il riso di qualunque ragazza.

Chris, futile prima e indistinto fra tanti, d’improvviso afferra le parti della tragedia e recita con nuovo entusiasmo. Lui che sembrava ragguardevole solo per il fisico, attrae gli spettatori con subitanea commozione, soprattutto quando accusa la sua cecità e la sua impotenza a stornare il destino dell’amico, come fosse colpa sua. Questo è il nucleo del film, dai critici all’inizio con bel consenso annotato, e poi posto in dimenticanza; peggio per loro! (1)

  1. (1)               – In un articolo comparso sul giornale " Chicago Sun-Times " il 22 aprile 1988, il critico Roger Ebert, orgoglioso della sua disinvoltura, si degna di aprire il suo cuore a questa nobilissima storia, e loda bensì le figure degli studenti e il loro limpido svagarsi, senza però accorgersi che valgono di più il silenzio senza compromessi e la riflessione ostinata di Keanu, che sono perfettamente scolpiti come una mestizia costretta. Infine, lo credereste?, tesse l’elogio del direttore indulgente di quella scuola, che, per quanto abile nella sua parte, a noi sembra un uomo onesto e non più. E dopo aver valutato con perplessità le ombre e i gracili dubbi di David, tenta di far dimenticare, con sottile antipatia, l’adirato dolore di Chris. Ma se dimentichiamo quella bellezza, quel crepuscolo della gioia, tutta la storia sarà cancellata. E’ proprio vero: l’antipatia che si protrae eccessivamente cancella la riflessione.

 

" Capitolo sul tirocinio di Keanu "

Nel film " Babes in Toyland " Keanu, protetto dall’agilità del corpo e della mente, conduce una guerra contro i nemici del regno dei balocchi, dipinti sempre come rabbiosi; e intanto, essendo un soldato ed un capo del regno, si consacra anche a strappare dalle mani rapaci degli avversari la sua promessa sposa. Così, in un solo tratto, salverà le nozze ed i suoi cittadini, mantenendo la sua leggiadria, che sembrava a volte offuscata dalle trappole del nemico.

Veramente le afflizioni e le paure sono sempre piegate dalla clemenza e mansuetudine del principe, mentre, come nebbie percosse da un sole benefico, i nemici si traformano in grida vane e mostruose sotto i piedi di quei giovinetti. Così la favola insegna che sempre l’innocenza e la bellezza inerme, benché prive di strumenti di offesa, e circondate dall’inganno e dai colpi degli avversari, trionfano con lampi di ingegno, recuperando la libertà.

Tuttavia torna in mente che il film fu girato anche in Baviera; perciò, in qualche piega del racconto, si vuol significare che quella fiducia che i Bavaresi avevano d’un tratto concesso ad uomini scellerati, era ora revocata, e che l’amore dei cittadini riprendeva gli antichi costumi così ben connessi alla mitezza dell’animo; come se terrore e spade, col loro stesso consenso propagati prima contro le terre confinanti, fossero infranti per sempre. Keanu si prestò a restituire ai Bavaresi una nuova era, e con la radiosità della persona disperse le corruzioni e le rovine precedenti. Però, al contrario del burattino Pinocchio creato dall’italiano Collodi, rimase sempre in candide vesti durante questa lotta, né mai divenne intemperante per collera o per allegrezza eccessiva; e certo quelle battaglie erano incruente, come si addice a dei balocchi, e le insidie dei boschi erano scosse via senza lasciar traccia di ferita.

In seguito, nel film intitolato " Parenthood ", Keanu finalmente scopre il sesso, e sotto il letto stesso della ragazza, si esercita nell’eccitare l’ardore del corpo, provando l’abilità del suo pene con la fidanzata ben desiderosa, indifferente ad ogni altro lavoro o pensiero. Di nuovo sembra un burattino Pinocchio, ma non di legno; al contrario, dedito all’ingegno del dio Priapo, invade di baci la casa della suocera, come se dovesse sperimentare la solidità dei suoi strumenti e render pregna la ragazzina, cercando di estinguerne le voglie. E l’evento accade, con numerosi e gioiosi amplessi: così la corrività di Keanu, dipinta ancora nel suo viso, medita di prolungare la fanciullezza, ma ora i suoi spassi sono addirittura i propri testicoli.

In tal modo, i sudori prima profusi nel difendere gli amici dalle incursioni degli avversari, sono in questa storia raddoppiati, ma nell’esibire la propensione del maschio. Non appena si spoglia dei pampini della sua nativa pudicizia, Keanu è comunque in grado di nascondere a lungo la malizia sessuale, tra i continui litigi della famiglia ospitante, impunito e con sfrontata allegria. Del resto egli mantiene un’apparenza mansueta e limpida. Rimarrà nella nostra memoria come argomento di riso, per esempio, la sua passione furiosa per le corse in motore: ed ecco, mentre la macchina si sfascia alla prima curva, egli, smemorato, ma ancora con l’impressione di un’attesa vittoria, pensa ad altre allegrezze future, mentre la sposina medita invece di deporgli un bel bambino fra le braccia.

Abbiamo anche visto, nel film " The night before ", l’attore con una tempra diversa e concitata, ma insieme armato di astuzia; in quel testo egli domina il racconto e porta al suo intento inebrianti incontri sessuali e colpi di fortuna o di sfortuna comicissimi: è come se alla fine fosse un gallo risanato fra le tenebre, amico dell’aurora, e quasi nascosto fra tanti pericoli nella sua stessa temeraria e spaventata avventura. E i giochi di flashback non danno noia, perché sono proiezioni del giovane stupefatto, che indaga la notte sconsiderata e le ore disperse, finché possa ritrovare la fanciulla a lui affidata, che tradì nottetempo per ebbrezza, e la riabbracci senza timore o vergogna. Di rado una corrività così funambolesca aveva ottenuto di togliere ai primi istinti giovanili ogni ombra di colpa.

Ma Keanu l’anno successivo fece una scommessa più impegnativa, impersonando il nipote che seduce la zia (Martin in " Tune in tomorrow "); così il beato balocco diventò seduttore e farfallone, con maggior cambiamento di affetti, e percosso talvolta da qualche delusione passeggera. Infine, una stessa attrattiva era sparsa in tutte queste favole. Ma all’improvviso Keanu lasciò le gioie precedenti e sperimentò il silenzio che pervade l’intelletto (nel film che si intitola " I love you to death "), il vuoto nascosto nella stessa trascuratezza del corpo. Di quale remota pietà sono perfusi quegli occhi, mentre sono tormentati dalle droghe e dalla sonnolenza! Eppure si tratta della stessa persona e della stessa voce.

L’interprete, che ora è inteso a ritrarre un lento oscuramento del cervello, vuole anche riflettersi in un’antica mestizia (sempre infatti nel suo animo era presente la storia di " Permanent Record ").

E di nuovo Keanu contemplò la corruzione in mezzo alla turba dei giorni fortunati, né ripudiò le creature che sentiva fraterne, al limitare della solitudine. Ahimè, che volto decaduto! In quel personaggio di Marlon, ozioso e dimentico del tempo, come sono vicine le lacrime, oltre il breve senso di quella commedia! Qui scorgiamo infine l’origine di una maschera balorda, che sarà il personaggio di Enrico (pochi l’hanno capito), e che l’attore rivestirà nel film " The last time i committed suicide ", mentre, finito in miseria, ritorna con amarezza e senso di vergogna ai giorni del passato. Marlon dunque non ci porta il riso della commedia, ma d’improvviso ci rivela il clamore di un dramma in sé tutto racchiuso.

 

Alcuni pareri sommessi sul film " My own private Idaho "

Due tendenze caratterizzano il tuo lavoro, carissimo Keanu, che dobbiamo riconoscere: e cioè un’audacia senza pari nel rappresentare i tormenti e i colpi della fortuna, e la passione di penetrare in quel furore che spesso induce l’uomo a contemplare l’abisso. Questa seconda attitudine, quasi presa con ostinazione, ti persuase una volta a interpretare un racconto che ritrae un gruppo di giovani nel centro di alcune grandi città, mentre offrono il loro corpo per guadagno turpe, riuscendo a conservare soltanto il patto d’amicizia.

L’ideatore e regista di questa raffigurazione ingegnosa, in cui si vedono tanti giovani a vagare e confondere sulle strade il loro destino, Gus Van Sant, che certo ha conosciuto le lacrime delle cose, ma più volentieri ritrae belle sculture di giovani corpi esposti come quadri, non bene calcola il danno di questa storia. Tuttavia si vede anche qui come la verità della pudicizia ritorni nel silenzio dell’animo, cosicché quegli adolescenti, pur tra errori e sonni artificiali, sorgendo dalla stessa chiarezza artistica della commedia, riescono ad esprimere il lamento della perduta innocenza e a rivendicare uno spiraglio di cielo: quante strade solitarie, in cui essi, dolendosi delle loro calamità, riguardano gli astri e i monti nevosi!

Tu, Keanu, intuisci le lacrime degli esseri umani al di là della stessa sagacia del regista, mentre tieni fra le braccia l’amico stordito da una malattia che lo abbatte in sonno improvviso. Tu conservi il ricordo della dignità civica precedente, benché ti piaccia con puerile e protervo sorriso mostrare il petto con provocazione, simile ad una luna che ritorna. E splendida è la tua dizione, nelle parole riprese da Shakespeare, quando ti riprometti di trasformare d’improvviso gli anni offuscati e di tornare libero di corruttela davanti al padre, come se non avessi mai conosciuto la miseria e il peccato.

Ma l’amico devoto alla tua lieta bellezza e preso da fiamma insondabile, ti persuade a proseguire la fuga e il cammino; e del resto anch’egli appare adatto a raffigurare il sospiro dell’esistenza, ed è troppo incline a ripensare alla tua persona, dal momento che il fato gli portò via tutto quello che suole consolare la miseria: una madre, il decoro civile, la memoria di giorni sereni. E tormentata è la sua domanda, quando egli confessa di desiderare da te l’amore dei baci. Certo non avresti potuto negare a quel tuo amico vero lo splendore del corpo, poiché niente sembrava restare nella sua mente, né Dio né una casa ospitale: se questa sia colpa nessuno può dire; ma è un felice intuito del narratore ed è insieme il culmine del racconto, l’accettazione tua di baciare e così riconoscere una creatura derelitta. Qui ha termine la favola; poi, la diversità della sorte, ti spinge a rigettare il compagno con volto indifferente. Né il rinnegare quell’amicizia si cambia in povertà espressiva, dal momento che i vostri giorni si sono separati per sempre.

L’amore invero, anche se contrario a natura, resta di per sé motivo di nobiltà; e chi lo rinnega, benché spinto da una diversa fedeltà e dal rinnovato candore dell’anima, viene sempre riguardato con gelo e disprezzo. Tu d’altra parte, benigno Keanu, ami percorrere con la tua arte audace le ombre del cuore, rivelando immagini nuove del fato, con vigore e temperanza insieme.

 

" Il piacere della bellezza talora infiacchisce la disciplina dell’arte "

Nella commedia che Shakespeare, divertito dalle guerriciole d’amore, volle comporre con il titolo di " Molto rumore per nulla ", Keanu fu chiamato una volta dal valente regista Kenneth Branagh a interpretare una parte minore, e cioè la figura del fratello invidioso del principe Pietro. Ma, sebbene ponesse ogni impegno di verità nel recitare l’odio inflessibile che era nel ruolo a lui assegnato, non poté essere all’altezza di rendere il personaggio del traditore.

L’invidia in lui poteva essere solo una parola superficiale, essendo il suo carattere fondamentalmente volto alla benevolenza; Branagh l’aveva ben capito, ma egli credeva che attraverso colori di contrasto potesse far risaltare in Keanu, oltre alla sua prestanza e armonia virile, anche il sentimento della malignità. Così risalta invece la bellezza di una comparsa, e con scarse battute, e sempre in un alone, nonostante tutto, di integrità innata. L’odio insiste solo nel gesto e nel corruccio del viso, ma non ha radici nel cuore dell’interprete e non esprime una risonanza autentica, mentre sembra che il regista miri anzitutto a contemplare il petto e gli omeri del giovane amico.

Perciò, quel lisciare troppo in fotografia l’avvenenza di Keanu, attenua il senso della commedia, con la complicità stessa di Branagh, come se la malignità che l’attore doveva rappresentare fosse di continuo rimossa dall’aperto candore della persona. Così egli, in mezzo ad artisti più bravi di lui per dialogo e interpretazione, si restringe al tono della sua brusca ingenuità, che è nel suo carattere ed è d’altra parte trascurata o addirittura disapprovata dai critici.

Dopo di allora il nostro artista, fattosi prudente, non volle più mettersi senza replicare nelle mani dei registi, finché desideravano solo il suo aspetto e trascuravano invece la sua indole. Tuttavia quella brama di vendetta non resta sempre sforzata o immaginaria; anzi, in diversi punti, nel suo odio contro il fratello la sua persona freme ed è pugnace, come se fosse una divinità che si scorge nel sonno, adirata, e, mentre la si ammira, scompare al nostro sguardo. Egli sorride per i tranelli predisposti con i suoi servitori, cospirando tra le soglie della casa e inventando altri inganni: e frattanto lo stesso regista abbraccia e quasi accarezza con la moviola la sua attrattiva, che prende risalto dagli unguenti con cui i suoi muscoli sono stati massaggiati. Di rado Keanu ha l’ardire di afferrare la temerità riposta nella commedia; ma gli spettatori restano benevoli di fronte a lui, mentre ostenta invano la parte dell’uomo infedele: infatti egli ci viene incontro come una luna, che segue i viandanti anche quando si è fatto giorno, limpida ancora e accompagnatrice nostra, mai languente nella memoria.

 

" Il piccolo Budda " (Little Buddha)

Famosa è questa interpretazione, poiché prima di Keanu nessuno aveva potuto con persuasione rendere l’aspetto e l’animo del principe Siddhartha e dopo tanti secoli restituirci il senso della sua passione volta alla misericordia. Né dopo, secondo il nostro parere, nessun altro sarà in grado di richiamarne la memoria con una bellezza così vereconda.

Dapprima Siddhartha vive in un giardino regale chiuso all’esterno; la sua gioia è soltanto nei sensi e nelle gare simulate di lotta. Possiamo bensì ammirare l’agilità del suo corpo nelle vicende dei giochi sportivi e in quella spensierata allegria. Ma una libertà così immune dal peccato non è consapevole, poiché ignora il paragone con le sventure degli altri uomini.

Ma in Siddhartha nasce, tra la magnificenza dei giorni, un tedio inesprimibile, che d’un tratto in un placido pomeriggio riarde improvviso, quando un’ancella ripete un canto di luoghi e di montagne che nessuno prima aveva rammentato. Da lì ha origine il principio di una meditazione segreta verso la sorte dell’uomo e delle altre creature, a cui Siddhartha dedica tutte le sue energie. Ancora il suo concetto non era del tutto manifesto, ma il principe, per poter cercare la mente nascosta nelle cose, abbandonò tutte le ricchezze, si mise a guardare gli infermi e a piangere sopra i morti il destino suo e di tutti. Nessuno con tanta convinzione prima di Keanu si era dedicato a investigare questo senso di pietà; e del resto gli attori americani a volte sono troppo ardimentosi, sicché la natura del dolore di per sé ingenua prende sui loro labbri un tono accentuato.

Questo pericolo ebbe presente il regista Bernardo Bertolucci, che infine preferì Keanu, vedendo che i suoi occhi, anche emergendo da un’incisiva bellezza, sembravano adatti a rendere quella introspezione che lui voleva ottenere, delle ferite aspre inferte dal destino alle creature. Molti commentatori non si resero conto di un divario così decisivo; basti citare l’esempio di Kenneth Branagh, che, nella commedia di Shakespeare intitolata " Mucho ado about nothing ", volle Keanu presso di sé nella parte del fratello invidioso del principe Pietro. Ma egli impose al nostro attore una maschera inerte di dispregio, estranea al suo carattere; e d’altro canto non gli insegnò l’arte di fingere con malizia, tanto che l’artista, non avendo estrinsecato il suo ingegno, resta dinanzi a noi solo per il gradevole aspetto della persona. E troppo tardi ora quel birbone di Branagh afferma di voler bene a Keanu; del resto anche Francis Scoppola aveva usato verso di lui una simile indifferenza.

Diversamente si comportò con lui B. Bertolucci, che era attaccato al giovane e lo stimava, ma volle essere come un padre e un maestro. Da quel momento cominciò in molti racconti a risplendere la figura di Keanu: basti citare per contrasto, sempre in questo film, il trionfo di Siddhartha e subito il suo attonito turbamento, quando egli, scendendo come un uomo qualsiasi in quelle abbandonate piazze della città, si imprime il dolore e le malattie a lui sconosciute, fino a comprendere il confine necessario della vecchiaia e della morte. Chi potrebbe dubitare che quelle lacrime presso il fiume fangoso per le ceneri sparse dei morti, siano quasi simili alle tragiche invenzioni degli antichi greci?

Un altro momento resterà nel ricordo di tutti, quando il principe intento alla contemplazione, a un improvviso richiamo sorge sui ginocchi smagriti, e accoglie il lavacro del fiume vicino, dopo tanti anni passati senza memoria della vita esterna; allora affida ad un’umile scodella il segno del dover andare contro il verso delle acque, come per approvare il cammino faticoso della mente. Infine egli si muove a sorridere, poiché è certo della disciplina del suo intelletto, e quel riso rispecchia davvero la sua serenità. Anche le favole successive tipiche dell’Oriente asiatico (l’esercito del male, la duplicazione della persona nello specchio delle acque) non sono artifici, ma raffigurazioni opportune del cammino che lotta per guadagnare lo spirito. Ma intanto quelle scene sono anche gradite e simboleggiano bene l’ascesa dell’intelletto, tanto da piacere e istruire anche dei fanciulli.

Molti giudicano Keanu una figura che attira per la leggiadria corporea, ma non è vero. Al contrario il suo volto, grazie all’opera del regista ed amico fidato Bertolucci, si rivela ad ogni generazione come il benigno principe Siddhartha, mentre scruta gli eventi della natura come gradini per riconoscere la mente degli dei, che è riposta dentro di noi.

 

" Johnny Mnemonic "

In questo film dall’andamento rapidissimo Johnny rappresenta un luogo dell’anima, come un astro remoto sempre rivolto verso la memoria perduta. E questo desiderio inesplicabile insiste sempre nel volto di Keanu, ora attraverso l’ira, ora in un dolore senza pianto. Egli ricerca come riannodare l’età matura per saggezza ed astuzia con le radici della lontana puerizia, che a lui sono state tolte, mentre esse, pur essendo povere dell’acume intellettivo, erano ricche di allegria e d’amore, inclini a correre incontro soprattutto alla figura della madre ed al rapporto con lei privo d’ogni contrasto.

Dunque l’artista, mentre vuol riacquistare le persone e gli affetti di un tempo a lui tolto, riconosce in sé una forma di abbandono e di solitudine. E questa necessità spirituale d’un tratto si manifesta all’inizio della storia, quando Johnny, sdraiato felicemente nel letto con una compagna, dimentica le carezze, e si volge al pensiero dell’infanzia perduta, mentre il suo sguardo, per intenso desiderio, sembra consumare i lineamenti del viso. Dopo, le labbra e le tempie di quel fulgido messaggero, in mezzo all’inganno dei nemici, di ora in ora sembrano smagrirsi tra i colpi della fortuna, a causa di quel pensiero di perdita dolorosa, che resta anche sulla soglia dei presagi di morte. Così ogni devastazione, ogni avversario, diventano stimoli ad afferrare quel fantasma, al quale non possono sostituirsi né l’attesa di nuove ricchezze né il riso di una fanciulla.

Johnny dunque, anche nella trappola del pericolo mortale, come soldato nuovo afferra il gioco della fortuna, riuscendo infine ad emergere alla chiarezza della mente ed al possesso di tutti i giorni che sembravano cancellati. Felice dunque lui, per il ritrovamento dei giochi innocenti della fanciullezza; ma è insieme il più forte tra gli uomini, poiché, essendo stato risanato, porta rimedi anche agli altri, quasi un salvatore inviato da Dio fra i lazzaretti e le piaghe dei popoli. Dopo aver vinto la minaccia della morte, egli appare come l’annunzio di una luce rinnovata del tempo. Infatti la sua persona affannata si lega bene con l’agilità di tutti i sensi, disperdendo i nemici e tornando invulnerabile dinanzi a noi; soprattutto piace di lui lo sguardo irato ed acceso, che è inerme, ma non mai piegato dalla paura, come se dalle sue pupille qualche lampo di un dio trascorresse dentro il nostro pensiero.

Lascia pure le rane nel fango, allegro Keanu, e procedi pure col tuo volto che rasserena.

 

" A walk in the clouds " – Il film che ritrae viaggi e sogni di Keanu tra i famosi vigneti di California

Opposte opinioni si chiedono se questo film sia composto di personaggi oppure adorno solo di belle figurazioni. Si tratta di una controversia senza importanza. Il regista Arau, in verità, pur descrivendo le usanze di una famiglia messicana trapiantata al confine d’America, mescola il cammino e il destino di due giovani, Paul (Keanu Reeves) e Victoria (Aitana Sanchez), in una luce di trasparente tenerezza, con i colori e le tradizioni d’un popolo incorrotto, finché essi non esprimeranno le esitazioni di un amore che sta nascendo fra loro, pur negandolo, i blandi rifiuti del vero sentimento, e da ultimo l’impeto del cuore invano nascosto. Che cos’è l’autentico senso di questa storia? Ambedue i giovani, benché abbiano già esperienza del congiungimento carnale, attraverso i colpi di un’improvvisa sfortuna, conoscono l’amore puro, che li riporta ad una stessa origine di popoli e ad una lontana innocenza a loro sconosciuta.

E’ come un viaggio che vediamo spiegarsi all’indietro, quando Paul Sutton, che esercita un commercio, si incontra con Victoria ed accoglie un doloroso segreto che lei gli rivela: che è incinta e che non osa senza uno sposo dichiarare il suo stato davanti ai familiari. Ma Paul, spinto da istinto generoso, la persuade a presentare lui come finto marito. Di qui prendono inizio i tremori della ragazza e l’impavida fiducia di Keanu, che rinnova sempre le sue astute invenzioni, tra i fulgori di una bella ospitalità talora attonito, mai sconfortato.

Si deve però riconoscere che l’attore, nella seconda parte del film, cioè quando deve recitare come falso marito, resta come imbarazzato e silente; il nonno della ragazza lo supera senza problemi in capacità di colloquio, mentre passeggia con lui. Ma fra queste esitazioni quante gradite storie, in cui l’immagine del giovane, libera dalla prudenza che lo tiene in scacco, manifesta una sincera allegria e una sveltezza prima assente! Allora possiamo ammirare la sua figura, quando uomini e donne, con delle specie di ali di stoffa legate alle spalle, quasi volando tra i filari delle vigne, proiettano il dolce calore di certe fumigazioni inventate per respingere la gelata dei grappoli. Com’è vigoroso quel tripudio in apparenza fanciullesco! Ma tra questi quadri il più bello è il silenzio gradito della valle e della casa, mentre i due giovani sentono che il loro falso legame li spinge alla soglia d’amore; e ci riempie di letizia e di colori incandescenti il canto di vendemmia, quando un’ebbrezza spinge Paolo e Victoria a baciarsi e abbracciarsi a gara, come in vertigine passando per le stanze della dimora. Chi negherebbe che Keanu si riveli in quel punto un valido amatore, mentre infonde il vino della sua bocca sulla fanciulla infine a lui congiunta?

Raramente nei film precedenti abbiamo visto uno sguardo così prossimo a un’immagine dionisiaca e un’impulsività agreste così trepida e stillante, come se la gioia della terra si rinnovasse e l’adolescenza fosse stata di nuovo trovata presso una riva primordiale.

 

Parliamo di un film intitolato " Feeling Minnesota " – 1995

La corruzione delle città e la rabbia di Caino caratterizzano questa storia, insieme a una singolare e sciagurata tenzone che un giovane chiamato Jjaks, impersonato da Keanu, intreccia col fratello, dopo avergli sottratto la sposa. Il racconto insegna, per così dire, che anche il legame tra fratelli deve cedere in cospetto ad una preda antichissima, e cioè intorno ad una femmina da conquistare. Sembrano piuttosto pastori o feroci abitanti dei campi quei fratelli, impressi di remota barbarie, benché nati sotto il peso dei vizi che in America o in altre nazioni oggi si diffondono, distruggendo i liberi costumi dei cittadini. Ora le armi da sparo sostituiscono i coltelli, ma l’istinto è lo stesso e uguale è l’ebbrezza inconsulta.

All’attore in definitiva piacque quella ferocia di impulsi, che era miscelata con equivoci ed inganni di sapore comico, tanto che il delirio di quei cervelli sembrava temperato da una certa spavalderia di fatti e di parole sfrontate: il film somiglia un po’ ai finali comici del teatro greco o ai versi romani di farsa improvvisata, ma lo scontroso candore di Keanu riesce ugualmente in certi passi a farsi valere. Comunque il maggior esempio della sua stupita premura si trova nell’episodio in cui egli è costretto a nascondere con fronde e foglie accumulate, entro un bosco, il corpo della donna già a lui legata da passione, e che egli crede di aver ucciso in un litigio fortuito; ed ecco, su quel mucchio egli pone un mazzetto di fiori, perché non solo si è soddisfatto nella gioia di unirsi a lei carnalmente, ma anche ha trovato in essa una qualche comprensione del cuore. E questa ombra di rispetto religioso in un uomo così spostato e di scarso comprendonio, tutto fatto di pugni e di botte date e ricevute, ci dà piacere. E’ incantevole anche la conclusione, quando il giovane di nuovo va incontro a lei, avendo scoperto che è rimasta solo ferita e volendola quindi ricercare; d’improvviso, mentre porta con sé il cagnolino al guinzaglio, scontento di dover tornare alla vecchia solitudine, la riconosce tra le luminare di un teatro, ridente danzatrice in un corpo di ballo. Come potrà negarle nuove nozze ed altre notti di sesso scatenato?

In questa commedia bizzarra vanno congiunti disegni scellerati e incontri sessuali, lontani da ogni scambievole intesa dell’animo. Del resto si tratta di un rusticano possesso della donna che sulle prime sembra amore; e l’interprete lo raffigurò recitando fra molti spettatori e curiosi, mentre era costretto a fingere l’eiaculazione con la moglie del fratello, buttatasi addosso a lui col vestito bianco da sposa. Il regista racconta che i due giovani hanno aderito alla parte con molto piacere; e certamente non si può credere che il nostro Keanu, benché persona cortese, abbia voluto deviare l’uccello e risparmiare la compagna e collega, Cameron Diaz.

Dunque l’attore, stando sdraiato, infilzò la ragazza che gli si buttava addosso, con molta soddisfazione e valido assalto; è noto infatti che egli, benché si faccia passare per solitario e quasi monaco fra libri ed amici, è talora preso come un satiro dalla libidine. E del resto nel film si trattava delle feste e delle battaglie di Priapo, alle quali Keanu era chiamato a prestare l’inventiva del suo pene; anzi, si dice che il regista facesse fatica a strapparlo alla cavalcata, quando si trattava di ripetere la scena del notturno incontro con la sposa del fratello, e che la macchina che accoglieva il convegno furioso della coppia, si trovasse quasi spinta nel traffico, tra le risa degli assistenti.

Successivamente, il regista volle spingere la farsa al limite del dramma, ma invano; quella cupidigia aggressiva era mista a un intreccio di combinazioni balzane, e non poteva essere fonte di commiserazione e di rimpianto. Ma fece bene Keanu ad accettare la parte, dal momento che egli di nuovo era chiamato a rappresentare la validità istintiva di un toro, come si ricordava di essere stato in " My own private Idaho ", un baldanzoso stallone con la fanciulla trovata in Italia, proprio sul finire della storia.

Ora mancava la riflessione del cuore e le carezze sembravano casuali, sottoposte alla sola voluttà. Era quasi dimenticata quella percezione affettiva che in " A walk in the clouds " aveva salvato il pudore alla soglia della camera nuziale. Tuttavia Keanu considerò qui con orgoglio lo strano argomento, e si propose di ritrarre figure muscolose, odio selvaggio e libidine senza freno; così provò una sembianza originale e la trovò utile quando, nel film " Devil’s Advocate ", dovette fingere una vera inclinazione alla lussuria, con volto contratto nel rossore, e disporsi all’invito della carne.

Dopo quella sua giovinezza senza macchia, che può essere paragonata al ritratto di un Apollo enigmatico, egli diventò capace di assumere non solo una balenante leggiadria, ma anche una disposizione corporea ai Baccanali, che prima sembrava in lui nascosta od estranea. Del resto ombre di attaccamento amoroso riescono un po’ in tutta la seconda parte della storia a dar l’impressione di un nuovo carattere, quello del balordo che si apre quasi recalcitrando verso la tenerezza, intuita per la prima volta.

  1. (1)               - E’ più vicina al vero l’ipotesi per cui i due attori dovessero preparare l’accoppiamento con credibile energia, in margine alle scene che si andavano allestendo: poi lo stesso regista pensò di far provare in effetti quella loro precipitosa monta all’interno di una macchina, per inventare l’episodio comico in cui gli amanti sembrano trascinati sui sedili dell’auto andata in folle, e Keanu imprime colpi continui di scalpello con il suo pene, sia alle ruote che alla donna.
  2. (2)               - In questa esilarante e aspra commedia, stona qua e là la vendetta dei fratelli spinta fino al sangue, mescolata ai giochi d’amore che Jjaks e Freddie non smettono di scambiarsi (non potevano nascondersi con più furbizia?). Ma l’attore, negli intermezzi di quella cieca rivalità, ci appare davvero come un nuovo adolescente, con un affetto trasognato, sia quando coglie il delirio dei sensi dopo un lungo tratto di vita taciturna, sia mentre mormora qualcosa al cagnolino, che ha liberato dalla gabbia. Com’è attraente, in mezzo a quelle immagini feroci, il silenzioso colloquio fra delle creature vagabonde, che hanno bensì dimenticato le busse innumerevoli, ma non l’incredula incertezza ferma alla soglia della felicità!

 

 

Indice

1 - Un messaggero di primavera: Keanu Reeves. Nota esplicativa

2 – Introduzione (per una biografia delle opere)

3 – Keanu: vigilie e propositi

4 – Keanu: personificazioni e immagini

5 – Keanu: l’apprendimento a gestire persone e significati

6 – Keanu a lezione d’amore

7 – Keanu Reeves durante la lenta liberazione dal ricatto della critica convenzionale: o reciti ancora il personaggio di Ted o ti priviamo del nostro favore

8 – Keanu affronta il mondo dei grandi con la spada e le diavolerie d’amore

9 – Da « Point Break » a « Johnny Mnemonic » ; fra errori e pentimenti Keanu rivela l’immagine di una giovinezza ideale

10 – Da Paul a Jjacks, da Eddie ad Harry, una travagliata ricerca di sfumature

11 – Da "Devil’s Advocate" alla saga di Matrix, una felice distruzione di ogni etichetta imposta

12 – Che pensare della crisi di Keanu nel periodo che va dal film " Speed " all’Avvocato del diavolo (1993/1997)?

13 – In Appendice: " Trame essenziali ma veridiche dei film con l’interpretazione fondamentale di Keanu Reeves "

14 – In Appendice: alcuni suggerimenti su come dare avvio ad una ricerca seria

15 – Nota biografica più credibile di quanto non appaia

16 – Notizie bibliografiche essenziali

17 – In Appendice: traduzione italiana dei brani in lingua latina